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Quando Paolo naufragò a Malta

16 aprile 2010

di Fabrizio Bisconti
Un terribile naufragio costrinse la nave, che conduceva Paolo prigioniero verso Roma, ad approdare a Malta. Era l’anno 60 e lì l’Apostolo delle genti trascorse tutto l’inverno, in quell’isola, situata al centro del Mediterraneo, colonizzata dai Fenici e inserita nell’area d’influenza romana sin del 218 prima dell’era cristiana, incorporata nella provincia di Sicilia.
Paolo – come sappiamo dagli Atti degli apostoli (27, 39-28, 10) – fu accolto dagli abitanti locali, che Luca definisce bàrbaroi, forse perché si esprimevano ancora in una lingua legata all’idioma punico, nonostante l’oramai definito processo di romanizzazione. Gli abitanti di Malta, estremamente ospitali, per scongiurare il freddo dell’inverno incipiente, accesero un grande falò, con l’aiuto dello stesso Paolo che, alla ricerca di legname per alimentare il fuoco, fu morso da una vipera, senza conseguenze, talché i maltesi rimasero sbalorditi, pensando, dapprima, di essere dinanzi a un assassino e, poi, davanti a una divinità. Non lontano dal luogo dell’approdo, erano le proprietà del pròtos tès nèsou Publio, di cui Paolo guarì il padre, e così gli altri isolani ammalati accorsero per essere sanati.
Ebbene, i fatti accaduti sono tradizionalmente ambientati nella cosiddetta baia di San Paolo, nel settore nordorientale dell’isola, non lontano dalla piccola chiesa rurale di San Pawl Milqi dalla facciata secentesca, ma già documentata nello scorcio del 1400. La Missione archeologica italiana, avviata, tra il 1963 e il 1968, da Michelangelo Cagiano de Azevedo e ripresa recentemente con la direzione di Maria Pia Rossignani, ha evidenziato nel sito, che dalla preistoria giunge all’età moderna, un insediamento rurale organizzato attorno a un grande edificio, una sorta di fattoria, edificata nella tarda età repubblicana per la produzione dell’olio. Mentre gli archeologi stanno valutando, con estrema attenzione e metodo critico, le deduzioni dei primi esploratori, che discussero – tra l’altro – attorno al rinvenimento di un singolare graffito, dove alcuni riconobbero l’antroponimo Paulus, l’indagine topografica ha ravvisato altri insediamenti rurali nella vallata e ne ha anche individuato l’aspetto polifunzionale, forse collegabile alle estese proprietà di Publio.
La Missione archeologica italiana ha ripreso anche gli scavi di un complesso pluristratificato al centro dell’isola, che sembra prendere avvio nel vi secolo, nel sito di Tas-Silq, con un santuario dedicato alla divinità fenicia Astarte, che si identificherà prima con Hera e poi con Giunone, dando luogo a un culto internazionale, che fece confluire tante ricchezze, tali da attrarre l’attenzione di Verre, che saccheggiò il tempio (Cicerone, in Verrem ii, 4, 103-104; ii, 5, 184). Il lungo e ininterrotto processo di stratificazione, prevede, tra il iv e il vi secolo dell’era cristiana, la costruzione di un edificio di culto cristiano a tre navate, provvisto di un ambiente battesimale, di cui si sono individuate due fasi, attraverso lo studio delle monete interposte tra le due vasche.
Ma il momento paleocristiano – dopo e al di là dell’approdo paolino – è testimoniato dalla cospicua presenza di ipogei funerari cristiani, dislocati specialmente nel suburbio della città di Malta, l’attuale Mdina, proprio nel cuore dell’isola. L’uso di seppellire in ambienti ipogei, già tipico della civiltà punica, è diffuso anche in altri siti dell’isola e pure nella vicina isola di Gozo, dimostrando che tale tipologia funeraria accontentava un po’ tutte le committenze religiose, come dimostrano alcuni ipogei sepolcrali con chiare allusioni iconografiche al giudaismo. Gli ambienti sotterranei mantengono la limitata estensione e le caratteristiche del sepolcreto familiare e assumono le peculiarità della catacomba comunitaria soltanto quando le camere ipogee sono unite da brevi corridoi, come nel caso delle catacombe di San Paolo e di Abbatija Tad-Dejr, nei pressi della città romana, proprio all’esterno del circuito murario, ambedue collegate ad un edificio di culto al sopraterra. Gli ipogei paleocristiani maltesi presentano il singolare sepolcro a baldacchino, che si sviluppa come una sorta di ciborio scavato nel calcare locale al di sopra di un monumentale parallelepipedo, ove si apre la tomba a finestra, in uso nell’isola sin dalla fase punica. Un altro organismo particolare riscontrabile negli ipogei cristiani di Malta è rappresentato dalla mensa circolare, usata per i pasti collettivi di tipo funerario, assai simile a quelle ritrovate nei sepolcreti sub divo di Cornus in Sardegna e di Tarragona. Estremamente rare risultano le decorazioni pittoriche, fatta eccezione per un caso riscontrato nell’ipogeo di Sant’Agata, presso l’odierna Rabat, che presenta una nicchia affrescata con una coppia di volatili, che si avvicinano a due cesti di fiori sotto ad una grande conchiglia, per alludere al mondo paradisiaco. Per il resto, le catacombe maltesi risultano spoglie, prive di apparati epigrafici, tanto che non è facile datare questi monumenti che, comunque, per le caratteristiche topografiche, per le tipologie sepolcrali, per gli elementi ceramici e di corredo, nonché per i rari affreschi di cui si è appena detto, possiamo collocare tra il iv e il v secolo.
I monumenti catacombali e quelli cultuali rinvenuti nell’isola documentano, dunque, una cristianizzazione precoce e radicata, forse proprio dovuta a quell’approdo, a quel soggiorno paolino, che diede avvio ad un processo, che si definisce nel corso del iv secolo, se Giovanni Crisostomo ci parla di una devozione assai fiorente e diffusa nei confronti dell’apostolo delle genti all’indomani della pace della Chiesa.

(©L’Osservatore Romano – 16 aprile 2010)

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