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Churchill come Hitler?

6 luglio 2009

di Gaetano Vallini

Già nella spiegazione del titolo, Cenere d’uomo, Nicholson Baker compie un errore:  “Il titolo – scrive – deriva da un’espressione di Franz Halder un riottoso ma condiscendente generale di Hitler. Halder disse nel corso di un interrogatorio che quando fu rinchiuso ad Auschwitz, verso la fine della guerra, vide fiocchi di cenere portati dal vento nella sua cella. E li chiamò cenere d’uomo”. Ebbene non risulta che Halder sia mai stato ad Auschwitz:  è stato detenuto a Dachau e a Flossenburg. Una svista? Possibile. Peccato però che il libro (Milano, Bompiani, 2009, pagine 530, euro 20) è tutto fatto di citazioni – di trasmissioni radiofoniche, appunti, memorie, dichiarazioni pubbliche soprattutto stralci di articoli di giornali – che Baker usa peraltro molto disinvoltamente per dimostrare la sua tesi decisamente revisionista, mai dichiarata ma oltremodo esplicita:  la seconda guerra mondiale poteva essere evitata o quantomeno finire molto prima; se così non è stato, la colpa è in primo luogo di Winston Churchill, che rifiutò gli approcci di pace di Hitler dopo l’invasione della Polonia, seguito da Franklin Delano Roosevelt, che non fece altro che provocare i giapponesi.
Nella traduzione italiana del titolo questo aspetto, per nulla secondario, non emerge. Avendo pubblicato il volume in occasione della Giornata della memoria, l’editore ha pensato bene di lasciare il solo riferimento alle vittime della Shoah, ma nell’originale è presente un sottotitolo molto chiaro:  The Beginnigs of World War ii, the End of Civilization (“Gli inizi della seconda guerra mondiale, la fine della civiltà”). E se è vero che tra le nefandezze dell’ultimo conflitto mondiale lo sterminio degli ebrei è la più abominevole e che il libro ne tratta ampiamente relativamente alla prima fase della persecuzione, l’aver evidenziato in copertina solo tale aspetto appare discutibile. Una forzatura che continua nel risvolto di copertina, dove si sottolinea che il libro “racconta l’inesorabile marcia dell’Inghilterra, degli Stati Uniti, della Germania e dell’Europa tutta verso l’Olocausto”.
Baker non è uno storico ma un romanziere, eppure si cimenta in un’operazione ardita di carattere storiografico, ovvero dare una risposta agli interrogativi:  “Fu una “buona guerra”? Ha risolto i problemi di qualcuno?”. Interrogativi che si trovano nei ringraziamenti a chiusura del libro in cui l’autore si concede le uniche affermazioni palesemente personali, anche se tra le pagine precedenti non mancano giudizi e speculazioni. “Questo libro – spiega – termina il 31 dicembre 1941. La maggior parte delle persone che morirono nella seconda guerra mondiale erano ancora vive a questa data”. Se queste erano le premesse, e seppure l’autore sembra lasciare al lettore l’onere di interpretare le fonti riportate e di rispondere alla domanda fondamentale – com’è potuto accadere tutto questo? – non meraviglia che quattrocentocinquanta pagine di citazioni (le restanti note e indice analitico) tendano ovviamente a sostenere la chiave di lettura che vede la guerra come un criminale errore e l’alcolista Churchill come un arrogante imperialista, un uomo che volle il conflitto a tutti costi. Con l’antisemita Roosevelt a fargli da spalla.
Riportate con un ritmo serrato, a volte apparentemente scollegate, divergenti, persino contraddittorie, spesso decontestualizzate, tutte cronologicamente cadenzate e che iniziano dall’agosto nel 1892 con un’affermazione tutt’altro che profetica di Alfred Nobel sulle nuove armi di sua produzione, la cui potenza distruttiva un giorno avrebbe dissuaso le nazioni civilizzate dall’utilizzarle, le centinaia di citazioni offrono certo spunti interessanti, capaci di aprire a prospettive interpretative diverse da quelle derivanti dalle classiche fonti storiche. Ma il gioco, pur originale, ha i suoi limiti, a cominciare dalle fonti, approssimative quanto possono esserlo quelle in rete, che sono causa di diverse inesattezze. Inoltre, ed è l’aspetto più rilevante, non mancano manipolazioni, come tagli a dichiarazioni che, così filtrate, diventano pesanti prove a carico.
Baker, ad esempio, descrive Churchill come un antisemita che, in un articolo dell’8 febbraio 1920, pubblicato sull'”Illustrated Sunday Herald”, accusava gli ebrei di partecipare a una “sinistra” cospirazione internazionale. Ma tralascia un passo successivo nel quale l’allora ministro della guerra e dell’aeronautica affermava:  “Dobbiamo agli ebrei un sistema etico che, anche se fosse totalmente separato dal soprannaturale, sarebbe senza paragoni il bene più prezioso dell’umanità, degno dei frutti di tutta la saggezza e della conoscenza messe insieme”.
Lo scrittore compara l’arresto in massa di cittadini tedeschi, ebrei inclusi – effettuati in Inghilterra nel 1940 all’indomani dello scoppio della guerra – ai rastrellamenti di ebrei compiuti dai nazisti, dimenticando di dire che cinquantamila di quei fermati furono rilasciati entro la fine dell’anno e che comunque la loro sorte fu decisamente differente rispetto a quella degli altri ebrei in Europa.
Ancora. Secondo Baker, grazie alle decifrazioni dei servizi segreti, Churchill sapeva che la città industriale di Coventry sarebbe stata bombardata a breve. Ciononostante permise che accadesse pur di non rivelare ai nazisti che il loro codice era stato decifrato ma anche perché sperava che l’attacco avrebbe provocato negli Stati Uniti un’ondata di sdegno e che gli americani sarebbero entrati in guerra. Finora storici del calibro di Martin Gilbert, profondo conoscitore di Churchill, peraltro l’unico studioso citato da Baker nei ringraziamenti, hanno smentito questa ipotesi.
Ci sono poi altre forzature. L’autore riporta un episodio del 17 ottobre 1940 tratto dai diari di guerra di Harold Nicholson, politico, diplomatico e scrittore, nel quale si dà conto di un incontro informale di Churchill con Robert Cary, non citato da Baker. “Un membro conservatore del parlamento disse al primo ministro che gli inglesi chiedevano il bombardamento totale della Germania. “Lei, come altri, desidera forse uccidere donne e bambini”, rispose Churchill. Ma il governo britannico intendeva distruggere obiettivi militari. “Il mio motto – aggiunse il primo ministro – è il dovere prima del piacere””.
Per la verità Nicholson è più preciso:  “Dopo un lungo sorso di Porto, guardando Cary da sopra il bicchiere, Winston dice:  “Questa è una guerra militare, non civile. Lei e altri desiderate uccidere donne e bambini. Noi desideriamo (e abbiamo avuto successo in questo) distruggere obiettivi militari tedeschi. Apprezzo il suo punto di vista, ma il mio motto è gli affari prima del piacere”. Noi tutti siamo usciti dalla stanza pensando:  “Questo è un uomo!””. Insomma, sembra improbabile pensare che quella di Churchill non fosse che una battuta.
Come sottolineato in Ethics and statecraft. The moral dimension of international affairs (“Etica e buon governo. La dimensione morale degli affari internazionali”) da Cathal Nolan, che pure riconosce un “lato oscuro” nella personalità di Churchill, in questa come in altre circostanze non si tiene conto del gusto occasionale del primo ministro britannico per l’iperbole, ben noto ai suoi collaboratori, che ne minimizzavano il peso nell’ordinarietà della gestione politica. Così come si tende a dimenticare, sottolinea Nolan, la tensione e lo stress in cui si viveva in quel periodo, quando la prospettiva di un’espansione della Germania nazista non era una mera ipotesi ma una possibilità concreta.
È vero che anche i vincitori si macchiarono di violenze terribili e da molti considerate inutili e immorali, come i bombardamenti sulle città tedesche che non risparmiarono i civili (la Royal air force è l’altra grande accusata da Baker). Ed è altresì innegabile che la statura di alcuni leader delle democrazie occidentali vada ridimensionata e che dietro alle loro azioni ci fosse anche il peso di interessi meno patriottici. Del resto la tesi della corresponsabilità dell’Inghilterra e della Francia per la guerra venne introdotta nel 1961 da Alan Taylor nel suo Le origini della Seconda guerra mondiale e, dopo un iniziale scetticismo, ripresa da altri studiosi. Tuttavia l’operazione di Baker di porre Churchill sullo stesso piano di Hitler – peraltro al centro anche di un altro recente volume, Churchill, Hitler and the unnecessary war. How Britain lost its empire and the West lost the world (“Churchill, Hitler e la guerra non necessaria. Come l’Inghilterra perse il suo impero e l’Occidente perse il mondo”), di Pat Buchanan, due volte candidato repubblicano alla presidenza degli Usa – appare improponibile.
Gli storici si chiedono che cosa sarebbe accaduto all’Europa e al mondo se le democrazie occidentali non si fossero opposte a Hitler, se ne avessero accettato i diktat, le azioni di forza e tollerato il suo odio razziale. Soprattutto non sembrano convinti che ci fosse modo di accogliere la proposta di pace del führer dopo l’invasione della Polonia, non pensano che questo avrebbe evitato la Shoah a favore della soluzione che prevedeva la deportazione degli ebrei in Madagascar, ritenendo invece che un trattato del genere avrebbe facilitato l’invasione dell’Unione sovietica da parte delle truppe del Terzo Reich.
Comunque sia, che ci possano essere interpretazioni diverse dei fatti storici – anche se appare sorprendente la scelta del “New York Times” come fonte primaria – è legittimo e utile alla ricerca della verità, ma l’operazione di Baker, per quanto intrigante, capace di offrire al lettore materiale misconosciuto, resta tuttavia poco convincente e persino irritante nella sua falsa ingenuità. Chi legge sa che le cose non sono andate così. Almeno non del tutto. E allora è forse meglio prendere questo libro come una riflessione generale sull’insensatezza della guerra e sull’inestimabile valore della vita umana che ogni guerra inevitabilmente distrugge. Un tributo, dunque, a quanti – uomini politici, intellettuali e pacifisti – cercarono di evitare, purtroppo invano, il conflitto e di salvare i tanti ebrei che tentarono di fuggire dalla Germania nazista prima della definitiva tragedia.

(©L’Osservatore Romano – 6-7 luglio 2009)

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