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Quell’inequivocabile atto di accusa al Terzo Reich

13 gennaio 2011

Il cardinale Eugenio Pacelli e la preparazione dell’enciclica “Mit brennender Sorge” (14 marzo 1937)

“Le gouvernement pontifical sous Pie XI:  pratiques romaines et gestion de l’universel” è il titolo del seminario internazionale che si svolgerà il 14 e il 15 gennaio all’École française de Rome. Anticipiamo quasi integralmente una delle relazioni in programma.

di Thomas Brechenmacher
Università di Potsdam

Lo scritto pontificio “sulle condizioni della Chiesa cattolica nel Reich germanico” (Mit brennender Sorge, 14 marzo 1937) venne introdotto in Germania all’insaputa degli organi di sorveglianza e controllo dello Stato, riprodotto in molte copie e distribuito capillarmente ai parroci; questi ne diedero pubblica lettura ai cattolici tedeschi il 21 marzo 1937, domenica delle Palme, dai pulpiti delle chiese e in molti casi ne consegnarono ai fedeli una copia scritta da portare a casa.
L’operazione ordita in segreto dalla Santa Sede allo scopo di far conoscere in Germania un testo dottrinario del Pontefice diretto contro il regime nazionalsocialista – peraltro l’enciclica non era stata scritta in latino ma, cosa assai insolita, in lingua tedesca – ebbe pieno successo:  la lettera scoppiò “come una bomba”, per usare le parole di un “osservatore francese”.
L’enciclica Mit brennender Sorge non era altro che una condanna generalizzata dei fondamenti ideologici del nazionalsocialismo e della sua prassi di gestione del potere, espressa dal capo supremo della Chiesa cattolica.
Quali furono le tappe che portarono alla sua pubblicazioneUniversità di Potsdam?
Sin dagli anni Sessanta del Novecento, la storiografia ha preso in esame sulla base di atti e documenti la storia della genesi in senso stretto dell’enciclica Mit brennender Sorge; tra i pionieri della ricerca in questo campo vanno ricordati i padri gesuiti Angelo Martini e Ludwig Volk, che già all’epoca avevano avuto accesso alle fonti documentarie vaticane. Decisive per lo stato attuale delle conoscenze sulla genesi dell’enciclica risultano inoltre le annotazioni del cardinale Michael von Faulhaber in merito ai colloqui che i vescovi tedeschi intrattennero a Roma nel gennaio del 1937 con il segretario di Stato Eugenio Pacelli e lo stesso Papa Pio XI. Gli atti della Santa Sede relativi al pontificato di Pio XI (1922-1939) sono stati resi accessibili a tutti gli studiosi nel febbraio del 2003 e nel settembre del 2006. Tra questi, i faldoni della serie “Germania”, posizione 719, fascicoli 312-321, custoditi presso l’archivio della Segreteria di Stato, si dimostrano di particolare importanza per la storia della genesi dell’enciclica.
Il 21 dicembre 1936 Pacelli invitò i tre cardinali tedeschi Adolf Bertram (Breslavia), Karl Joseph Schulte (Colonia), Michael von Faulhaber (Monaco di Baviera) e i vescovi Konrad von Preysing (Berlino) e Clemens August von Galen (Münster) a recarsi a Roma nei primi giorni del gennaio 1937 per “valutare con rapidità” e prendere “decisioni” pertinenti “riguardo agli sviluppi della situazione religiosa in Germania nel suo complesso” e al “suo evidente peggioramento”. Pacelli scriveva che “leggi e provvedimenti profondamente invasivi (…) avevano creato una situazione i cui effetti, senza un intervento tempestivo e unitario dei venerabili vescovi, avrebbero potuto rivelarsi assai gravi”. Nell’invito non si accennava all’idea di redigere un’enciclica.
Tuttavia i vescovi tedeschi avevano pregato Pio XI di esprimere apertamente e pubblicamente la sua opinione in merito nel loro tradizionale indirizzo di fedeltà e omaggio al Pontefice proclamato in occasione della conferenza episcopale di Fulda dell’agosto 1936. Inoltre, la scelta di invitare a Roma determinati vescovi era di per sé un sintomo della decisione pontificia di redigere una lettera pastorale:  era ben rappresentato il gruppo dei vescovi propensi a inaugurare un corso improntato al confronto attivo con il regime nazionalsocialista (Galen, Preysing, tendenzialmente anche Faulhaber e Schulte); del gruppo di vescovi che prediligevano la via diplomatica era invece presente il solo Bertram. Il cardinale di Breslavia aveva tentato invano di far convocare a Roma anche monsignor Wilhelm Berning, il vescovo di Osnabrück che negli anni precedenti aveva guidato la delegazione incaricata di trattare con gli esponenti del regime e che operava in linea con la cosiddetta “politica delle petizioni”, atteggiamento caro anche a Bertram.
Nel corso dei colloqui a cui presero parte i cinque vescovi giunti a Roma (prima il 15 e il 16 gennaio 1937 con Pacelli, infine il 17 gennaio al capezzale del Pontefice già gravemente malato), si concretizzò rapidamente l’idea che il Pontefice dovesse prendere pubblicamente la parola in merito alla situazione tedesca. Fu Pacelli ad affrontare per primo l’argomento nel colloquio del 16 gennaio. Stando agli appunti di Faulhaber, il segretario di Stato si mostrava sempre più propenso a redigere “una lettera pastorale indirizzata ai tedeschi e ai cattolici di lingua tedesca (…) che scenda in mezzo al popolo, che non sollevi polemiche e forse eviti persino di nominare la Germania o il bolscevismo, ogni frase un dogma, che sia il più autorevole possibile e valga anche per il futuro”.
Le fonti non permettono di stabilire fino a che punto il Pontefice e il segretario di Stato avessero concordato di tenere quella linea. I protocolli redatti da Pacelli in merito alle sue udienze dal Papa non riportano note significative sulla genesi dell’enciclica. D’altra parte è noto che già il 19 novembre 1936, Pio XI aveva dichiarato all’assessore del Sant’Uffizio di volersi impegnare personalmente in un’iniziativa volta a condannare le eresie dell’epoca:  nazionalsocialismo, comunismo e razzismo. Dunque il Papa, il segretario di Stato e i vescovi tedeschi erano concordi sulla necessità di un intervento pontificio.
Gli aspetti ancora controversi riguardavano invece le conseguenze che avrebbe avuto lo scritto papale, nonché gli atti da far seguire a quell’intervento:  in modo particolare, non era chiaro come bisognasse reagire al disprezzo mostrato dai nazionalsocialisti verso il concordato tra Santa Sede e Reich germanico e alle continue violazioni degli accordi.
In merito, il cardinale Schulte (Colonia) aveva portato a Roma un documento di base redatto probabilmente da Emmerich David, suo vicario generale nella diocesi di Colonia, in cui, dopo la dettagliata disamina dei pro e dei contro, si sconsigliava di annullare il concordato.
“Non è detto che denunciando il concordato la situazione non potrebbe ulteriormente peggiorare rispetto a ora. Infatti:  1) i provvedimenti che violano al momento il concordato si inasprirebbero se i loro autori non si sentissero frenati dagli accordi concordatari. – 2) Finché resta in vigore il concordato, i diritti primari della Chiesa non verranno certamente toccati, nel timore di urtare la coscienza internazionale; dopo la revoca degli accordi concordatari lo stato totalitario potrebbe rivendicare formalmente il diritto a intervenire in tal senso. – 3) Finché la Chiesa non denuncia il concordato, dando allo Stato motivo per dichiarare rotti gli accordi da parte vaticana, neppure lo Stato può legittimamente annullarlo; in tal modo, e in caso di mutate condizioni, la Chiesa potrà in futuro far valere a pieno titolo i propri diritti sulla base degli accordi stipulati”.
In ogni caso, pur riconoscendosi in questa posizione, tra le opzioni da porre all’ordine del giorno Schulte contemplava anche la “possibilità” di annullare il concordato. Ma a una domanda diretta postagli in merito dal Papa, che tra tutti i partecipanti alla riunione era il più propenso a denunciare gli accordi concordatari, il cardinale sconsigliò di compiere quel passo che, disse, avrebbe solo peggiorato le cose.
Anche Pacelli propendeva per quella ipotesi:  malgrado le delusioni, non respinse mai l’idea che non fosse compito della Chiesa precludere la via alla trattativa, una via che per la Santa Sede era essenzialmente aperta. Partendo da quella posizione – che non va intesa come disponibilità a scendere a compromessi con il nazionalsocialismo – il segretario di Stato si chiedeva se la lettera pastorale del Pontefice non avrebbe fornito ai nazionalsocialisti un motivo per denunciare loro stessi il concordato.
Infine, la scelta unanime cadde sulla lettera pontificia, da redigere seguendo le indicazioni di Schulte, le cui alternative erano conformi sia alle idee di Pio xi che di Pacelli:  “1) Solenne rifiuto delle eresie patrocinate oggi in Germania, formulato con chiarezza secondo il magistero della Chiesa (…) ma senza nominare né il partito, né il regime (…) 2) Rifiuto esplicito del nazionalsocialismo come sistema”. Faulhaber concordava con quella posizione, pertanto era chiaro quale dovesse essere il tenore di fondo dell’enciclica:  “La lettera pastorale del Santo Padre non può essere polemica. Non bisogna nominare né il partito, né il nazionalsocialismo, ma tenere un tono dogmatico, pacato, facendo però riferimento alla reale situazione tedesca”.
Su incarico di Pacelli, Faulhaber stilò la bozza della lettera pastorale tra il 18 e il 21 gennaio nel Pontificio Collegio Teutonico di Santa Maria dell’Anima e la consegnò al segretario di Stato con mandato di usarla e rielaborarla a piacimento. Stando a quanto scrisse nella lettera di accompagnamento alla bozza, il cardinale aveva “omesso i toni polemici, limitandosi a fare delle allusioni”, e dunque non aveva dato motivo al regime di “annullare il concordato”.
Fu Pacelli, all’indomani della partenza dei vescovi tedeschi, a metter mano alla bozza redatta da Faulhaber, rielaborando il testo e facendone l’enciclica pontificia; probabilmente fu coadiuvato dal suo segretario particolare, il gesuita tedesco Robert Leiber, e dal prelato Ludwig Kaas, l’ex presidente del Centro cattolico che viveva “in esilio” a Roma dall’aprile del 1933:  profondi conoscitori della situazione della Chiesa in Germania, avevano avuto entrambi parte attiva nelle importanti decisioni prese dal segretario di Stato sin da 1933. Il Pontefice diede alcune personali indicazioni per la terza e ultima fase redazionale del testo, per poi approvare la versione definitiva.
Pacelli accolse nel complesso i contenuti proposti da Faulhaber così come la struttura della sua bozza, che tuttavia ampliò in alcuni punti fondamentali. Ne attenuò il tono allusivo e rese alcuni passaggi più forti e penetranti, conferendo all’enciclica il suo carattere combattivo, la natura di atto d’accusa, di dura condanna della politica del regime nazista verso la Chiesa. Dai documenti della Segreteria di Stato emerge inoltre che anche la Curia generalizia dei gesuiti, nella persona del generale dell’ordine, il padre polacco Wladimir Ledóchowski, partecipò alla redazione definitiva del testo. Il gesuita contribuì a sintetizzare l’importante paragrafo formulato da Pacelli sul concetto di diritto naturale secondo il dogma della Chiesa e sul rifiuto che ne derivava dell’assioma nazionalsocialista:  “giusto è ciò che giova al popolo”. Il segretario di Stato cancellò dunque il testo che aveva scritto in un primo tempo, agli occhi di Ledóchowski “molto difficile e articolato”, per sostituirlo con la formula proposta dal generale dell’ordine.
Con un brano introduttivo non presente nella bozza di Faulhaber, Pacelli inquadrò l’enciclica nel contesto degli avvenimenti politici che si erano susseguiti sin dal 1933, riallacciandosi in tal modo al concordato:  “Quando Noi, Venerabili Fratelli, nell’estate del 1933, a richiesta del governo del Reich, accettammo di riprendere le trattative per un Concordato (…) e addivenimmo così ad un solenne accordo, che riuscì di soddisfazione a voi tutti, fummo mossi dalla doverosa sollecitudine di tutelare la libertà della missione salvifica della Chiesa in Germania e di assicurare la salute delle anime ad essa affidate, e in pari tempo dal sincero desiderio di rendere un servizio d’interesse capitale al pacifico sviluppo e al benessere del popolo tedesco. Nonostante molte e gravi preoccupazioni, pervenimmo allora, non senza sforzo, alla determinazione di non negare il Nostro consenso. Volevamo (…) dimostrare col fatto, a tutti, che Noi, cercando solo Cristo e ciò che appartiene a Cristo, non rifiutiamo ad alcuno, se egli stesso non la respinga, la mano pacifica della Madre Chiesa. Se l’albero di pace, da Noi piantato in terra tedesca con puro intento, non ha prodotto i frutti, da Noi bramati nell’interesse del vostro popolo, non ci sarà alcuno al mondo intero, che abbia occhi per vedere e orecchi per sentire, il quale potrà dire ancor oggi la colpa essere della Chiesa e del suo Capo Supremo. L’esperienza degli anni trascorsi mette in luce le responsabilità, e svela macchinazioni, che già dal principio non si proposero altro scopo se non una lotta fino all’annientamento”.
Questa digressione sulla recente politica ecclesiastica verso la Germania nazista portava Pacelli a concludere che i tentativi della Chiesa di arrivare a un modus vivendi con il governo tedesco basato sugli impegni concordatari erano falliti. Con queste parole il segretario di Stato indicava al contempo quali fossero gli scopi e le ambizioni dell’enciclica:  la lettera segnava una cesura nella condotta della Santa Sede, dopo che i mezzi consueti della politica non erano riusciti a raggiungere il fine prefissato. Con parole straordinariamente chiare e comprensibili, il testo descriveva inoltre l’atteggiamento di fondo del regime tedesco verso la Chiesa, il quale, scriveva Pacelli, aveva mirato fin dall’inizio a condurre una “lotta fino all’annientamento”. Mit brennender Sorge rappresenta dunque un punto di svolta nella politica vaticana:  ed è l’enciclica stessa a stabilire fin dal principio questa linea interpretativa.
Volendo riassumere i punti salienti dell’enciclica e della sua genesi si può affermare che Mit brennender Sorge non si presenta come un evento isolato, bensì è la logica conseguenza della politica della Santa Sede verso la Germania nazista sin dal 1933. Questa evoluzione – di cui testimoniano anche i risultati degli studi più recenti condotti sul corpus degli atti vaticani finora inaccessibili – presuppone di distinguere tra due linee d’azione:  1) una diplomatica, promossa e sostenuta dalla Segreteria di Stato vaticana sotto il cardinale Pacelli allo scopo di garantire sul lungo periodo la vita della Chiesa nella nuova Germania in tutte le sue forme; 2) una dottrinaria e ideologica, patrocinata dal Sant’Uffizio, la più alta autorità della Santa Sede deputata alla tutela del magistero cattolico, allo scopo di definire la posizione dogmatica della Chiesa nei confronti di un’ideologia neopagana e anticristiana.
La prima linea d’azione generò nel segretario di Stato fin dall’estate del 1936 la convinzione che la via dei patti concordatari intrapresa nel 1933, la via dei negoziati e delle lettere di protesta fatte pervenire al governo del Reich, non avrebbero portato più a niente; la seconda linea d’azione sfociò nella preghiera che il Sant’Uffizio rivolse al Papa nel novembre del 1936 perché questi – il Santo Padre in persona – si esprimesse pubblicamente in merito. Le due linee di condotta confluirono nell’invito rivolto ai vescovi tedeschi di recarsi a Roma nel dicembre del 1936 per discutere sull’atteggiamento da tenere in futuro verso il nazionalsocialismo.
La scelta di redigere una lettera pontificia scaturì dunque da un complesso gioco di scambi tra i protagonisti della politica curiale – Papa e segretario di Stato – e gli esponenti più in vista dell’episcopato tedesco.
Pacelli fu responsabile sia della forma, sia del contenuto dell’enciclica:  fu lui, sulla base della bozza predisposta da Faulhaber e con il sostegno e l’aiuto di molti consiglieri come Leiber, Kaas e Ledóchowski, a determinarne il tenore accusatorio. Il suo ruolo di primo piano si dovette senza dubbio al fatto che Pio XI era limitato nell’attività dalla grave malattia che lo aveva colpito. D’altra parte tra Pontefice e segretario di Stato esisteva un’intesa di fondo, e Pio XI aveva una fiducia granitica nella capacità di giudizio di Pacelli, in particolare in merito alla Germania. Le parole del segretario di Stato erano dunque in sintonia con la volontà papale.
D’altronde, nel testo dell’enciclica è dato cogliere anche tratti di quell’assurdo atteggiamento diplomatico, di quell’estrema cautela che caratterizzava il contegno più generale di Pacelli verso la Germania nazista. Benché l’enciclica stigmatizzi risolutamente l’ideologia e la prassi di governo del nazionalsocialismo in quanto nemici del cristianesimo e quindi dell’essere umano, in nessun passo leggiamo esplicitamente le parole “nazionalsocialismo” o “nazionalsocialistico”; nel testo ci si limita a parlare di “governanti”, di “autorità responsabili” o più semplicemente dell'”altra parte”.
Nel caso dell’enciclica questa genericità, questo “parlare in senso figurato” si devono chiaramente all’esplicita volontà dei vescovi tedeschi di non offrire ai detentori del potere nella Germania nazista pretesti per denunciare il concordato. D’altra parte, quelle parole “figurate” erano talmente chiare che furono comprese molto bene – lo dimostra la brutale reazione del regime che seguì alla lettura dell’enciclica la domenica delle Palme (perquisizioni, sequestri, arresti, chiusura forzata di tipografie e redazioni di riviste cattoliche).
Se tuttavia il regime nazista non arrivò ad annullare unilateralmente il concordato, non fu perché nel testo dell’enciclica non veniva mai citato direttamente il “nazionalsocialismo”. A quanto pare i governanti volevano evitare per ragioni tattiche lo scandalo diplomatico mondiale che avrebbe comportato la rescissione di un trattato di diritto internazionale con la Chiesa cattolica.
Anche Pacelli e Pio XI mantennero dunque la linea di un “confronto senza rotture”, nell’interesse della Chiesa tedesca e dei vescovi che ne avevano fatta espressa richiesta. Dietro questo atteggiamento si celava il timore che la caduta dell’ultimo baluardo giuridico – il concordato – e il richiamo del nunzio avrebbero potuto lasciare la Chiesa e i cattolici in Germania alla mercé dei criminali nazisti.

(©L’Osservatore Romano – 14 gennaio 2011)

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