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Le anime vaganti di William Shakespeare

5 luglio 2009

di Giuseppe Fiorentino

He died a papist scrisse Richard Davies dopo la morte di William Shakespeare avvenuta nel 1616. E oltre all’arcidiacono anglicano, autore del singolare epitaffio, sono in molti a ritenere che il Bardo morì cattolico. Ma mentre è ormai appurato che la sua famiglia fosse cattolica, nessuna certezza c’è sulla personale appartenenza religiosa di Shakespeare. Questo è solo uno dei tanti elementi di mistero che avvolgono la figura del drammaturgo, del quale, come è noto, sono giunte poche notizie biografiche.
Tra i tanti indizi che farebbero propendere per l’appartenenza di Shakespeare alla Chiesa cattolica c’è ne è uno che suscita un interesse particolare:  si tratta dell’uso scenico di figure spettrali. I fantasmi, in Shakespeare, non sono sempre creature dannate o legate al maligno, come ad esempio avviene nel Macbeth. A volte sono figure familiari che cercano di comunicare con il mondo dei vivi per indicare una verità nascosta. È il caso del fantasma di Hamlet:  un’anima in pena che espia i propri peccati, ma non un’anima dannata. In poche parole, un’anima del purgatorio. Ma il fatto sta che il purgatorio – come luogo di espiazione e di purificazione – non aveva diritto di cittadinanza nell’Inghilterra anglicana e per alcuni tratti violentemente anticattolica di Elisabetta i. I fautori della riforma protestante ritenevano infatti che sull’idea del purgatorio facesse perno il commercio delle indulgenze. Eppure Shakespeare non ha timore di usare una figura in qualche modo proibita. Anzi secondo alcune cronache dell’epoca il fantasma di Hamlet era interpretato dal drammaturgo stesso. Partendo da questi presupposti, Stephen Greenblatt nel suo Amleto in purgatorio (Roma, Carocci, 2002, pagine 298, euro 20,50) ha riproposto l’idea di uno Shakespeare cattolico, motivandola proprio con la presenza di figure spettrali nelle sue opere. Si tratta, come detto, di anime vaganti, ma non malvagie. Il fantasma di Hamlet compare addirittura in vestaglia per proteggere, attraverso questo richiamo alla familiarità domestica, la moglie dal desiderio di vendetta del giovane principe di Danimarca.
Ma in realtà sugli spalti del castello di Elsinore oltre al fantasma di Hamlet compare un altro personaggio. Lo spettro che con la sua comparsa avvia l’azione drammatica – interpretato dall’autore, regista e attore William Shakespeare – cancella in un colpo le convinzioni del giovane figlio. Smantella la struttura stessa del regno, rivelando l’inganno che lo sostiene. Il protagonista della tragedia si trova suo malgrado catapultato nella sua personale terra di mezzo, dove nessuna certezza è più garantita. Nel suo individuale purgatorio, che, partendo da un territorio interiore ormai devastato dalle fiamme della  distruzione, lo fa dolorosamente tendere verso una nuova idea di mondo. Quanto rinascimentale, quanto moderno, è il giovane Hamlet che si dibatte per ritrovare il senso perduto della propria esistenza in un mondo che, nel volgere di pochissimo tempo, ha cambiato i propri riferimenti antropologici. Sugli spalti di Elsinore, assieme al fantasma di Hamlet, fa quindi la sua comparsa l’uomo moderno. L’uomo del dubbio e della ricerca; l’uomo che, attraverso un percorso di purificazione, può giungere alla fede senza rinunciare alla ragione. E sarebbe forse il caso di approfondire il contributo che a questa marcatissima e modernissima sensibilità shakesperiana può aver fornito non solo l’idea di purgatorio, ma la stessa formazione cattolica.

(©L’Osservatore Romano – 5 luglio 2009)

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