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Jeanne Émilie de Villeneuve una madre per i diseredati

6 luglio 2009

“Andiamo dove la voce dei poveri ci chiama”. È l’invito che Jeanne Émilie de Villeneuve era solita rivolgere alle sue “suore blu”, come erano conosciute, per via dell’abito, le religiose della Congregazione dell’Immacolata Concezione di Castres. Un invito risuonato nel pomeriggio di domenica 5 luglio, nel Parc de Gourjade di Castres, in Francia, dove il prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, l’arcivescovo Angelo Amato, ha presenziato, come rappresentante del Papa, alla celebrazione  nella  quale  è  stato  inserito il rito della beatificazione della fondatrice.
La messa è stata celebrata dall’arcivescovo di Albi, monsignor Pierre-Marie Carré poiché l’arcidiocesi ha unito nel 1922 i titoli della stessa Castres e di Lavaur. Dopo la lettura, da parte di monsignor Amato, della lettera con la quale Benedetto XVI aggiungeva il nome di Jeanne Émilie nell’elenco dei beati, monsignor Carré ha tratteggiato il profilo della religiosa soffermandosi su quello che ha definito il segreto della sua vocazione:  “Aver riconosciuto la propria debolezza e la propria fragilità e di essersi affidata con umiltà a Dio, come esprime così bene il suo motto:  “Dio solo”, poiché Dio solo può trasformare le situazioni e le persone. Dio solo può realizzare grandi cose. Questa convinzione l’ha sostenuta anche quando molte persone dubitavano di lei e le rivolgevano rimproveri. È in questo stesso spirito che, dopo aver vissuto nella povertà, cercando di obbedire a tutto ciò che le veniva richiesto, ha dato le sue dimissioni da Superiora Generale per concludere la sua vita semplicemente in mezzo alle sue sorelle”. Dunque sono stati il suo legame stretto di comunione con Dio e il suo profondo scambio di amore con lui, ha aggiunto il presule, ad averla resa libera di andare laddove la carità di Cristo la spingeva. “Egli le ha permesso azioni audaci e scelte intrepide, come quella di mandare subito tre sorelle in missione in Senegal in un’epoca in cui il clima e le malattie erano causa di morte per molti di coloro che partivano per l’Africa”.
Per rispondere alla chiamata del Signore e mettersi al servizio dei poveri “si è privata di ciò che le avrebbe potuto assicurare un futuro tranquillo. Si è sottoposta a ogni sorta di fatica e di privazione. Ha rinunciato a tutto ciò che potrebbe sembrare umanamente attraente e promettente”.
“Siamo in molti – ha detto avviandosi alla conclusione – a vivere in modi diversi un servizio agli altri. Con la sua beatificazione, Jeanne Émilie ci viene data oggi quale esempio. Che la sua intercessione ci rinnovi nell’ascolto dello Spirito Santo per fare di noi “persone mosse innanzitutto dall’amore di Cristo, persone il cui cuore Cristo ha conquistato con il suo amore, risvegliandovi l’amore per il prossimo”, seguendo quello che scrive Benedetto XVI nella sua enciclica Deus caritas est (n. 33)!
“Jeanne Émilie de Villeneuve ha provato fin dalla sua infanzia un amore filiale per la Vergine Maria. Questo amore l’ha spinta a voler imitare le sue virtù e a dare alla congregazione nascente il nome di Immacolata Concezione, quasi vent’anni prima della proclamazione del dogma da parte di Papa Pio ix”.
Le “suore blu”, che ne hanno raccolto l’eredità spirituale, sono oggi presenti in Europa, con case in Francia, Spagna e Italia; in Africa, in America Latina e in Asia, dove nel 1998 hanno aperto una casa nelle Filippine, la fondazione più giovane.
“Dio solo” fu il motto di questa donna nata a Tolosa il 9 marzo 1811 e che trascorse infanzia e adolescenza nel castello di Hauterive, nei pressi di Castres, dove sua madre, malata, si era trasferita per curarsi. All’età di 14 anni perse la madre e dopo tre anni la sorella Ottavia, per cui dovette aiutare il padre, divenuto sindaco della città, nella cura della vita familiare, fino al 1836, anno in cui fondò la congregazione di Nostra Signora dell’Immacolata Concezione. Le sue suore si misero al servizio di giovani operaie, malati, prostitute e detenuti. Nel 1854, l’epidemia di colera raggiunse Castres:  Jeanne Émilie ne fu contagiata e morì il 2 ottobre, ultima vittima cittadina della pandemia.
La comunità diocesana di Albi si è preparata alla beatificazione con incontri di catechesi e di riflessione incentrati sulla santità, declinata nei compiti quotidiani, spesso umili e nascosti, e vissuta nell’ascolto della Parola di Dio e nell’azione in favore della giustizia, della pace e della dignità di ogni membro della famiglia umana. Nella cittadina di Castres si sono svolti in questi giorni concerti, veglie di preghiera e altre manifestazioni cui hanno aderito anche i Paesi in cui la congregazione è presente.

(©L’Osservatore Romano – 6-7 luglio 2009)

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