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L’ingresso di Cristo a Gerusalemme e la conversione del pubblicano di Gerico nell’arte paleocristiana

28 marzo 2010

di Fabrizio Bisconti

Con la svolta costantiniana, l’arte elaborata dagli artifices cristiani e, in particolare, quella prodotta negli ateliers romani, dove si scolpiscono i sarcofagi per l’aristocrazia dell’Urbe, che aveva abbracciato la nuova dottrina, propone manifestazioni auliche, improntate al clima di tolleranza inaugurato con l’editto di Milano, ma pure influenzate da una sorta di emulazione del cerimoniale imperiale, replicato per una latente vena polemica anticesarea che attraversa, anche nel più sereno frangente della pace, il pensiero della comunità cristiana.
In questo orizzonte figurativo caratterizzato da un’atmosfera trionfale può essere calato il tema gioioso dell’ingresso di Cristo in Gerusalemme, che proprio negli anni centrali del iv secolo trova le manifestazioni più definite sulle fronti dei sarcofagi romani e anche in un riquadro del sarcofago più celebre dell’arte paleocristiana, quello del prefectus Urbi Giunio Basso, morto e sepolto a Roma nel 359. L’ingresso messianico del Cristo a Gerusalemme (Matteo, 21, 6-9; Marco, 11, 4-11; Luca, 19, 32-38; Giovanni, 12, 14-16) viene scolpito su questo e su altri sarcofagi – circa una ventina – conservati a Roma e negli altri centri del Mediterraneo, secondo un’enfasi e uno schema iconografico che, come si anticipava, si modella sull’adventus imperiale, con il preciso intento di contrapporre all’imperatore in trionfo la figura del Christus rex. Per questo motivo, nelle rappresentazioni, vengono tralasciati alcuni particolari, come la ricerca dell’asina e del puledro da parte degli apostoli, per fotografare il momento culminante del racconto, quando il Cristo, vestito di tunica e pallio, monta l’asina, facendo il largo gesto della parola, attorniato dagli apostoli e da un giovane che stende il mantello dinanzi a Gesù, mentre, talvolta, un asinello galoppa tra le zampe della madre, in perfetta coerenza con il racconto di Matteo: "Quando furono vicini a Gerusalemme (…) Gesù mandò due dei suoi discepoli dicendo loro: "Andate nel villaggio che vi sta di fronte: subito troverete un’asina legata e con essa un puledro. Scioglieteli e conduceteli a me" (…) condussero l’asina e il puledro (…) ed egli vi si pose a sedere. La folla numerosissima stese i suoi mantelli sulla strada mentre altri tagliavano rami dagli alberi e li stendevano sulla via" (Matteo, 21, 6-9). L’ingresso trionfale – come si diceva – sembra annunciato da una prefigurazione messianica, per sottolineare il carattere pacifico e umile del regno del Cristo: "Ecco, il tuo re viene a te mite, seduto su un’asina, con un puledro figlio di bestia da soma" (Matteo, 21, 5), che allude a Isaia, 62, 11 e a Zaccaria, 9, 9. Con l’andar del tempo, sullo scorcio del iv secolo, in età teodosiana, ancora a Roma, vennero concepiti alcuni sarcofagi scolpiti con scene cristologiche, disposte secondo una stessa sequenza, che sistema, al centro, la guarigione del paralitico presso la piscina probatica e per questo definiti "sarcofagi di Bethesda".
Ebbene, nei settori a destra della fronte viene riproposto l’ingresso di Cristo in Gerusalemme secondo il consueto adattamento e recupero delle epifanie imperiali e, in particolare, di quelle rappresentazioni che ritraggono l’imperatore a cavallo, accolto da una folla acclamante davanti a una porta della città. Accanto a questa scena, o assemblata a essa, si riconosce un episodio gustoso, legato alla chiamata di Zaccheo, riferita unicamente da Luca (19, 10) e ambientata nella città di Gerico: "Entrato nella città di Gerico Gesù attraversava la città. Ed ecco che un uomo di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere quale fosse Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, poiché era piccolo di statura. Allora corse e salì su una pianta di sicomoro (…) Gesù alzò lo sguardo e gli disse: "Zaccheo, scendi subito, poiché oggi devo fermarmi a casa tua". In fretta scese e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò mormoravano: "È andato ad alloggiare da un peccatore". Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: "Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri e se ho frodato qualcuno restituisco quattro volte tanto". Gesù gli disse: "Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo, il figlio dell’uomo, infatti, è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto"". La letteratura patristica, riguardo a questo episodio, riflette specialmente sulla condizione del peccatore del nostro personaggio; così Tertulliano nell’adversus Marcionem (4, 37), Agostino in alcuni sermoni (14; 25; 39; 113; 174) e Cipriano che, in un’epistula, considera Zaccheo il prototipo del pagano convertito e del peccatore che viene salvato (43, 4, 2). Più in dettaglio, torna sull’argomento Ambrogio nell’Expositio in Lucam, dove Zaccheo viene esplicitamente definito typus populi gentilis, rispetto all’emorroissa considerata ecclesia ex gentibus (6, 59). Le scene della chiamata di Zaccheo e dell’ingresso di Cristo nei "sarcofagi di Bethesda" devono essersi attratte a vicenda per analogia di elementi e non di situazione o di significato. In ambedue i casi, infatti, la scena comporta la presenza di alberi e di uno o più personaggi qui arrampicati. L’unione delle due raffigurazioni si protrarrà nel tempo se si può riscontrare anche in una formella eburnea della cattedra del vescovo di Ravenna al tempo di Giustiniano.
Le vivaci scene dell’ingresso in Gerusalemme e della chiamata di Zaccheo animano l’immaginario letterario, che attraversa tutta la civiltà paleocristiana, sino a toccare quello agiografico, come dimostra una efficace similitudine che Ponzio ideò per rendere la partecipazione della folla cartaginese al martirio di Cipriano: "Mentre usciva fuori dal Pretorio, lo accompagnava una gran quantità di soldati e, perché nulla mancasse alla sua passione, centurioni e tribuni gli stavano a fianco. Il luogo dove subì il martirio è una valle che offre un bello spettacolo, con alberi da ogni parte. Poiché l’ampiezza del luogo e la calca della folla disordinata impedivano la vista, alcuni dei fedeli erano saliti sui rami degli alberi, perché a Cipriano neppure questo fosse negato, di essere visto dall’alto degli alberi, come aveva fatto Zaccheo" (Vita Cypriani, 18, 1).

(©L’Osservatore Romano – 28 marzo 2010 )

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