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Storie di conversione: Sigrid Undset

6 luglio 2009

di Claudio Toscani

“È venuto a cercarmi nel deserto”:  così Sigrid Undset, narratrice e saggista norvegese (1882-1949) e premio Nobel per la letteratura nel 1928, descrive il suo incontro con Cristo. È il momento determinante della sua conversione al cattolicesimo, poco più che quarantenne, culminata nel 1924 durante un viaggio a Montecassino, dopo aver seguìto consigli e preparazione del padre Karl Kjelstrup.
Una conversione non folgorante, e neanche romantica (nel senso di estetico-decadente o sentimentalmente estenuata) così come non filosofica né di razionalistico ripudio ma, dicono gli studiosi – padre Ferdinando Castelli, ad esempio, o un illuminato intellettuale poeta come Davide Rondoni – dopo inquietanti esperienze giovanili e un lungo percorso di maturazione religiosa.
Una conversione del cui preparatorio iter spirituale è assente ogni diretta documentazione:  non una crisi mistica, dunque, ma un lungo, serio, “agostiniano” cammino verso un progressivo svelarsi della “realtà dell’eternità e dello spirito, e della provvisorietà del tempo e dei fenomeni”.
Ma non è che l’opera non parli, anzi, si può trovare a ogni pagina, da un certo momento in poi, ovviamente, lo stigma del dono:  “Allora a Kristin – si legge nel libro maggiore della Undset – si svelarono in tutta la loro verità le parole dell’insegnamento divino (…) Una riconoscenza infinita le gonfiava il cuore, poiché ora sentiva che, nonostante tutto, la sua anima inquieta si illuminava pallidamente dei riflessi dell’amore che aveva acceso l’anima del padre:  calmo e luminoso come il cielo al limite del lago”.
Nata a Kalundborg, in Danimarca, da madre danese e padre norvegese, alla scomparsa del genitore, celebre archeologo, l’undicenne Sigrid è costretta a lasciare gli studi e a impiegarsi presso una azienda di commercio di Oslo. Dieci anni dura per lei questo poco soddisfacente lavoro, fino a quando, pubblicati i due suoi primi libri (Madame Marta Oulie nel 1907, e L’età più bella l’anno successivo) decide di dedicarsi interamente alla scrittura. L’amore umano, l’essere donna e la famiglia, sono i suoi primi, ma poi ricorrenti temi.
Durante un viaggio a Roma incontra il pittore Andrea Svarstad e lo sposa nel 1912, ma deciderà di lasciarlo, madre di tre figli, nel 1919. Prima del grande evento del 1925, da Poveri destini (1912) sino al capolavoro assoluto Kristin, figlia di Lavrans (la trilogia del 1920-1922), la Undset trascorre dal mondo delle antiche saghe nordiche al mondo contemporaneo, ferme restando un’idea profonda e severa della vita interiore, la difesa delle peculiarità femminili e la concezione religiosa della vita.
Dentro il risveglio spirituale postbellico dopo la prima guerra mondiale, che in quei Paesi nordici a larghe libertà civili andava configurandosi tra approfondimento dell’ortodossia luterana, reviviscenza di ordini riformati, evoluzione morale di certo femminismo, misticismo popolare esente da dogmi, la Undset sceglierà un non formale ritorno alla Chiesa romana. Dal momento che il problema religioso si era insediato al centro della sua creazione artistica – c’è chi a tal proposito ha ricordato il celebre dilemma di Barbey d’Aurevilly:  “Il colpo di pistola o la Croce” -, se non è possibile affermare che tale dilemma si sarebbe stemperato nella certezza della nuova fede, stavano comunque apparendo in lei, di libro in libro, un profondo lavoro di rinnovamento interiore, il tenace orgoglio neofita, l’imperativo morale e i postulati metafisici cristiani. È il dramma della coscienza a imporsi ormai nella sue pagine:  l’antitesi tra amor sui e amor Dei, eternamente attuale nell’anima umana, che tra gioie, sofferenze, speranze e sconforti acquista, prima, senso di graduale, faticosa, oscura realtà ultraterrena; poi, di presente certezza dell’eterno. Vive un tempo di iniziale agnosticismo, sia pure nata e cresciuta in ambiente luterano, la Undset, non assorbita più di tanto dalla cultura laica del momento, tra evoluzionismo, scientismo e positivismo. Comunque non crede in Dio, nega la divinità di Cristo (“genio religioso”, non altro), considera la Chiesa una “pittoresca rovina” e la religione un “affare di gusto”.
Seguono poi anni di dubbi tormentosi, studi appassionati e di sismiche epifanie intellettuali, ideali, speculative e spirituali. A cominciare dalla scoperta della presenza del cattolicesimo nella Norvegia del basso medioevo; non furono le imprese dei vichinghi, ma i contatti con l’Europa e l’assimilazione della civiltà cristiana a integrarla con il resto del continente.
L’esclusivo umanesimo dei “teofobi” si sgretola di fronte all’avanzante verità e bellezza della fede cattolica. Ogni conversione è un insindacabile tocco della Grazia, ma la Undset confessa che fra i segni tangibili del suo accostarsi al cattolicesimo c’è quello della “solidarietà umana così assoluta fra le cellule viventi del corpo mistico di Cristo”; c’è la convinzione che “Dio ci ha salvati prendendo la nostra carne e il nostro sangue”; c’è l’evidenza che nel culto dei santi e della Vergine sta “la realizzazione delle intenzioni di Dio su di noi”.
E ci sono l’onore e la dignità che la Chiesa cattolica riserva alla verginità, nonché la certezza che “in Cristo, Dio ha fondato la sua Chiesa quale agli uomini occorreva”. Sul piano storico, poi, senza la presenza del cristianesimo, nel Nord come ovunque, il mondo sarebbe stato solo teatro di violenza, di sopraffazione e di menzogna, mentre eccessi, dolori, peccati e altre umane traversie trovano la loro più valida alternativa nella Parola della carità, della verità e della speranza.
Nel periodo in cui la Undset conferisce alle sue opere maggiori la potenza delle geniali creazioni dello spirito, oltre a un’impressionante intensità rappresentativa, la sua vita religiosa si manifesta con l’avvincente verità di una conquistata santificazione dell’anima. Pur ispirandosi ampiamente al mondo della saga – sin da adolescente lei si era nutrita, sulle orme del padre, di medioevo nordico “crescendo nella storia” – queste opere, sia per struttura e per atmosfera che per stile, sono percorse da quell’inesausto respiro simbolico in cui solo culminano espressioni e complessità di eterno significato umano.
Ritmo epico e splendore di vita; passato vichingo e patrimonio leggendario; studi storico-scientifici e tradizione pagana dei popoli scandinavi:  ecco i piani e le prospettive che si erano incontrati in lei e nella sua cultura con la dottrina cristiana, rivelando una forza spirituale viva e operante, oltre allo stimolo per una più profonda coscienza civile e sociale. Non la frattura ma il compimento; la correzione e il progresso anziché la cesura o la censura.
Il 1928 è l’anno del Nobel. Termina con queste parole la motivazione del riconoscimento:  “È nel pieno sviluppo del suo ingegno che Sigrid Undset lo riceve, omaggio reso a un poeta il cui genio non può avere le sue radici se non in uno spirito veramente grande e potentemente organizzato”.
Fino allo scoppio della seconda guerra mondiale la vita della Undset è colma ma serena. Romanzi ancora storici, ma anche romanzi contemporanei, raccolte di saggi, un’opera autobiografica e altre di memoria.
L’evento bellico la annienta. In seguito all’occupazione tedesca della Norvegia nell’aprile del 1940 – già dagli anni Trenta fiera oppositrice di Hitler – è costretta all’esilio, prima in Svezia, poi in America. Perde un figlio in guerra e una figlia per malattia. Quando torna in Norvegia, nel 1945, vive ancora quattro anni, ma senza più scrivere una sola parola.

(©L’Osservatore Romano – 6-7 luglio 2009)

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