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Leone XIII e il patrono della Chiesa universale

28 marzo 2010

di Tarcisio Stramare

Ricorrendo quest’anno il ii centenario della nascita di Leone XIII, nato a Carpineto Romano il 2 marzo 1810, è certamente quanto mai opportuno ricordare questo grande Pontefice, ben conosciuto e celebrato per i suoi grandi meriti in campo religioso e sociale, ma altrettanto ricordato dal popolo cristiano per la sua profonda spiritualità, dalla quale egli attinse luce e forza per governare la Chiesa. È ben conosciuta la devozione di Leone XIII verso la Madonna, tenendo conto che ben dieci encicliche sono state da lui dedicate al Santo Rosario. Da questa devozione non va disgiunta, tuttavia, la devozione verso san Giuseppe. Eletto Papa il 22 febbraio 1878, Leone XIII poneva il suo pontificato sotto "la potentissima protezione di san Giuseppe, celeste patrono della Chiesa", e nella Lettera apostolica Militans Iesu Christi Ecclesia affidava a san Giuseppe il Giubileo straordinario da iniziarsi proprio il giorno della sua festa.
Considerata l’importanza delle encicliche, non è senza significato che in esse il Papa invochi san Giuseppe subito dopo l’intercessione di Maria, definendolo "suo purissimo sposo". Così le encicliche Aeterni Patris (1879), Sancta Dei civitas (1880), Diuturnum (1881), Etsi nos (1882), Humanum genus (1884). Anche nell’enciclica Rerum novarum (1891) san Giuseppe è presente come colui che qualifica umanamente Gesù, il quale "benché Dio, ha voluto essere considerato figlio di operaio (Marco 6, 3)".
Lo stesso Pontefice approva la recita dell’Ufficio votivo di san Giuseppe al mercoledì (1883) e stabilisce, inoltre, il 3 marzo 1891, che la festa di san Giuseppe sia di doppio precetto per il Piemonte, la Liguria, la Sardegna e la Lombardia.
La devozione verso san Giuseppe, già notevole sotto il pontificato di Pio ix, conobbe sotto Leone XIII un ulteriore sviluppo, dimostrato dalla nascita e approvazione in quel periodo di numerosi istituti religiosi dedicati al Santo. Segno di questa crescente devozione sono anche le incoronazioni delle immagini di san Giuseppe, avvenute in Francia, Belgio e America, tra le quali è da includere quella della statua di san Giuseppe (30 giugno 1902), a Castello di Caudino d’Arcevia (Macerata), l’unica in Italia. Innumerevole è l’elenco delle confraternite sorte un po’ ovunque. Il 24 settembre 1895, con l’enciclica Cum sicut ad Nos il Pontefice concede le indulgenze per la celebrazione del giubileo della festa patronale di san Giuseppe, da celebrare il 15 dicembre. Egli afferma che "nulla è più gradito, soprattutto in tempi tanto gravi (tam gravibus) per la Chiesa di Dio, che vedere stimolata la pietà dei fedeli verso il celeste suo Patrono e che essa di giorno in giorno ottenga maggior incremento".
Leone XIII ereditava da Pio ix un difficile pontificato, che raccoglieva i frutti delle dannose semine precedenti: il razionalismo, il naturalismo e l’ateismo partorirono il socialismo, il comunismo e il nichilismo. Nel discorso natalizio ai cardinali lamentava: "È ora più che mai la guerra sistematicamente rivolta contro tutto ciò che è cattolico. Non vi è istituzione di tal natura cui, all’occasione, non si attenti con disposizioni o legislative o amministrative. Non sono rispettate nemmeno le pie fondazioni destinate a portare in lontani Paesi i benefici della fede; non le fa sicure nemmeno il diritto meglio provato e riconosciuto delle stesse corti di giustizia, che subito una nuova legge viene a rendere vana tale vittoria".
Il 2 marzo 1889 descriveva così il quadro storico del momento: "Le condizioni generali d’Europa e del mondo sono oltremodo incerte e paurose; e si ripercuotono paurosamente sulla Santa Sede. Priva di una vera sovranità che ne assicuri l’indipendenza, e sottoposta al potere altrui, non può non risentire le incertezze, i pericoli, i danni cui è esposta l’Italia al di dentro e al di fuori. Onde è che ogni agitazione che sorga all’interno e particolarmente a Roma, ogni disastro che la minacci all’estero, fa nascere nei cattolici di tutto il mondo apprensioni, ansietà e timori per la sorte del loro Capo… L’esercizio del ministero episcopale dei nuovi pastori che noi nominiamo soffre indugi ed impedimenti per il così detto Exequatur, che per sistema si differisce sempre di molti mesi…".
Giustificato, dunque, il ricorso a san Giuseppe, già dichiarato patrono della Chiesa universale dal suo predecessore Pio ix, nel 1870, perché, "a quel modo ch’egli un tempo soleva tutelare santamente in ogni evento la famiglia di Nazaret, così ora col suo celeste patrocinio la Chiesa di Cristo copra e difenda".
Poiché col passare del tempo le ostilità contro la Chiesa si erano aggravate sempre più, diventando "i mali maggiori di ogni umano rimedio", il Pontefice decide di incitare il popolo cristiano a una prolungata preghiera, a cominciare dal prossimo mese di ottobre, "da Noi già consacrato alla Vergine del Rosario", nella certezza di "poter trovare nella materna bontà della Vergine un rifugio a tutti i nostri mali". È proprio in questo contesto mariano che Leone XIII inserisce il suo ricorso a san Giuseppe e "a trattare pubblicamente questo tema per la prima volta": "Poiché è molto importante che il suo culto penetri profondamente nelle istituzioni cattoliche e nei costumi, vogliamo che il popolo cristiano riceva dalla nostra stessa voce e autorità tutto l’incentivo possibile".
La devozione mariana si estende così naturalmente a quella giuseppina, nella convinzione che essa non solo non soffrirà detrimento, ma che anzi esistono "buoni motivi per credere che ciò risulterà particolarmente gradito alla stessa Vergine Santa". A questo punto, poiché "la Chiesa si attende moltissimo dalla speciale protezione di san Giuseppe", l’enciclica considera "le ragioni per cui san Giuseppe dev’essere ritenuto Patrono della Chiesa" e le indica "soprattutto nel fatto che egli è Sposo di Maria e Padre putativo di Gesù Cristo".
Ammesso che "la dignità della Madre di Dio è così alta, che non ce ne può essere una maggiore", ne segue che anche san Giuseppe "è partecipe dell’eccelsa dignità di cui Dio l’ha ornata", perché "tra la beatissima Vergine Madre di Dio e san Giuseppe esiste un vero vincolo matrimoniale" e "il matrimonio di fatto costituisce per se stesso la forma più nobile di società e di amicizia e porta con sé la comunione dei beni". Il concatenamento logico è solido e si estende a tutte le conseguenze che ne derivano per san Giuseppe riguardo alla "grandezza, grazia, santità e gloria", tanto più se si tiene conto che egli "grandeggia unico fra tutti per la sua augustissima dignità (augustissima dignitate unus eminet inter omnes), perché, per volere divino, fu custode di Dio (custos Dei fuit) e, nell’opinione di tutti, padre (pater)".
Siamo qui al secondo motivo della grandezza di san Giuseppe, la relazione paterna verso Gesù, alla quale il matrimonio con Maria era appunto destinato. Passando a considerare la santità di san Giuseppe nell’adempimento dei suoi doveri, ecco che nei riguardi di Maria egli fu "testimone della sua verginità e tutore della sua onestà". Nei riguardi della Santa Famiglia, della quale "fu custode legittimo e naturale difensore", "fu lui a tutelare con sommo amore e ansie continue la sua sposa e il Figlio divino; fu lui che provvide al loro sostentamento con il suo lavoro; lui, che allontanò da loro i pericoli, li portò in salvo fuori di patria, e nei disagi dei viaggi e nelle difficoltà dell’esilio fu loro compagno inseparabile, loro aiuto e conforto".
Ma la missione di san Giuseppe non si esaurisce con la sua vita terrena, perché la sua "autorità di padre", si estende per volere di Dio a tutta la Chiesa.
Il matrimonio di Giuseppe con Maria e la sua paternità nei riguardi di Gesù non sono, dunque, solo i titoli della sua grandezza, grazia, santità e gloria, ma sono anche la ragione perché "ricopra ora e difenda con il suo patrocinio celeste la Chiesa di Dio".
Dopo aver ulteriormente illustrato la grandezza e la gloria del "Custode della Santa Famiglia" con la figura e l’opera dell’antico patriarca Giuseppe, il Sommo Pontefice indugia, infine, nell’esortare tutti i cristiani "di qualsiasi condizione e stato" ad affidarsi e abbandonarsi all’amorosa protezione di san Giuseppe: i padri di famiglia, i coniugi, i consacrati a Dio, i nobili, i ricchi, i poveri e gli operai".
Con l’enciclica Quamquam pluries, Leone XIII è stato il primo Papa a tracciare le linee di una teologia di san Giuseppe, definendone chiaramente i titoli che lo inseriscono nella storia della salvezza, ossia della redenzione umana, sia a livello dell’incarnazione, come sposo di Maria e padre di Gesù, sia a livello della vita della Chiesa, della quale è il naturale protettore.
A significare l’importanza dottrinale di questa enciclica leonina e della sua indiscussa validità, nel primo Centenario della sua pubblicazione, il 15 agosto 1989, Giovanni Paolo II non solo ha scritto un’Esortazione apostolica, denominata Redemptoris Custos, ma ha voluto inserirla proprio nel cuore del suo magistero caratteristico, ossia la Redenzione. Ciò significa che la figura e la missione di san Giuseppe fanno parte integrante della storia della salvezza, in stretta unione con il mistero dell’incarnazione (Gesù e Maria) e della redenzione (la Chiesa).

(©L’Osservatore Romano – 28 marzo 2010 )

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