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A settecento anni dall’intervento di Lorenzo Maitani sul duomo di Orvieto

9 aprile 2010

di Alessandra Cannistrà e Laura Andreani

Pensata come un omaggio a Lorenzo Maitani a 700 anni dal suo arrivo nel cantiere della Cattedrale orvietana, la mostra vuole essere soprattutto l’occasione per guardare con occhi diversi alla straordinaria creazione della mente e della mano del grande artefice. È un invito a non attraversare l’immagine nota ma a fermarsi per capirne il messaggio che parla con un linguaggio di estrema attualità dell’inquietudine spirituale, del cedimento della tradizione e dell’ansia profonda e intensa di rinnovamento che fu crisi e speranza per quelle generazioni che, come noi oggi, vissero le ombre e le luci di un’era di mezzo. Riscoprire i contenuti profondi e suscitare nuove riflessioni e ricerche sembra anche il modo più vitale per esprimere il debito di riconoscenza verso Lorenzo Maitani e tutti i maestri che misero la loro arte a servizio di un sogno:  il sogno concepito da una città comune divenuta “papale”, un sogno nutrito insieme di spiritualità e di grandezza che, se pure alimentato dall’ambizione della politica, come artisti seppero trasformare nell’espressione vera e altissima dell’uomo, comunicando attraverso di essa quel riflesso divino dono del cielo alla terra.
Nella complessità della sua personalità artistica e delle sue produzioni, la figura di Lorenzo Maitani ha ispirato, a partire dalla fine del Settecento, un consistente numero di ricerche e di studi:  da Guglielmo Della Valle a Gaetano Milanesi, Ludovico Luzi e Luigi Fumi, fino a Geza De Francovich, August Schmarsow, Enzo Carli, Renato Bonelli, Cesare Brandi, Vittorio Franchetti Pardo, fino ai numerosi e più recenti studi. Grazie al lavoro di quanti si sono appassionati alle lontane e ancora misteriose origini della vicenda costruttiva del Duomo di Orvieto, ha ripreso vita l’immagine storica del grande costruttore di cattedrali, quell’universalis magister rivelato dai documenti dell’epoca. Una figura per molti aspetti mai completamente delineata e forse destinata a rimanere tale per le irrecuperabili lacune delle fonti, eppure un nome certo, solido come i contrafforti che eresse a baluardo del tempio in fieri. Un nome cui ancorare la storia, per certi versi, liquida di questa impresa costruttiva più volte ripercorsa da studi talvolta indotti ad affermare tesi surrettizie o personali ipotesi interpretative. Un nome che i rari documenti scandiscono, reclamano e ripetono con certezza, fin da quel primo registro comunale che annota e motiva il suo incarico a Orvieto:  “perché è stato ed è esperto di contrafforti, tetto e facciata, tutti decorati con bellezza; e perché la facciata deve essere realizzata nella parte anteriore; e perché è esperto in tutti gli altri magisteri e ornamenti necessari alla fabbrica”.
A partire dal 1310 e nel corso dei circa vent’anni in cui diresse il cantiere della Cattedrale Maitani seppe distribuire le sue competenze tecniche e artistiche a tutto campo, in ogni settore della fabbrica, riuscendo a dominare quella crisi, evidenziata dalla storiografia, che avrebbe potuto compromettere le sorti del progetto edificatorio. Egli coordinò le numerose maestranze orientandole e guidandole verso una nuova fase costruttiva che converge in particolare sul nuovo progetto della facciata nella versione tricuspidata, legata al suo nome come segno e simbolo dell’adesione alla nuova conduzione del cantiere.
Certamente una crisi profonda attraversava a quell’epoca ogni aspetto della vita sociale di quelle “terre della Chiesa” e delle loro comunità e fu espressione dell’instabilità politica che aveva colpito quella “città comune divenuta papale” per beneficio dell’itineranza della sede apostolica del secondo Duecento, ma poi declassata dall’avvio della fase avignonese.
La crisi, che fece vacillare le certezze culturali e spirituali di una società in continuo cambiamento di aspirazioni e prospettive, scosse anche le poderose fondamenta della Cattedrale che Papa Niccolò iv aveva posto solennemente nel 1290, ma senza farle cedere. Esse si fondavano infatti non “sull’acqua e la creta” che il Papa arrivò a toccare al fondo dello scavo, quanto sulla tempra solida e fiera delle casate del dominio orvietano, sull’anima stessa di una città-Stato che era giunta al culmine della sua affermazione. Come ricorda la Cronaca di Luca di Domenico Manenti, clero, nobili e popolo, magistrature cittadine e castelli del contado, sono le pietre su cui si fonda e prende avvio la mirabile fabbrica. Furono pietre inizialmente solidali, coese nell’affermare ognuna per l’altra la propria potenza e rispecchiarla in un grandioso progetto.
Non così quelle che venti anni dopo troverà Maitani e che dovrà di nuovo rinserrare, riorganizzare e motivare con nuove ragioni, nuove passioni e nuove speranze. Nel prendere le redini del cantiere Maitani intuì che ogni sua scelta, ogni sua decisione avrebbe potuto offrire alla città fiducia o disincanto, forza o debolezza, speranza o abbandono rispetto alla difficile impresa. Per questo distribuì le sue competenze tra la struttura e il paramento, tra l’alzato e la decorazione, tra la pietra e il bronzo e il mosaico.
Nel quarto registro del bassorilievo del Giudizio Universale, nella teoria di santi, scanditi dai tralci di vite, convergono oranti intorno alla mandorla del Cristo Giudice le figure di un Papa, un vescovo, frati e monaci e quella dell’architetto, costruttore di cattedrali, che reca ancora con sé lo strumento del lavoro, la squadra a coda di rondine:  sono i protagonisti della storia della fondazione e dell’avvio del cantiere orvietano. Non è certo che si possa identificare nell’architetto l’autoritratto di Maitani, ma è certo che, innalzando a tal punto il ruolo dell’artefice esprimeva secondo lo spirito medievale l’essenza stessa della sua missione e sensibilmente trasformava con il suo progetto la Scrittura in architettura.
(©L’Osservatore Romano – 10 aprile 2010)

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