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Gesù, gli uomini e l’Eucaristia

2 giugno 2010

di Inos Biffi
Nell’imminenza della sua morte Gesù rende i suoi apostoli partecipi del suo corpo dato e del suo sangue sparso. Così, mangiando il pane da lui spezzato e bevendo al calice da lui benedetto, entrano già in comunione con il suo sacrificio. Ma quel gesto di Cristo dovrà essere rinnovato come suo memoriale:  la cena del Signore (1 Corinzi, 12, 20) è destinata ad accompagnare la vita dei discepoli. Gesù la annette alla Chiesa, designata così a condividere il suo destino consumato sulla croce, e a interiorizzare, e quasi a inghiottire, la sua immolazione.
Leggiamo Paolo:  “Il Signore Gesù, nella notte in cui era consegnato, prese del pane e, reso grazie, lo spezzò e disse:  “Questo è il mio corpo, quello per voi. Fate questo in memoria di me”. Allo stesso modo, prese anche il calice, dopo aver cenato, dicendo:  “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me”” (1 Corinzi, 11, 23-25). E, infatti, da subito i cristiani celebrarono quella cena, nella consapevolezza che essa era per loro irrinunciabile.
Ma qual è la ragione di questa annessione dell’Eucaristia alla Chiesa? Tale ragione appare pienamente alla luce del disegno divino, che include l’eterna predestinazione del Figlio di Dio crocifisso e glorificato. Il sacrificio di Cristo non è un episodio fortuito e inatteso, o ultimamente derivante dalla volontà dell’uomo.
A rimproverare la stoltezza dei discepoli di Emmaus e la lentezza del loro cuore a credere alle profezie è lo stesso Gesù:  “Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria? E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui” (Luca, 24, 26-27). Quanto a Pietro, negli Atti degli Apostoli afferma che Gesù di Nazaret è stato consegnato agli uomini d’Israele “secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio”, che “lo ha risuscitato” (cfr. 2, 23-24). Nell’eterno piano divino è, dunque, contenuto il Figlio di Dio predestinato redentore.
In verità, noi non sappiamo la ragione di questo progetto che comporta l’umanità crocifissa e gloriosa di Gesù:  essa appartiene all’insondabile mistero del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Si dirà che la scelta divina deriva dal peccato dell’uomo e si sa che i teologi si sono chiesti che cosa avrebbe fatto Dio se l’uomo non avesse peccato. Senonché, la domanda è semplicemente improponibile, poiché l’agire di Dio non può in alcun modo dipendere dalla determinazione di una sua creatura.
Possiamo invece riconoscere – evitando di addentrarci nelle sterili vie delle ipotesi – tre cose. La prima:  che l’attuale ordine voluto da Dio contiene certamente la dimensione del peccato proveniente dalla libertà dell’uomo (e dell’angelo). La seconda:  che questo peccato non solo non fu capace di far fallire il piano divino, ma era, in ogni caso, “preceduto” dall’amore misericordioso. E la terza cosa:  che quell’amore si è sommamente manifestato nel sacrificio di Gesù. Secondo la prima lettera di Pietro noi siamo stati liberati dal “sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia”, che “fu predestinato già prima della creazione del mondo” (1 Pietro, 1, 19-20).
Questo amore misericordioso è la ragione assoluta e il “principio” del disegno creativo:  Dio crea per rivelarsi come grazia. E la “grazia” originaria è l’umanità risorta e glorificata del Figlio. Detto in altre parole:  il motivo della creazione è il Redentore, o il Crocifisso risorto. Non è, allora, a partire dal peccato che si capisce la redenzione; al contrario, è a partire dalla redenzione che si può “comprendere” il peccato, che trova in lui, “preventivamente”, la sovrabbondanza del perdono.
Ecco perché Gesù appare segnato dalla predestinazione alla passione. Egli viene tra noi per essere “vittima di espiazione per i nostri peccati” (1 Giovanni, 2, 2). La sua umanità porta iscritta la morte redentiva quale condizione ed espressione della sua riuscita. Questa morte non equivale alla sua disfatta né suggella il fallimento del piano di Dio, ma, paradossalmente, ne costituisce e ne proclama il successo e l’esaltazione. L'”innalzamento” di Gesù avvera la sua gloria e lo pone nel cuore dell’umanità e di tutto l’universo (cfr. Giovanni, 12, 32).
Scrive san Tommaso:  “Dio ama Cristo non solo più di tutto il genere umano, ma anche più di tutte le creature dell’universo. Né l’eccellenza di Cristo venne meno per il fatto che lo abbia destinato alla morte per la salvezza del genere umano. Che anzi, per questo egli è diventato un vincitore glorioso” (Summa Theologiae, i, 20, 4, 1m).
Ora, nel cenacolo Gesù istituisce l’Eucaristia perché in essa incessantemente possiamo ritrovare l’umanità crocifissa e gloriosa del Signore. Essa è, così, il sacramento del destino del Figlio di Dio, o la presenza reale dell’iniziale disegno di Dio, avveratosi sulla croce e nella risurrezione, e incessantemente professato e donato alla memoria e all’accoglienza della Chiesa, “finché egli venga” (1 Corinzi, 11, 26).
Ma l’Eucaristia, proponendo la morte e la risurrezione di Gesù, per ciò stesso disvela il destino di morte e di risurrezione che è incluso in ogni uomo.
L’umanità crocifissa e gloriosa di Gesù è l’archetipo esclusivo e imprescindibile di qualsiasi umanità. Tutto è stato creato “per mezzo” del Risorto da morte, “in lui” e “in vista di lui” (cfr. Colossesi, 1, 16). Da qui l’impronta del Crocifisso glorificato particolarmente nell’uomo.
Il Risorto da morte è stato scelto, “prima della creazione del mondo” (Efesini, 1, 4), quale “Primogenito tra molti fratelli” (Romani, 8, 29). Gli uomini – secondo un’espressione particolarmente felice – sono stati “compredestinati” o “impredestinati” in lui, e perciò con la vocazione a rinnovare in se stessi le vicissitudini del Crocifisso o a portare nella propria esistenza la sua immagine.
A partire dal Signore paziente trova inizio e significato la passione di ogni uomo, come comunione alla sua croce. A partire da lui risorto traspare l’esito e il traguardo di ogni morte. Nessun uomo è ideato da Dio ed è chiamato a vivere, se non perché, bevendo al calice del Figlio, rifulga eternamente di uno splendore simile al suo.
Paolo interpreta il battesimo come un essere “intimamente uniti a lui a somiglianza della sua morte”, in vista della “somiglianza della sua risurrezione” (cfr. Romani, 6, 1-11). Il cristiano, in solidarietà con Cristo, è ordinato a condurre un genere di vita che è di con-morte e di con-risurrezione con lui, in cui si rifletta la stessa sorte del Signore, col quale “ci ha risuscitato e ci ha fatto sedere nei cieli” (Efesini, 2, 6). In ogni sofferenza, anche di là dalla coscienza che se ne possa avere, si rinnova e si riproduce oggettivamente il Calvario di Gesù, proteso verso il compimento pasquale:  in ogni dolore e morte umana è seminato il germe della gloria del Signore.
In altre parole:  l’uomo viene alla luce “nativamente” designato a replicare la condizione di Cristo, e quindi a mettersi assolutamente nelle mani al Padre, come lui, quando, nell’estremo della desolazione, gli “offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime” (Ebrei, 5, 7), puramente e totalmente sostenuto dalla indubitabile speranza che, lo avrebbe esaudito, come avvenne nella risurrezione.
D’altronde, non può sorprendere che questo destino sia ìnsito in ogni uomo, se, come abbiamo visto, l’umanità incondizionatamente eletta da Dio fin dall’eternità è l’umanità del Figlio risorto, la sola riconosciuta e la sola oggetto della sua piena compiacenza.
E ora siamo in grado di comprendere in pienezza la ragione dell’Eucaristia. Essa appare istituita e trasmessa alla Chiesa non soltanto come immagine sacramentale e presenza reale della passione e della morte, cioè della “sorte”, di Gesù, ma anche come l’icona della sorte di tutti gli uomini concepiti a similitudine di lui, che estende a essi la sua predestinazione.
Come nell’Eucaristia leggiamo la sorte del Figlio di Dio, così vi decifriamo la nostra vocazione a prender parte alla donazione del corpo e all’effusione del sangue, per diventare “consorti” del Signore.
La Chiesa celebra la Cena del Signore non solo per tenere “fisso lo sguardo su Gesù, che si sottopose alla croce e siede alla destra del trono di Dio” (cfr. Ebrei, 12, 2), ma per percorrere il suo cammino, trasformando la contemplazione in imitazione.
Quello, però, che abbiamo detto sul disegno di Dio, sulla scelta eterna del Redentore, sull’umanità voluta a lui conforme, e sull’Eucaristia sacramento del destino di Cristo e dell’uomo, può essere conosciuto solo alla luce della Rivelazione e quindi unicamente per fede.
La ragione è all’oscuro di tutto questo e infatti rimane allibita e sconcertata di fronte alla passione che segna fatalmente la vita dell’uomo:  resta senza parole specialmente di fronte all’interrogativo sulla sorte finale dell’uomo.
Ne consegue l’urgenza per la Chiesa di predicare il “vangelo” o la “buona novella”, però osservando che Dio in ogni modo e da sempre si prende cura di ogni uomo, e che nessuno mai fu lasciato in stato di abbandono, privo dall’amore del Padre e sprovveduto della grazia di Cristo. Tutti gli uomini, fin dall’eternità, sono stati voluti in questa grazia e nessuno è mai caduto dalla “memoria” di Dio, che è Gesù Cristo. Certo, lui solo conosce per quali vie ogni uomo incontri il Figlio redentore.
(©L’Osservatore Romano – 3 giugno 2010)

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