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Timori di una nuova invasione dopo il Sacco di Roma in un inedito carteggio degli inizi del Cinquecento

6 luglio 2009

di Paolo Cherubini
Università di Palermo

“Cqui stiamo in gran timore per intendere li Lanzichinet hanno da fare questo transito”. Il Sacco di Roma era avvenuto ormai da un paio di mesi (nel maggio 1527) e la notizia degli orrori che l’avevano accompagnato aveva rapidamente fatto il giro d’Europa dando vita a un vero e proprio fiorire di “lamenti” sulla città eterna. Eppure, ancora nel pieno dell’estate era forte il timore che i soldati tedeschi potessero continuare il saccheggio nelle zone circostanti, ad esempio nei castelli romani lungo la via Appia, da dove, in particolare da Nemi, il 5 luglio Orazio Della Valle scriveva a Lelio Della Valle le accorate parole sopra citate. Questo si legge tra le pieghe di un particolarissimo carteggio sinora inedito e sconosciuto, che vede oggi la luce per opera di Pier Paolo Piergentili e Gianni Venditti, officiali dell’Archivio Segreto Vaticano nel libro Scorribande, Lanzichenecchi e soldati ai tempi del Sacco di Roma. Papato e Colonna in un inedito epistolario dall’Archivio Della Valle-Del Bufalo. 1526-1527 (Roma, Gangemi Editore, 2009, pagine 256, euro 24). Si tratta di un gruppo di documenti di non facile lettura che tratteggiano i rapporti tra le famiglie romane dei Colonna e dei Della Valle, in quegli anni in aperto contrasto con il papato di Clemente vii, e i resoconti dei comandanti delle loro truppe sparse sul territorio a sud e a sud-est di Roma, riguardanti principalmente la regione traversata dalla via Tiburtina sino a Tagliacozzo e ad Avezzano.
La minaccia delle truppe mercenarie al soldo di Carlo di Borbone domina la scena sin dalle prime pagine pur restando in sottofondo, sospesa tra le aspettative di rivalsa contro i nemici interni ed esterni e la paura per il saccheggio indiscriminato. Nell’iniziale atteggiamento di cauta e imparziale attesa fa presto breccia un senso di viva preoccupazione per quello che si va sempre più delineando come un reale pericolo pronto ad abbattersi su chiunque. Infine si fa strada la certezza che nulla potrà fermare la marea in piena di una truppa da tempo senza soldo e che fatica a riconoscere un proprio capo.
L’edizione, agile e di piacevole lettura, è corredata dalla riproduzione integrale di circa la metà dei testi pubblicati – ventitré tavole su cinquantatré tra lettere e semplici dispacci – secondo lo schema della collana Documenti rari e curiosi dall’Archivio Segreto Vaticano in cui essa è inserita e che ha già visto la stampa degli Statuti dei Mazzieri pontifici del 1437. Un’accuratissima introduzione storica permette di seguire quasi giorno per giorno i mutamenti del generale quadro politico e militare all’interno del quale s’inserisce la vicenda che vede protagonisti i corrispondenti. L’imponente ricorso alle fonti, con l’indicazione della tradizione quasi completa di documenti spesso noti agli studiosi soltanto attraverso generiche citazioni (magari da semplici copie) da parte di storici del tardo Ottocento e del primo Novecento, è di enorme utilità:  oltre a dare la cifra del grandissimo lavoro di spoglio che accompagna un’edizione solo apparentemente di carattere erudito e locale, è certo che esso fornirà in futuro agli studiosi la possibilità di indirizzare le ricerche su questo importante periodo storico lungo sentieri sempre meno occasionali e precari. La serie dei profili biografici premessi all’edizione vera e propria – oltre a tratteggiare veloci ma puntuali medaglioni degli autori delle lettere e dei principali personaggi citati – permette di orientarsi nel difficile e spesso assai complicato intreccio di legami familiari e dinastici che unisce all’inizio del Cinquecento gli esponenti delle diverse casate romane.
Ma, prima ancora che per il fatto di essere una nuova e preziosa fonte storica, il pregio di questo carteggio si misura nella sua natura di testo tipico della letteratura bassa, espressione di ceti culturalmente intermedi quando non addirittura medio-bassi. Proprio in un momento in cui la scrittura dei messi diplomatici e dei nunzi giunge a maturazione e diviene altamente professionale – tanto nella sostanza sempre più attenta ai movimenti politici (e dove vengono progressivamente abbandonati i riferimenti a vicende personali e familiari), quanto nella forma che, ove non ricorre ancora a quello strumento sempre efficiente che è la lingua latina, un po’ ovunque in Italia si adegua al registro elevato del dialetto toscano – le scritture private di personaggi come quelli che emergono dall’Archivio Della Valle-Del Bufalo, spesso rudi e avvezzi alla vita del soldato, danno il gusto del sentire popolare attraverso espressioni talora triviali e comunque di notevole efficacia. Così accade nelle parole con cui Lelio Della Valle teme che il cardinale Pompeo Colonna non intervenga in favore della sua famiglia, che suonano:  “Ongie cosa è andato et va al bordello” (a Fabrizio Della Valle il 18 novembre 1526), o nell’incisiva descrizione che un anonimo fa del ferimento dell’Orsini:  “Lo signor Jovan Pavolo fo ferito a dì 18 la sera in uno costione, con un grannettone ne la trippa” (a destinatario sconosciuto, il 19 febbraio 1527).
Se, d’altro canto, la scrittura degli ambasciatori è di solito particolarmente attenta alle voci per lo più sotterranee e appena sussurrate delle corti (particolarmente presenti in quella di Roma), i resoconti dei comandanti e dei nobili romani fanno invece frequente ricorso allo spionaggio:  “Sopratucto tenite bonissime spie da ogne banda et intendete et advisate” (Ascanio Colonna a Lelio Della Valle il 22 novembre 1526). Anche l’oggetto delle preoccupazioni dei nostri corrispondenti tende a spostarsi rapidamente dalle vicende politiche – che per quanto riguarda i Colonna hanno sempre anche carattere ecclesiastico oltre che familiare – a quelle militari, con particolare coinvolgimento emotivo per la rovina dei possedimenti nemici. Ad esempio “Lo sacco de Arsoli – che parteggiava per il Papa e quindi per la fazione avversa a Colonna e Della Valle – à passato 5.000 ducati, et lo havemo abrusciato ad ciò non li menta el nome” (Lelio Della Valle a Fabrizio Della Valle il 22 novembre 1526). Grande inoltre è la preoccupazione per la gente dei propri domini, così duramente provata dalla guerra:  “Li homini della valle stando con gran suspetto de esser dannigiati et intendo ch’el bestiame lo hanno retirato in li monti verso Scandriglia” (Clemente da Albano a Lelio Della Valle il 23 novembre 1526). L’uccisione di alcuni uomini a Cave da parte del nemico (“li Scuivizari”, cioè gli Svizzeri), a sua volta, riporta alla mente gli eccidi perpetrati dagli infedeli in tempi lontani e recenti:  “In Cave li Scuivizari ànno amazati cierti hommini de Cave. Portamenti fanno de’ Turchi” (Lelio Della Valle a Fabrizio Della Valle l’11 novembre 1526).
La vita quotidiana è comunque sempre presente e preme anche nei momenti più tragici attraverso la corrispondenza epistolare di chi appartiene comunque a un ceto di sottoposti. E così, accanto alle espressioni con cui si comunica l’improvvisa malattia della figlia di Domenico Massimi che si sospetta sia peste (Pietro Paolo Santini a Lelio Della Valle il 21 giugno 1527), fanno la loro comparsa la notizia che “lo vostro vino è salvo” (Cesare de’ Cesari a Lelio Della Valle il 1 novembre 1526) o che “lo vostro mulo vecchio è morto de ciamorro” (Pietro Paolo Santini allo stesso Lelio il 4 aprile 1527). Quando il pericolo appare momentaneamente lontano e di fronte alla possibilità dell’arrivo del signore nella casa di Frascati, il fattore pensa all’aquisto di vino a buon prezzo:  “Se io sapessi che la voluntà vostra fossi de stare qui, io mandarìa per una botte de vino a Belletri perché lo danno per tre carlini lo barile” (ancora il Santini al Della Valle il 24 giugno 1527). In conclusione, l’edizione offerta oggi dai due officiali dell’Archivio Segreto si rivela fonte ricca sotto molteplici aspetti, ben inquadrata nel periodo storico e ben corredata dei migliori strumenti bibliografici.

(©L’Osservatore Romano – 6-7 luglio 2009)

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