Skip to content

Il profilo pastorale di Benedetto XIII

27 novembre 2009

Pubblichiamo quasi integralmente la conferenza tenuta dall’arcivescovo prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi giovedì 26 novembre a Roma, presso la Biblioteca Casanatense.

di Angelo Amato

Dando un fugacissimo sguardo alla lista dei Papi, si può rilevare come, soprattutto nei primi secoli, sono molti i pontefici martiri e santi. Tradizioni liturgiche e agiografiche della Chiesa di Roma considerano martiri tutti i successori di Pietro sino all’età di Costantino, e santi tutti quelli – ad eccezione di Papa Liberio (352-366) – sino al primo trentennio del VI secolo; e come santi sono tradizionalmente venerati altri 20 pontefici succedutisi sino al sesto decennio del IX secolo.
In questo periodo, quindi, su 105 Papi, compreso Pietro, sono venerati come santi ben 72 sommi pontefici. Si tratta di un’altissima percentuale di esemplarità evangelica, che ha dato frutti preziosi per la diffusione del Regno di Dio. Pur in mezzo a persecuzioni e conflitti politici e religiosi, i Papi, infatti, hanno edificato la Chiesa sia con il loro spirito missionario, dando grande impulso all’evangelizzazione dei popoli, sia con la loro personale santità, spesso testimoniata col martirio.
Dalla fine del primo millennio – e precisamente da san Niccolò I (858-867) – fino a Giovanni Paolo II, su 157 Papi soltanto sei figurano tra i santi e dieci tra i beati. I sei santi sono:  sant’Adriano III (884-885); san Leone IX (1049-1054); san Gregorio VII (1073-1085); san Celestino V (5 luglio – 3 dicembre 1294); san Pio V (1566-1572); san Pio X (1903-1914). Tra Celestino V e Pio V, c’è un intervallo di 278 anni mentre tra Pio V e Pio X, l’intervallo è di 342 anni. Ci sono stati, poi, numerosi riconoscimenti di culto da parte della Santa Sede. Ricordiamo, ad esempio, le conferme di culto di sei Papi, concentrate nell’ultimo trentennio del secolo XIX:  quella di Urbano V (1870), di Eugenio III (1872), di Urbano II (1881), di Vittore III (1887), di Adriano III (1891), di Innocenzo V (1898).
A partire dalla canonizzazione di san Pio X, nel 1954, si nota un ritorno a una forte concentrazione di santità papale, con la beatificazione di Pio IX e di Giovanni XXIII, nell’anno duemila, e con l’introduzione delle cause di Pio VII, Pio XII, Paolo VI, Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II, il cui processo è stato iniziato a meno di due mesi dalla morte (2 aprile 2005).
Cosa dire di questa straordinaria serie di Papi esemplari? Si può avanzare un’ipotesi di lavoro. La perdita del potere terreno ha svincolato i Papi da preoccupazioni eccessivamente temporali, per proiettarli verso la loro missione spirituale. Come nei primi secoli, anche il Novecento e il primo decennio del Duemila hanno posto alla Chiesa – sia con la crisi interna del modernismo, sia, soprattutto, con la devastante persecuzione del nazionalsocialismo e del comunismo – la sfida di una cultura atea, indifferente, relativista e sostanzialmente aliena al Vangelo di Cristo.
Le armi spirituali con cui i Papi hanno risposto a questa sfida sono state quelle della verità, della carità e della santità. Il loro magistero ha preso ispirazione e forza dall’annuncio di Cristo, verità e carità divina incarnata. Ma al magistero della parola essi hanno unito il magistero della loro vita personale. È stato il plusvalore della loro esemplarità virtuosa. Non sono stati solo dei maestri, ma anche dei testimoni. Non enunciano solo verità di fede, ma vivono di fede, di speranza e di carità. Ripercorrendo i loro volti, possiamo vedere che le loro diverse personalità esemplificano alcuni aspetti delle beatitudini evangeliche, come la mitezza, la misericordia, la giustizia, la pace, la fortezza nelle persecuzioni, la concordia tra i popoli.
Per questo, nella nostra società globalizzata e percorsa da forti pressioni di cultura atea e laicista, ai Papi oggi viene riconosciuto il ruolo di coscienza morale dell’umanità. Sono essi, infatti, a ricordare al mondo intero la dignità inalienabile della persona umana e della famiglia, richiamando le parole eterne dei dieci comandamenti e del Vangelo di Cristo.
Ma essi hanno risposto alle nostre società sempre più scristianizzate anche con il discernimento e il riconoscimento ufficiale delle virtù eroiche e della testimonianza martiriale dei fedeli. Nel 1867, ad esempio, Pio IX beatificò 205 martiri del Giappone, uccisi nelle persecuzioni tra il 1617 e il 1632. Pio X, nel 1906, beatificò le sedici carmelitane di Compiègne, ghigliottinate nel 1794, durante la rivoluzione francese. In questi ultimi decenni, martiri e confessori eroici della fede costituiscono una ricca galleria di santità cristiana. Giovanni Paolo II da solo ha proclamato oltre la metà dei beati e dei santi saliti agli onori degli altari negli ultimi quattro secoli. È una straordinaria testimonianza offerta dai fedeli ma anche dai pontefici romani, uniti tutti nella fedeltà eroica al Vangelo di Cristo.
In questo contesto, cosa dire di Benedetto XIII? La risposta è univoca. Tutti concordano – anche i suoi detrattori più palesi – nel riconoscerne la vita virtuosa, caratterizzata da un accentuato ascetismo fatto di povertà, penitenza e intenso zelo apostolico.
Pier Francesco Orsini nacque il 2 febbraio 1650, nel palazzo ducale di Gravina, in provincia di Bari. Era figlio primogenito di Ferrante degli Orsini, duchi di Gravina, e della duchessa Giovanna di Carlo Frangipani della Tolfa, la quale poi divenne monaca domenicana a cinquantadue anni, col nome di suor Maria Battista dello Spirito Santo. Nonostante l’opposizione dei suoi parenti, il diciottenne Pier Francesco, nel 1668, emise la professione religiosa nell’Ordine domenicano, prendendo il nome di fra’ Vincenzo Maria e rinunciando all’eredità e a tutti i suoi diritti a favore del fratello Domenico. Venne ordinato sacerdote nel 1671.
Nel 1672, a ventidue anni, fu creato cardinale, accettando tale nomina solo su insistenza del Maestro del suo Ordine e dello stesso Pontefice Clemente x. Nel 1675, fu nominato vescovo di Siponto (Manfredonia), in Puglia. Qui inaugurò il seminario, creò un ospedale per gli infermi e i pellegrini, abbellì la cattedrale. Nel 1680 fu trasferito alla diocesi di Cesena, dove riformò il clero e si distinse per l’efficacia del suo metodo pastorale e per la sua generosità.
Nel 1686 fu nominato arcivescovo metropolita di Benevento, al cui governo presiedette per 38 anni, anche – caso rarissimo – da Papa. Trovò una diocesi in piena decadenza. Il suo predecessore non vi aveva mai risieduto e la disciplina ecclesiastica, la religiosità e moralità pubbliche erano gravemente deteriorate, come disordinate erano le amministrazioni dei vari settori.
A ciò si aggiunse, nel giugno del 1688, un terribile terremoto, che devastò la città, provocando più di mille morti. Lo stesso Orsini uscì dalle macerie miracolosamente illeso. Ma si diede prontamente a organizzare i soccorsi, adoperandosi a sue spese per il restauro del duomo, del palazzo arcivescovile, dell’abbazia benedettina di Santa Sofia, del seminario e dell’acquedotto cittadino, colpiti dal sisma. Fondò l’Ospedale di San Diodato e il Monte Frumentario, che aiutava i braccianti a liberarsi dall’usura. Particolarmente precorritrice, in fatto di giustizia sociale, è proprio l’istituzione nel 1694 di questo Monte Frumentario, con una riserva iniziale di 1.000 tomoli di grano e di 12.663 ducati. Il suo fine era l’assistenza agli agricoltori poveri e lo sviluppo di altre iniziative benefiche, come il Monte dei pegni e il Monte dei maritaggi, che offriva annualmente le doti per le fanciulle povere (le elargizioni continueranno fino al 1925). Tutto ciò contribuì a stimolare lo sviluppo dell’economia agraria.
Le iniziative beneventane dell’Orsini sono impressionanti. È forse utile dare alcune cifre:  visitò, personalmente o per commissione, quindici volte la diocesi di Benevento; consacrò 356 chiese e 1463 altari; organizzò due sinodi provinciali e numerosissimi diocesani; tenne più di quattromila prediche; fondò conventi domenicani e francescani; introdusse nell’arcidiocesi gli scolopi, i carmelitani scalzi, i chierici della dottrina cristiana, i chierici ministri degli infermi; fondò un Monte delle Fabbriche Ecclesiastiche, per finanziare la ricostruzione degli edifici distrutti o danneggiati nei due terremoti del 1688 e del 1702.
Lo storico Gaspare De Caro dà la seguente valutazione:  “L’opera di riforma perseguita per quasi un quarantennio da Orsini nella provincia di Benevento difficilmente potrebbe essere sopravvalutata, se non nei risultati almeno nelle intenzioni e nella intensissima attività:  prova che egli non fu così privo di esperienza delle cose amministrative e politiche e così dedito alle pratiche ascetiche, come poi fu spesso giudicato”.
Il cardinale Orsini fu eletto Papa il 29 maggio 1724. “Andiamo a consumare il sacrificio!” così accolse con disagio la sua elezione, dopo un conclave durato quasi tre mesi. Era stato eletto all’unanimità, nonostante la sua contrarietà ad accettare sia per l’anzianità (aveva già 75 anni) sia per la scarsa conoscenza delle faccende di curia.
Scelse il nome di “Benedetto”, che non era stato usato da tre secoli. Intendeva ricordare il beato Benedetto XI (1240-1304), domenicano, distintosi per umiltà e santità di vita. Papa Orsini era il quarto papa domenicano, dopo i beati Innocenzo V, Benedetto XI e san Pio V.
Il cardinale Juan Álvaro Cienfuegos, in una delle sue relazioni all’imperatore Carlo vi, nel corso del 1724, affermava che le intenzioni del nuovo Papa “sono rettissime e la vita sua lo canonizza per Santo”. E continuava:  “Non sono finzioni le opere di questo Papa, la cui politica è pura santità, non essendo egli avvezzo a trattare con doppiezza, ma bensì di lasciare scorrere dalle labbra ciò che nutrisce nel cuore”.
Durante il suo breve pontificato, Benedetto XIII fu implicato, tra l’altro, nella controversia giansenista, che allora divideva il mondo cattolico. Due importanti prese di posizione concorsero a sbrogliare un poco l’intricata disputa teologica, che agitava quel periodo. Anzitutto il cardinale Ercole Andrea de Fleury, grande uomo politico e devoto alla Chiesa, intraprese diverse iniziative per essere fedele ai contenuti della Costituzione Unigenitus Dei Filius, emanata da Clemente XI nel 1713. In secondo luogo, anche l’arcivescovo di Parigi, il cardinale Louis-Antoine de Noailles, espresse la sua accettazione della Unigenitus, subito seguito dal Capitolo della cattedrale, dalla Sorbona e da alcune Facoltà teologiche.
Nel 1725 il Pontefice inaugurò il Concilio Provinciale Romano nella Basilica Lateranense, alla presenza di 115 padri. Il concilio durò dal 15 aprile al 29 maggio. Nei suoi decreti si ricordava ai vescovi il dovere della predicazione della parola di Dio e ai parroci l’impegno di istruire il popolo, di impartire i sacramenti, di visitare gli infermi, di dare esempio di vita virtuosa.
Sempre nel 1725, Benedetto XIII indisse il Giubileo, diciassettesimo della serie, disponendo che l’evento fosse celebrato senza sfarzo, ma in preghiera, penitenza e raccoglimento. Il Papa stesso si fece devoto pellegrino impegnandosi a visitare i carcerati, lavare i piedi ai poveri, confessare i fedeli.
Nell’ottobre del 1725 istituì una speciale Congregazione sull’Agricoltura, che doveva provvedere alla revisione del bilancio dell’Annona, alla concessione di crediti agrari e di esenzioni fiscali all’industria e al commercio, allo studio e realizzazione di provvedimenti atti a promuovere l’agricoltura, alla stipulazione dei trattati di commercio con altri Stati. Purtroppo l’economia dello Stato pontificio non si avvantaggiò molto di questa innovativa istituzione, per l’infedeltà di alcuni collaboratori.
Desideroso di annunciare il Vangelo alle terre lontane, Benedetto XIII promosse le missioni dei francescani in Messico, Perú, Cocincina e Cambogia; dei cappuccini nei Llanos, nel Bengala, nell’Indostan e nel Nepal; dei gesuiti nelle Indie sia Occidentali sia Orientali, dei domenicani nelle Piccole Antille.
Nel 1727 cercò di appianare il dissidio tra la Sede e gli Stati sardi, accordandosi con Vittorio Amedeo ii sulle immunità e la giurisdizione ecclesiastica. In tal modo si poté provvedere alla nomina per la sede arcivescovile di Torino, vacante dal 1713. Ovviamente, anche questo concordato fu criticato dal mondo politico romano, perché faceva concessioni in materia di immunità e di giurisdizione ecclesiastica.
A proposito della disputa sulle ordinazioni sacerdotali anglicane, intervenne condannando La Dissertation sur la validité des ordinations des Anglais, pubblicata in Belgio nel 1723, da Pierre François le Courayer, tesa a mostrare la validità di quelle ordinazioni.
Nel 1729, indebolito dai digiuni, dalle penitenze e anche dagli strapazzi, volle, ciononostante, tornare a Benevento per consacrare l’antica basilica di San Bartolomeo, ricostruita dopo i terremoti. Tornato a Roma, una fastidiosa influenza lo costrinse a letto. Estremamente debole, il 21 febbraio 1730, chiese il Viatico e verso le quattro del pomeriggio spirò serenamente. Il suo pontificato era durato cinque anni, otto mesi e ventitré giorni.
Benedetto XIII fu un Pontefice pio, semplice e rigoroso e lo si considerò subito in odore di santità. Infatti, nel 1755, fu depositato presso la Sacra Congregazione dei Riti, il “Processo Informativo”, compilato nella curia vescovile di Tortona. Nella stessa diocesi si trova un altro processo, portato a termine nel 1931. Ciò costituisce una probante testimonianza della secolare continuità della fama di santità di Papa Orsini.
La vita di Papa Orsini si svolse tra la seconda metà del Seicento e il primo trentennio del Settecento, un periodo in cui, oltre alla controversia luterana e giansenista, era sempre in agguato lo spirito di prevaricazione dell’assolutismo regio. Nel frattempo si stava addensando la minaccia illuminista.
In questo contesto Papa Orsini, pur non trascurando il suo interessamento negli affari politici, privilegia l’aspetto pastorale e spirituale della sua missione.
È questa la sua vera identità. Egli volle essere la guida spirituale dei fedeli, più che un semplice sovrano temporale. Come tale, fu sollecito nella promozione della spiritualità e della purezza della vita religiosa, dell’amministrazione dei sacramenti e del decoro delle funzioni liturgiche. Si dice che, nei primi sei mesi di pontificato, abbia impartito tutti i sacramenti, come un parroco, e tutti gli Ordini, come un vescovo.
Questa sua intensa attività pastorale e liturgica, esercitata con zelo non disgiunto da cultura, fu essenziale per il rilancio della riforma cattolica. Anzi – a giudizio di Gabriele De Rosa – la cosiddetta “riconquista post tridentina” raggiunse la sua massima espressione proprio durante il pontificato di Papa Orsini e il concilio Romano da lui tenuto nel 1725.
Già durante i precedenti impegni episcopali, aveva attuato quegli indirizzi pastorali che avevano ottenuto unanime consenso:  intensificazione delle visite pastorali e dei sinodi diocesani, cura della formazione del clero, condanna delle superstizioni, vigilanza sui beni ecclesiastici. Si ispirava in ciò alla Regula pastoralis di Gregorio Magno, e alle Visite pastorali di Carlo Borromeo.
L’attività pastorale dell’Orsini influì non poco sui ponderosi volumi dell’opera di Prospero Lambertini, De Synodo Dioecesana (Roma 1748). Per espresso incarico di Benedetto XIII, il Lambertini scrisse anche una istruzione sul dovere dei vescovi di recarsi a Roma, per riferire sullo stato delle loro diocesi, assolvendo così a quella Visitatio liminum apostolorum, così benemerita a tutt’oggi.
Anche per quanto riguarda la promozione dei santi il dinamismo di Papa Orsini non fu di secondaria importanza:  “Pochi Papi – afferma il Pastor – hanno fatto tanto per il culto dei santi, quanto Benedetto XIII”. Oltre ad alcuni beati, canonizzò undici nuovi santi:  san Toribio de Mogrovejo, arcivescovo di Lima, san Giacomo della Marca dei Minori Osservanti di San Francesco, sant’Agnese di Montepulciano domenicana, san Pellegrino Latiosi dell’Ordine dei Servi di Maria, san Giovanni della Croce carmelitano scalzo, san Francesco Solano dell’Ordine dei Minori di San Francesco, san Luigi Gonzaga e santo Stanislao Koska gesuiti. Nel 1728 canonizzò santa Margherita da Cortona dell’Ordine Francescano e l’anno seguente san Giovanni Nepomuceno canonico della Chiesa di Praga, morto martire per non aver voluto violare il segreto della confessione. Sempre nel 1729 pubblicò il decreto di canonizzazione di santa Giuliana Falconieri.
Il suo innato senso di giustizia gli fece prendere misure apprezzabili in campo sociale, come, ad esempio, l’abolizione del gioco del lotto, maligna sanguisuga dei beni di persone poco sagge e troppo corrive. Si adoperò anche per alleggerire le imposte che gravavano sulle classi umili, soprattutto quelle sul macinato, sul vino e sulla carne. Con spirito preveggente, impose la separazione delle malattie infettive, fondando l’Ospedale di San Gallicano, riservato alla cura delle malattie della pelle; l’ospedale per disturbi nervosi; il penitenziario di Corneto per la riabilitazione dei detenuti.
Ovviamente queste iniziative attiravano l’accusa di compromettere il bilancio dello Stato. Tuttavia, il Muratori osservava, al riguardo, che un certo passivo del bilancio pontificio non era una cosa nuova:  “Ne’ tempi del Nepotismo niuno ardiva di aprir bocca; ma sotto sì umile Pontefice animosamente i ministri Camerali vollero […] rappresentare lo stato delle cose, affinché dal di lui buon cuore non si aggiungessero nuove piaghe alle precedenti”.
Non era assente nei giudizi poco lusinghieri l’astio che non pochi avevano nei suoi confronti per aver dato fiducia ai cosiddetti “Beneventani” e soprattutto a Niccolò Coscia, accusato di abusi e di illeciti guadagni. In realtà – come scrive Tobia Granieri – “sulla disonestà del Coscia ci sarebbe da discutere, e tutto il relativo discorso andrebbe inquadrato ed inserito nel panorama dell’opposizione di quelli che venivano estromessi dal potere e dal solito relativo maneggio di beni”.
In ogni caso non si possono addebitare a Papa Orsini, totalmente assorbito dalla sua azione pastorale, eventuali colpe dei suoi collaboratori, nei quali aveva riposto la sua fiducia. La sua non fu debolezza o mancanza di prudenza, ma solo preferenza primaria al suo ministero spirituale e alla propria santificazione e a quella dei sacerdoti e dei fedeli.
Un giudizio sulla persona e sull’opera di Benedetto XIII fu dato da Papa Lambertini, uomo di ampia cultura giuridica e teologica e grande intenditore di santi:  “Non sopportava, se non costretto dalla necessità, di separarsi dal suo amato gregge e di rimanerne a lungo lontano:  ciò che dev’essere la principale cura del vescovo (…). Visitare ogn’anno una parte della diocesi; edificare o restaurare chiese magnifiche; consacrare altari per la celebrazione dei sacri misteri; stabilir pie confraternite; fondare ospedali pubblici ed ospizi per malati; sollevare i poveri, né solo con le rendite ecclesiastiche, ma il più spesso con denaro proprio; rompere alle anime affamate il pane delizioso della parola evangelica; radunare ora concili provinciali ed ora sinodi diocesani; pubblicare le leggi fatte negli uni e negli altri; amministrare egli stesso i sacramenti della confermazione; praticar le cerimonie della Chiesa; trovarsi assiduo a tutti gli uffici divini ed adempiere senza mai stancarsi tutte le funzioni del sacro ministero; tal era il suo piano di vita, tale fu sempre la sua pratica. Per tutto ciò, finalmente, si distinse egli tanto da trovarsene ben pochi che si possano a lui paragonare, e nessuno forse che abbia accoppiato sì gran pietà e zelo in tutto ciò che tocca il culto e il servizio divino”.
È proprio la pastoralità la chiave più idonea per la comprensione della sua vita e della sua opera. Una pastoralità che, facendo leva sull’esemplarità della sua persona, mostra il lato spirituale eternamente valido del ministero petrino.
Papa Orsini, infatti, fu modello di vescovo, di cardinale e di Papa. Ineccepibile fu la sua condotta personale. Le sue passioni erano il Vangelo, il bene delle anime e lo splendore spirituale della Chiesa. La sua pastoralità non è un punto debole, ma un punto di forza della sua figura. Era una specie di Papa moderno, sgravato da eccessive preoccupazioni politiche e tutto dedito alla guida e alla istruzione del popolo di Dio. Anche per Papa Orsini, come per i Pontefici del nostro tempo, l’esemplarità della vita personale costituiva un supporto ineliminabile del suo magistero. Per questo la sua memoria resta in benedizione fino ai nostri giorni.
(©L’Osservatore Romano – 27 novembre 2009)

Annunci
No comments yet

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: