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Inni della Settimana Santa: “Vexilla regis prodeunt”

29 marzo 2010

di Inos Biffi
Incominciano con la Settimana Santa i giorni della prolungata e appassionata contemplazione della Croce. Vi risuona, in particolare, il grande inno del Vexilla Regis. L’autore, Venanzio Fortunato – nato a Valdobbiadene (530/540) e morto vescovo di Poitiers (600/610) -, viene considerato come "il creatore della mistica simbolica della Croce, di cui più tardi si faranno cantori ispirati san Bonaventura o Iacopone da Todi" (Henry Spitzmuller).
La composizione, in dimetri giambici acatalettici, fu cantata la prima volta a Poitiers, nel 568, in occasione della deposizione di un frammento della Santa Croce nella chiesa del monastero a essa dedicata, retto dall’abbadessa Radegonda, che aveva ricevuto quel frammento dall’imperatore Giustino ii.
I versi, pur non privi di qualche enfasi e retorica, sono animati da una fede ardente e pervasi da una profonda ispirazione. E a emergere subito con chiarezza è il senso salvifico della Croce, insieme dolorosa e gloriosa.
Al nostro giudizio terreno, la croce appare un ignominioso strumento di morte, un orrendo marchio di infamia, un segno di insensatezza e di impotenza. Qui, invece, la Croce è esaltata come "il vessillo del Re" (vexilla Regis), come "un luminoso mistero" (fulget Crucis mysterium).
Il pensiero va alla "Parola della Croce", di cui parla Paolo, la quale è "stoltezza per quelli che si perdono", ma "potenza di Dio" "per quelli che si salvano". "I Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza – dichiara l’apostolo – noi invece annunciamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani" (cfr. 1 Corinzi, 1, 18ss). La Croce, dal profilo umano, è quanto di più debole e ignobile si possa pensare; e, pure, Dio l’ha scelta per manifestare la sua sapienza e la sua potenza. Dio ha scelto quel legno funesto come il trono della regalità del suo Figlio.
Pilato credeva di irridere Gesù, presentandolo con una "corona di spine" e con addosso "un mantello di porpora" (Giovanni, 19, 5); in realtà, non faceva che esprimere il sorprendente disegno di Dio, che dall’eternità aveva predestinato come Re dell’universo il Crocifisso risorto e come esemplare dell’uomo l’umanità gloriosa del Figlio morto sulla Croce.
Sorprendentemente, sulla Croce non falliva, ma al contrario, di là da ogni ragionevole attesa, si compiva e aveva successo esattamente la scelta divina, presente da sempre nel cuore della Trinità. A Dante, che contemplava estatico la "luce eterna", parve di intravvedere dipinta nel "lume riflesso", il Verbo, la "nostra effigie" (Paradiso, 33, 131): ossia il mistero dell’Incarnazione. Potremmo precisare: in quel "lume riflesso", era impresso il mistero della passione e della risurrezione del Signore, o il Crocifisso glorioso.
La regalità del Risorto da morte – per il quale tutto era stato ed era voluto – non si giustappose, infatti, a riparare un imprevisto divino, dovuto all’uomo, ma era la ragione per la quale tutto da principio era stato creato. Per questo Venanzio Fortunato può avviare felicemente il suo inno, cantando la luce che risiede e promana dal mistero della Croce.
Al patibolo – prosegue il poeta, fissando il suo sguardo pietoso sui particolari di quella crocifissione – è appeso il corpo del "Creatore del mondo": "Straziato nelle carni / con le mani e i piedi trapassati dai chiodi / vi si è immolato come vittima del nostro riscatto" (redemptionis gratia / hic immolata est hostia).
Poi viene "il colpo di lancia crudele", che "squarcia il suo fianco" (Quo vulneratus insuper / mucrone diræ lanceæ): ne "fluisce sangue e acqua", come da fonte "che lava ogni crimine" (ut nos lavaret crimine / manavit unda, sanguine). Sul fatto si era soffermata l’attenzione dell’evangelista Giovanni, che lo attesta con speciale autorevolezza: la tradizione cristiana vi lesse un evento ricco di simboli: dal Crocifisso, vero Agnello pasquale, scaturisce lo Spirito, e sgorgano i sacramenti, in particolare il lavacro battesimale e il sangue eucaristico.
Lo sguardo è quindi rivolto all’albero della Croce, di cui è elogiata, con profusione un po’ barocca di immagini, la luminosità, il pregio, il profumo, la dolcezza e la fecondità.
In apparenza è uno squallido legno; in realtà è un "albero rivestito di bellezza e di fulgore", "adorno del sangue come di porpora regale" (Arbor decora et fulgida / ornata regis purpura), "scelto tra tutti per essere il tronco degno / di portare membra tanto sante" (electa, digno stipite / tam sancta membra tangere!). Un "albero beato, sulle cui braccia aperte / fu sospeso il prezzo della redenzione del mondo" (Beata, cuius bracchiis / pretium pependit sæculi!), simile a "bilancia", su cui venne pesato il corpo di Cristo, e che strappò la preda all’inferno. Un albero che emana un profumo soave, e stilla una dolcezza più gustosa del miele, e su cui maturano frutti copiosi.
Segue, a conclusione, il solenne saluto alla Croce, e alla Vittima su di essa sacrificata come sopra un altare: luogo dove la Vita sopporta la morte, e la morte elargisce la vita: "Salve, Croce adorabile! / Su questo altare muore / la Vita e morendo ridona / agli uomini la vita" (Salve ara, salve victima / de passionis gloria / qua Vita mortem pertulit / et morte vitam reddidit).
È il paradosso del progetto salvifico: sperimentata dal Figlio di Dio, la morte diviene sorgente di vita: l’onnipotenza divina mirabilmente trasforma uno strumento di rovina in mezzo di redenzione.
"Salve, Croce adorabile – ripete con slancio rinnovato il poeta – sola nostra speranza!" (O crux, ave spes unica); "Concedi perdono ai colpevoli / accresci nei giusti la grazia" (piis adauge gratiam / reisque dona veniam).
Quando apparve il contenuto del "mistero nascosto da secoli e da generazioni" (Colossesi, 1, 26), si rivelò come la gloria del Crocifisso, e come la regalità di Cristo sul trono della Croce. Gesù stesso aveva dichiarato che, una volta innalzato, avrebbe tratto tutto a sé (cfr. Giovanni, 12, 32). E, infatti, tutte le creature, quelle del cielo e quelle della terra, portano l’impronta di Gesù risuscitato da morte, essendo state progettate dal Padre fin dall’origine a sua immagine. "Sul legno avviene la regalità di Dio", canta un verso splendido di Venanzio (Regnavit a ligno Deus).
Non stupisce, allora, che san Massimo di Torino, con esegesi fantasiosa e, pure, acuta e suggestiva, abbia ricercato e rinvenuto "il sacramento della Croce" e la presenza del suo segno nell’intero universo: nella "vela sospesa del marinaio all’albero", nella "struttura dell’aratro, con il suo dentale, i suoi orecchi e il manico", nella disposizione "del cielo in quattro parti", nella "posizione dell’uomo quando innalza le mani": "Da questo segno del Signore è solcato il mare, è coltivata la terra, è governato il cielo, sono salvati gli uomini".
Tutto il mistero che ci avvolge è racchiuso nel Crocifisso glorioso. Tutta la nostra aspirazione è di poterlo comprendere, per poter vivere.

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4 commenti leave one →
  1. davide permalink
    27 settembre 2013 3:31 pm

    Bel testo, però si deve notare la presenza nella maggior parte delle versioni (originale di Venanzio Fortunato, modifica di Papa Urbano VIII) invece di “dona veniam”, cioé “concedi il perdono”, “dele crimina”, cioé “cancella le colpe”.

  2. lodovico permalink
    27 settembre 2013 4:18 pm

    In alcuni riti della Passione il verso conclusivo viene trascritto: “quibus victoriam Crucis largiris, adde premium”.

  3. silvio permalink
    27 settembre 2013 4:27 pm

    Tramite il sacrificio della Croce, Gesù riscatta i derelitti, coloro che soffrono per ingiustizie, gli oltraggiati, ridona speranza.

  4. ercole permalink
    27 settembre 2013 4:38 pm

    Il Crocifisso deve essere strumento di riscatto per i peccatori, speranza di liberazione dai mali che affliggono tutti.

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