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Pacelli e Roosevelt in nome della pace

15 gennaio 2011

Dialogo e rapporti diplomatici fra Stati Uniti e Santa Sede dagli anni Trenta alla seconda guerra mondiale

Come si concretizzò l’idea di un forte collegamento tra i due Paesi per assistere le vittime delle dittature, i profughi e i perseguitati

È in corso a Roma, all’École française, il seminario internazionale “Le gouvernement pontifical sous Pie XI:  pratiques romaines et gestion de l’universel”. Anticipiamo ampi stralci di una delle relazioni.

di Giulia D’Alessio
Università di Roma La Sapienza

Gli anni Trenta del XX secolo rappresentano un momento di particolare rilevanza nello sviluppo dei rapporti fra Santa Sede e Stati Uniti:  questo, sia con riferimento alla dimensione del dibattito ideale e culturale, con specifico riguardo alle problematiche di ordine economico-sociale, sia per quanto attinente alla sfera delle relazioni politico-diplomatiche.
Gli svolgimenti di questa vicenda, su entrambi i versanti (del resto, fra loro connessi), furono determinati in misura decisiva dalla personalità e dalle scelte di coloro che ne furono i principali protagonisti:  da un lato Pio XI, dall’altro Franklin Delano Roosevelt.
Il 1931, anno della pubblicazione della Quadragesimo anno, costituisce il punto di partenza del percorso che si intende ricostruire, perché fu proprio il confronto sulle istanze relative alla questione sociale e alla elaborazione di risposte all’indomani della Grande Crisi che rappresentò il terreno delle iniziali consonanze di vedute fra Pio XI e Franklin Delano Roosevelt, che di lì a poco sarebbe stato eletto per la prima volta alla presidenza degli Stati Uniti.
Lo sforzo volto a correggere gli errori e le distorsioni di un capitalismo sregolato e l’introduzione, nel discorso legato alla politica sociale, dell’inedito concetto di sussidiarietà rendevano l’enciclica un documento di straordinaria rilevanza agli occhi di Roosevelt. Quest’ultimo dimostrava di apprezzare anche i passaggi relativi all’importanza del salario minimo garantito come fondamento imprescindibile di una politica sociale di supporto alla famiglia del lavoratore. La stima manifestata da Roosevelt nei confronti dell’enciclica sociale rattiana veniva ricambiata dall’alta considerazione che Pio XI aveva del New Deal rooseveltiano.
Il primo rappresentante ufficiale del Vaticano ad avviare il dialogo con Roosevelt, nei mesi successivi alla sua prima elezione, fu Amleto Cicognani, nominato delegato apostolico negli Stati Uniti il 17 marzo 1933.
Significative, in questo contesto, appaiono le parole da lui scritte nel giugno dello stesso anno a seguito del suo primo incontro con il presidente americano:  egli evidenziava l’importanza dell’accoglienza riservatagli alla Casa Bianca, ricordando che mai, prima di allora, a un delegato apostolico era stato concesso un colloquio in tale sede. La rilevanza simbolica, oltre che concreta, di tale evento era messa in luce da Cicognani, che, nel riferire del suo importante incontro con Roosevelt, descriveva un presidente fortemente interessato alla promozione di un processo di riavvicinamento fra la Santa Sede e gli Stati Uniti.
La grande stima dimostrata da Roosevelt verso Pio XI e il suo entusiasmo rispetto ai contenuti della Quadragesimo anno emergono con chiarezza in un passaggio di una lettera inviata da Cicognani al cardinale Pacelli il 15 giugno 1933:  “Dopo un mio accenno alla stampa cattolica che sta seguendo col più grande interesse gli sforzi che egli fa per un riassetto economico e di pace, il presidente ha mostrato di sapere che anche “L’Osservatore Romano” ha avuto parole di lode per lui. Con vero entusiasmo ha parlato del Santo Padre, lodando la larghezza delle Sue vedute, la perfetta comprensione dei bisogni dei popoli e l’opportunità e la bellezza delle Sue Encicliche. Applicando queste alla condizione sociale ed economica del Paese, assicurava che dette Encicliche avrebbero grande influenza sul pensiero sociale ed economico degli Stati Uniti, se meglio conosciute, come constatò personalmente in un discorso tenuto a Detroit per la campagna elettorale:  citando in quella occasione la Quadragesimo anno con lettura di qualche brano suscitò la meraviglia di tutti e fu applauditissimo”.
L’entità dell’inedita politica rooseveltiana di riavvicinamento alla Santa Sede e di condanna delle persecuzioni antireligiose portata avanti dal presidente americano era già stata evidenziata in un articolo de “L’Osservatore Romano” un mese prima dell’incontro fra il delegato apostolico e la massima autorità politica statunitense. Un altro articolo, datato 1° aprile 1934, sottolineava l’attitudine positiva di Roosevelt nei confronti di una politica di collaborazione con la Chiesa basata sul riconoscimento di alcuni fondamentali obbiettivi comuni, da raggiungere, in particolare, nel campo del sociale.
È su queste premesse che trova la sua ragion d’essere il viaggio del segretario di Stato Pacelli negli Stati Uniti, svoltosi nell’autunno del 1936. Questa visita, quindi, a differenza di una lettura che vede in essa il punto di partenza del processo di ristabilimento di rapporti diplomatici fra Usa e Vaticano, rappresentò una tappa, seppure fondamentale, di un dialogo già avviato negli anni precedenti, soprattutto grazie a Cicognani:  questi, del resto, fornì, come si vedrà, un’utile collaborazione al segretario di Stato, anche durante il suo soggiorno in America. Da qui in avanti, comunque, Eugenio Pacelli divenne il principale artefice, attraverso l’elaborazione di una vera e propria strategia diplomatica, del rapprochement fra Usa e Santa Sede.
Le prime notizie dell’arrivo di Pacelli a New York riportate da “L’Osservatore Romano” non facevano trasparire il taglio diplomatico che il viaggio avrebbe assunto. Diverso era l’atteggiamento della stampa statunitense, la quale avanzava varie ipotesi sulle motivazioni del viaggio:  il tentativo di ridare vita ai rapporti diplomatici fra Usa e Santa Sede, la volontà di cercare l’appoggio del governo americano alla battaglia della Chiesa contro il comunismo, oppure la necessità di prendere provvedimenti nei confronti di padre Coughlin (il noto “radio-prete” che, da un iniziale appoggio alla politica rooseveltiana, era passato a una posizione di fiera opposizione).
Pacelli visitò gli Stati Uniti in pieno periodo preelettorale (prima delle elezioni presidenziali del novembre 1936):  egli, durante il suo tour, oltre ai più alti esponenti della gerarchia e alle diverse componenti della comunità cattolica, ebbe l’occasione di incontrare alcune delle più autorevoli autorità della politica e della vita pubblica americana (fra queste Joseph Kennedy, uno dei più importanti promotori del dialogo fra San Pietro e la Casa Bianca); ma l’incontro di gran lunga più importante dal punto di vista politico, fu, naturalmente, quello con il presidente Roosevelt. Tale colloquio si svolse il 5 novembre 1936, dopo le elezioni, anche se Pacelli, inizialmente, aveva in animo di incontrare il presidente nel mese di ottobre, durante la prima fase del suo viaggio.
Perché l’incontro fu posticipato? Le ragioni dello spostamento erano legate alla vicenda politica ed elettorale. Contro il possibile incontro con Roosevelt si levarono, infatti, molte obiezioni e proteste da parte sia dei cattolici che dei non cattolici:  una parte dei cattolici non voleva che il segretario di Stato vaticano incontrasse Roosevelt in quanto considerava quest’ultimo un “socialista”; molti, sia cattolici, sia di altre confessioni, ritenevano che fosse scorretto un incontro con il solo candidato democratico; altri ancora erano comunque contro tale incontro perché questo avrebbe rappresentato un’interferenza della Chiesa cattolica nella politica americana, in particolare in periodo pre-elettorale.
Nei documenti conservati presso l’Archivio Segreto Vaticano troviamo diverse lettere inviate da Cicognani a Pacelli nelle quali si riferisce delle proteste, consigliando di attendere le elezioni prima di incontrare Roosevelt.
Secondo Ennio di Nolfo, il fatto che la visita avvenisse alla vigilia della seconda elezione di Roosevelt fece supporre che fosse dettata dal progetto di offrire un certo appoggio al presidente presso l’elettorato cattolico. Questa ipotesi, probabilmente, non è del tutto infondata:  come abbiamo visto, infatti, già negli anni precedenti si era manifestata una certa sintonia fra alcune posizioni del presidente e quelle della Chiesa. È anche noto che Roosevelt teneva in alta considerazione l’opinione pubblica cattolica, che in effetti ebbe un ruolo fondamentale nella sua rielezione.
Il colloquio del cardinale con il presidente fu riservato:  i giornali statunitensi all’epoca provarono a ricostruirne i contenuti, dalla questione comunista (era da poco iniziata la guerra civile spagnola) a quella del nazifascismo, fino a problemi più specifici (dalle vicende del Messico al “caso Coughlin”); probabilmente (come sottolineato da Gerald Fogarty) fu affrontato anche il tema della possibilità di riallacciare rapporti diplomatici.
Il fatto che l’incontro ebbe luogo in una sede non ufficiale, cioè nella casa della madre di Roosevelt ad Hyde Park, fa capire quanto si volesse evitare una eccessiva pubblicizzazione di tale evento:  tutte le speculazioni giornalistiche sullo svolgimento rimangono, in ogni caso, delle mere ipotesi.
Il viaggio di Pacelli, soprattutto secondo la stampa vaticana, fu indubbiamente un grande successo dal punto di vista religioso. Meno chiari, invece, sono gli esiti dal punto di vista diplomatico-politico.
Nella questione del riavvio dei rapporti diplomatici il cardinale Pacelli aveva svolto un ruolo determinante. Non sorprende, pertanto, che la vicenda sia giunta a un suo parziale compimento proprio durante il primo anno del pontificato di Pio XII. Naturalmente, occorre anche tener conto del momento storico in cui l’evento si realizzò:  la nomina del rappresentante speciale di Roosevelt presso la Santa Sede avvenne solo tre mesi dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale.
Gli Stati Uniti di Roosevelt videro comprensibilmente con grande favore l’elezione di Pacelli a Papa:  se ne trova ampia testimonianza nei più qualificati organi di stampa americani (come, ad esempio, il “Time Magazine”).
Come ricorda Harold Tittman, i rapporti fra il presidente e il nuovo Pontefice erano ormai della massima cordialità. Il giorno dell’incoronazione papale, Roosevelt era rappresentato da Joseph Kennedy:  l’invio dell’importante diplomatico in Vaticano era un’ulteriore dimostrazione della particolare considerazione che Roosevelt aveva per Pio XII. Altrettanto significativa fu la nomina di Spellman ad arcivescovo di New York.
Il piano di una definitiva riapertura dei contatti cominciò a vedere la luce nell’estate del 1939, quando ormai era nell’aria lo scoppio del secondo conflitto mondiale, e venne portato avanti fino alla fine dell’anno. Questo avvenne anche grazie all’impulso di un gruppo di pressione interno all’amministrazione Roosevelt capeggiato dal segretario di Stato Corder Hull e dal suo vice Sumner Welles.
Naturalmente erano ancora presenti difficoltà nel condurre in porto il progetto. L’eventuale apertura dei rapporti con il Vaticano si confrontava con il fondamentale principio di separazione fra Stato e Chiesa, contenuto nella Costituzione americana. Roosevelt aveva intenzione di mandare un inviato speciale presso il Papa, ma per lui era problematico accettare un emissario pontificio col rango di ambasciatore (nunzio) a Washington. Inoltre, gli avversari di Roosevelt temevano che dietro il progetto del presidente vi fosse una manovra elettorale per acquisire il voto dei cattolici nelle elezioni dell’anno successivo.
Servivano quindi delle ottime ragioni  per  ristabilire  un  contatto  diretto fra i due Stati. Quali erano queste ragioni?
Innanzitutto, la Città del Vaticano era un punto d’osservazione privilegiato sulla politica mussoliniana e indirettamente sull’alleato nazista. C’era poi l’idea di un forte collegamento fra i due Paesi per promuovere la pace mondiale. Vi era però un altro aspetto di grande rilievo:  durante l’estate e nell’autunno del 1939 crebbe il peso della “motivazione umanitaria”:  bisognava creare un legame fra i due Stati per assistere i popoli oppressi dalle dittature, i profughi e i perseguitati. Tutta la fase finale della vicenda può essere ripercorsa attraverso la fitta corrispondenza fra le principali figure della politica americana e vaticana.
Il momento di avvio fu costituito da una lettera inviata il 24 luglio 1939 a Corder Hull dal membro del Congresso Emanuel Cellar, rappresentante ebreo di New York. Egli esprimeva preoccupazione per la situazione mondiale e auspicava l’avvio di contatti ufficiali  con  la  Santa  Sede.  Elogiava Pio XII e il suo operato a favore di politiche di pace e di vicinanza ai popoli oppressi dalla guerra.
Il presidente Roosevelt inviò al suo segretario di Stato, il 2 ottobre, un memorandum nel quale parlava del problema dei rifugiati (anche quelli futuri) delle guerre europee, in relazione a un possibile riavvio di rapporti con la Santa Sede. Per la prima volta proponeva di mandare un proprio rappresentante in Vaticano. Va notato che nel memorandum compariva anche il nome di Myron Taylor, come membro del comitato dei rifugiati.
Dopo alcuni incontri di Roosevelt con Spellman e scambi di opinioni dell’arcivescovo di New York con il segretario di Stato Maglione e con Cicognani, nell’autunno del 1939 l’ipotesi di inviare un rappresentante personale di Roosevelt presso il Vaticano aveva ormai preso forma.
Roosevelt scelse, per il delicato incarico, Myron Taylor, un industriale di successo a capo della United Steel Corporation. Della sua personalità vale la pena di sottolineare alcuni aspetti:  era un protestante, e non un cattolico; questo poteva essere al tempo stesso un limite ma anche una garanzia fornita al Congresso in ordine all’equilibrio nei rapporti fra gli Stati Uniti e uno Stato al cui vertice era il capo della Chiesa Cattolica. Inoltre Taylor era già noto a Pacelli, che l’aveva incontrato durante il suo viaggio americano del 1936.
La missione Taylor vene annunciata da Roosevelt al Papa e allo stesso Taylor con due lettere del 23 dicembre 1939. La lunga missiva del presidente al Pontefice è ricca di riferimenti alla drammatica situazione internazionale e al ruolo che la dimensione religiosa poteva svolgere per alleviare le sofferenze delle popolazioni. Il presidente auspicava quindi un rafforzamento della collaborazione fra autorità religiose e politiche per raggiungere il comune obiettivo della pace, e delineava la possibilità di una alleanza di ideali che si sarebbe potuta stabilire e consolidare anche dopo la fine della guerra.
Nel giorno della vigilia di Natale Spellman esprimeva tutto il suo entusiasmo, come cattolico e soprattutto come americano, per l’iniziativa di Roosevelt:  “Come americano che vive, lavora e vuole morire per il bene del proprio Paese e dei propri concittadini, di tutti loro, sono molto lieto del fatto che il presidente Roosevelt si entrato in armonia con la voce di Papa Pio XII grazie al suo appello fervido alla pace fra le nazioni e i popoli. È opportuno che, alla vigilia dell’anniversario della nascita del Principe della Pace, il presidente degli Stati Uniti intraprenda questa azione di pace. Il presidente Roosevelt è il nostro leader, il leader di un popolo libero, determinato a raggiungere la pace per se stesso e desideroso di pace per gli altri. Siamo un popolo che crede nella libertà di religione, di diffusione della verità, di riunione, di commercio e che la esercita e la difende. È opportuno che il nostro presidente, araldo intrepido di questi principi e loro campione, si unisca ad altre forze di pace, di influenza umanitaria e caritativa. Questa influenza è la Chiesa cattolica. Come americano, mi rallegro per questa azione del presidente Roosevelt”.
Pio XII, il 7 gennaio del 1940, rispondendo alla lettera di Roosevelt del 23 dicembre 1939, esprimeva la propria condivisione per le parole del presidente, che prefiguravano il percorso che Santa Sede e Stati Uniti avrebbero potuto compiere insieme nel futuro mondo riappacificato.
Il valore attribuito dal pontefice al sostegno assicuratogli da Roosevelt viene, poi, confermato in una lettera datata 22 agosto 1940; in essa si legge, tra l’altro:  “Nella nostra instancabile ricerca di quella pace che non sarà più… ci conforta molto il pensiero che non resteremo privi del forte sostegno del presidente degli Stati Uniti. È quindi con sincera buona volontà che assicuriamo di nuovo Sua Eccellenza delle nostre peghiere per la sua salute e la sua felicità costanti e per la prosperità e il progresso del popolo americano”.

(©L’Osservatore Romano – 15 gennaio 2011)

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