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Difesa dei diritti e ideologia

19 dicembre 2008

Il documento francese proposto alle Nazioni Unite non è un documento finalizzato, in primis, alla depenalizzazione dell’omosessualità nei Paesi in cui è ancora perseguita, come i media, semplificando, hanno raccontato. Se fosse stato così, non ci sarebbe stato motivo perché l’Osservatore Permanente della Santa Sede a New York criticasse quel documento. La Chiesa Cattolica, del resto, basandosi su una sana laicità dello Stato, ritiene che gli atti sessuali liberi tra persone adulte non debbano essere trattati come delitti da punire dall’Autorità civile. In merito, anche recentemente, il Magistero ecclesiastico ha affermato che la dignità delle persone omosessuali “deve sempre essere rispettata nelle parole, nelle azioni e nelle legislazioni” (Lettera sulla cura pastorale delle persone omosessuali, n. 10) e che a loro riguardo si dovrà evitare “ogni forma di ingiusta discriminazione” (Catechismo della Chiesa cattolica, n. 2358). La posizione della Chiesa su questo tema – è bene ricordarlo – è stata sempre moderata e coerente con la sua morale.
Ma questo documento, in realtà, parla d’altro, e cioè promuove una ideologia, quella dell'”identità di genere” e dell'”orientamento sessuale”. Le categorie di “orientamento sessuale” e di “identità di genere”, che nel diritto internazionale non trovano alcuna chiara definizione, vengono introdotte come nuove categorie di discriminazione e si cerca di applicarle all’esercizio dei diritti umani. Si tratta, invece, di concetti controversi su base internazionale, e non solo dalla Chiesa, in quanto implicano l’idea che l’identità sessuale sia definita solo dalla cultura, e quindi suscettibile di essere trasformata a piacere, secondo il desiderio individuale o le influenze storiche e sociali. In sostanza, introducendo tali categorie, si nega l’ancoraggio anzitutto biologico della differenziazione sessuale e lo si recepisce soltanto come un limite, piuttosto che come fonte di significato, quale invece è. Si dà impulso al falso convincimento che l’identità sessuale sia il prodotto di scelte individuali, insindacabili e, soprattutto, meritevoli in ogni circostanza di riconoscimento pubblico. Si promuove, di conseguenza, un’idea sbagliata di parità, che intende definire uomini e donne secondo un’idea astratta di individuo.
Non si tratta purtroppo di teorie marginali, se si pensa che le proposte di riconoscimento di diritti di famiglia alle coppie omosessuali – incluse quelle relative all’adozione e alla procreazione assistita – si basano sull’idea che la polarità eterosessuale non sia un elemento fondante della società, ma un arbitrio da cancellare.
Quindi il tentativo di introdurre le citate categorie di discriminazione si salda con quello di ottenere l’equiparazione delle unioni dello stesso sesso al matrimonio e, per le coppie omosessuali, la possibilità di adottare o “procreare” bambini. Bambini che rischierebbero, tra l’altro, di non conoscere mai uno dei due genitori e di non poter vivere con lui o lei.
Ma non è questo il solo pericolo:  l’introduzione di tali categorie mette a rischio l’esercizio di altri diritti umani:  si pensi alla libertà di espressione, oppure a quella di pensiero, di coscienza e di religione. Le religioni, per esempio, potrebbero vedere limitato il loro diritto di trasmettere il proprio insegnamento, quando ritengono che il libero comportamento omosessuale dei fedeli non sia penalizzabile, tuttavia non lo considerano moralmente accettabile. E verrebbe così intaccato uno dei diritti primari su cui si fonda la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948:  quello alla libertà religiosa.

(©L’Osservatore Romano – 20 dicembre 2008)

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