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La presunta Italia «anticristiana», la realtà della Chiesa

23 marzo 2010

di Davide Rondoni
Ha ragione Galli della Loggia sul Corriere della Sera. Ma non del tutto. In un editoriale di domenica sosteneva che l’Italia sta diventando sempre più anticristiana. E passava in rassegna le accuse che, spesso con argomenti da bar, si rivolgono alla Chiesa, concludendo che questo fenomeno si registra non più solo a livello delle classi colte e intellettuali, ma largamente anche tra le cosiddette fasce popolari. Certo, Galli non può non vedere quanto un’élite culturale accanita e spregiudicata stia usando i mezzi di comunicazione di massa per inculcare sentimenti anticristiani tra il popolo.

In questo uso fazioso e molto spesso banale dei mezzi che parlano a tutti ci sono responsabilità gravi anche tra coloro che si etichettano come cattolici o amici della Chiesa magari per ottenere un ruolo di comando in quei media. Ci sono avversari travestiti da colombe, e come diceva Eliot, serpenti sui gradini di casa.

Dunque Galli sa e potrà con coraggio, dalla platea di cui dispone, indicare modi e responsabilità di questo continuo attacco che viene portato ogni giorno da élite che pretenderebbero loro d’essere, invece di Dio, la salvezza della vita.

La costruzione di idoli, per quanto grotteschi e fatui, continua a pieno regime, e il tentativo di far fuori Dio dalla scena della vita eliminandone i segni di presenza storica è più violento e ha più munizioni di ieri. Il rivolgimento in senso anticristiano d’Italia, a dire dello storico, va di pari passo con altri, come ad esempio la perdita di rispetto e di onestà nel valutare il passato. In altre parole, il preteso distacco dalla Chiesa e dal cristianesimo s’accompagnerebbe a una maggiore superficialità di giudizio. Questa discussione procede da molto tempo. Già Charles Péguy avvertiva i francesi, nel 1910, che quella generazione era la prima che viveva in una società che veniva "dopo" il cristianesimo. In una società non più cristiana. E furbescamente, violentemente anticristiana.

Quindi Galli ha delle ragioni. Del resto la storia di Gesù mostra che a livello di consenso popolare non gli andò benissimo nell’ora della crocifissione. Il cristianesimo non è innanzitutto una cultura o un certo tipo di società. La fede, come ci testimoniano oggi tanti, troppi fratelli martiri, splende in società anche violentemente contrarie all’annuncio cristiano. Nella storia dei santi il cui volto la Chiesa ci invita a guardare tutti i giorni si trova la gioia di vivere e testimoniare la fede tra gli altri uomini, non necessariamente in una "società cristiana". Anche perché l’aggettivo "cristiano" applicato sociologicamente non è risolutivo. Non ci si salva l’anima e non si vive il gusto del centuplo quaggiù per il fatto di vivere in una "società cristiana". Ma per amore sperduto e contento di Gesù.

E qui forse il ragionatore del Corriere della Sera fallisce il passo. Proprio questa tendenza a misurare la fede sociologicamente (presente fuori, ma anche tra le fila di uomini di Chiesa) rischia di non farci vedere come e quanto la gente del nostro Paese vive e cerca la fede. Molti segni tra il nostro popolo ci mostrano – se vogliamo vedere davvero – che la Chiesa resta e anzi aumenta come riferimento positivo per la vita reale delle persone. Nonostante i giudizi anche taglienti e critici su di essa. Un libro del cardinal Biffi si intitola "La Sposa chiacchierata".

Gli italiani, si sa, sono campioni mondiali di pettegolezzo e di maldicenza. Quindi magari ne parlano male o così così, poi la amano. E con gesti, con parole imparati da questa strana madre si rivolgono al Dio dei cieli e al suo Figlio bellissimo perché siano vicini, in vita e nell’ora della nostra morte. La Chiesa sa di essere anche il volto pieno di sputi di Gesù all’inizio della via Crucis. La sua gloria no, non è come quelle del mondo.

su Avvenire del 23 Marzo 2010

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