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Il sabato precedente la Domenica delle Palme nella tradizione degli albanesi bizantini in Italia

26 marzo 2010

di Eleuterio F. Fortino

Gli albanesi emigrati in Italia nel secolo xv hanno conservato, nonostante inevitabili e vitali condizionamenti, le loro tradizioni, compresa la lingua e la tradizione liturgica bizantina. La storia di queste comunità nel contesto della situazione culturale dell’Italia meridionale, in particolare della Calabria e della Sicilia, fa constatare che, nei periodi passati di diffuso analfabetismo, la propria cultura è stata trasmessa per mezzo della tradizione orale. Oltre al contesto generale rendeva difficile la condizione culturale di queste comunità la loro stessa complessità: si trattava di gruppi consistenti di gente che parlavano la lingua albanese, che usavano la lingua greca nella liturgia e che, a differenza della maggioranza locale latina, era di tradizione bizantina; inoltre i pochi che potevano frequentare qualche scuola erano obbligati a seguire la lingua italiana, non essendo previsto alcun insegnamento proprio. Soltanto nel 1732 Papa Clemente xii ha potuto provvidenzialmente creare in Calabria un collegio italo-albanese per la formazione del clero. Questa condizione ha sollecitato ulteriormente la propensione congenita delle popolazioni albanesi di conservare e trasmettere oralmente la propria tradizione culturale. Si è costituito così un vero patrimonio trasmesso di padre in figlio nell’ambito familiare e comunitario. Va rilevato che tale trasmissione si è di tempo in tempo arricchita di nuovi apporti, con la creazione di nuove composizioni a imitazione dei moduli tradizionali. Quest’ultimo aspetto è stato rafforzato anche da poeti di un certo rilievo come Giulio Varibobba il quale nella prima opera in poesia pubblicata tra gli Albanesi d’Italia “Gjella e Shën Mërisë Virgjër” (1762) – (“La Vita di Santa Maria Vergine”) – inserì una serie di canti di ispirazione popolare in lingua albanese del luogo che ebbero una grande diffusione e continuano a essere usati tuttora sostanziando la pietà popolare.
Il patrimonio della letteratura orale italo-albanese è stato già da tempo raccolto e registrato nelle storie della letteratura, come constata Giuseppe Schirò junior nella sua “Storia della Letteratura albanese” (Milano 1959, p.22) informando che: “In Italia la poesia tradizionale albanese nei secoli xix e xx ebbe raccoglitori benemeriti, fra i quali ricordiamo De Rada, Camarda, Schirò, Marchianò e Scura”.
Anche le tematiche religiose sono state trasfuse nel folklore che è diventato canale di comunicazione, particolarmente per i momenti centrali dell’anno liturgico come per la passione e per la risurrezione di Cristo, per il Natale e per altre feste. Esiste un ampio e diffuso repertorio con una grande quantità di varianti da luogo a luogo. Questa tradizione è diffusa nell’intera regione balcanica fino alla Romania. Una di queste è la Kalimera di Lazzaro.
Nella Chiesa bizantina il sabato precedente la Domenica delle Palme si commemora liturgicamente la risurrezione di Lazzaro. Il Synaxàrion, il libro dell’assemblea liturgica, così indica la festa: “In questo giorno, il sabato prima delle Palme, festeggiamo la risurrezione del santo e giusto amico di Cristo, Lazzaro, morto da quattro giorni”.
La “memoria” di questo intervento straordinario di Cristo ha grande rilievo liturgico, e kerigmatico. Appartiene al nucleo centrale della fede cristiana: la risurrezione dell’uomo. Nel simbolo niceno-costantinopolitano il fedele professa: “Aspetto la risurrezione dei morti”. Il tema, nelle comunità italo-albanesi, è entrato anche nel folklore religioso.
Nella tradizione popolare arbëreshe alla vigilia di alcune grandi feste, gruppi di giovani sogliono recarsi di casa in casa per cantare inni popolari di augurio, inerenti alla festa celebrata. Tra gli albanesi d’Italia, con termine proveniente dal greco, si chiamano Kalimere (Buon giorno). Sono canti di augurio di buona festa. E nello stesso tempo sono strumenti di una catechesi popolare che serve a cementare la comunità e a trasmettere elementi della propria identità culturale e religiosa.
Alla vigilia del sabato della risurrezione di Lazzaro si canta la “Kalimera e Lazarit”. In essa si narra la storia di Lazzaro, amico di Gesù, morto e risuscitato da Gesù Cristo. A ogni famiglia la tradizione popolare annuncia l’evento, realizzando un incontro che si trasforma in circostanza di gioia e di comunione. In festa.
Di questa kalimera esistono diverse varianti. All’inizio del secolo xx Giuseppe Schirò, docente dell’Istituto Orientale di Napoli (Canti sacri delle Colonie albanesi di Sicilia, Napoli 1907), ne ha raccolte due che sembrano essere la matrice di tutte le varianti.
La kalimera assume i suoi temi dalla narrazione del Vangelo di Giovanni (11, 1-44) e da testi della liturgia. Il primo kàthisma del Mattutino, seguendo il racconto evangelico, descrive l’evento della risurrezione di Lazzaro e gli conferisce il significato di fede: “Impietositosi dalle lacrime di Marta e di Maria, ordinasti di rimuovere la pietra dalla tomba: chiamando il morto lo risuscitasti, spezzando le sbarre della morte, e confermando tramite lui, o datore di vita, la risurrezione del mondo. Gloria alla tua signoria, o Salvatore, gloria alla tua potenza, gloria a te, che con la parola tutto hai creato”.
La kalimera di Lazzaro, in forme più popolari, assume questi elementi e li elabora in versi brevi e orecchiabili, facili a essere compresi, appresi e trasmessi in lingua albanese. Le kalimere vengono cantate con musiche che variano da luogo a luogo. Nella prima strofa il gruppo dei cantori chiede attenzione e indica l’oggetto del canto come “una buona novella”: “Buona sera – buon mattino a darvi son venuto – una buona novella. Un miracolo -fece Iddio davanti a tutti – in Betania”
Quindi il canto racconta che c’era un uomo di nome Lazzaro che aveva due sorelle, “amato da Cristo”. Poi si narra la morte, la sepoltura, il pianto delle sorelle, il rimprovero fatto a Gesù per la sua assenza, perché se fosse stato presente, “non avrebbero perduto” il fratello. Gesù le consola: “Tergete quelle lacrime non abbiate timore perché nel sepolcro Lazzaro dorme. Non abbiate timore – io vi ripeto, io sono la vita – io sono il vero Dio”.
Ma esse sanno che è morto, da quattro giorni ormai e già manda cattivo odore. Quindi Gesù con voce forte chiama Lazzaro a ritornare in vita, che venga a raccontare come è terribile rimanere nel buio della terra nera. “Si levò Lazzaro, uscì dal sepolto, adorò Iddio”. La kalimera al termine dà il suo insegnamento: “Chi vive con fede – e con rettitudine, per risorgere – egli muore”.
La risurrezione anticipata di Lazzaro preannuncia la risurrezione di Cristo stesso e quella di tutti gli uomini. I testi liturgici a cui si ispira la kalimera dichiarano la risurrezione di Lazzaro come rafforzamento nella fede della “comune risurrezione”. L’apolytìkion del giorno ne riassume il senso: “Per confermare la fede nella comune risurrezione, prima della tua passione, hai risuscitato Lazzaro dai morti, o Cristo Dio. Noi dunque come i fanciulli, portando i simboli della vittoria gridiamo a te, vincitore della morte: Osanna nel più alto dei cieli, benedetto colui che viene nel nome del Signore”.

(©L’Osservatore Romano – 27 marzo 2010)

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