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L’arte di William Congdon in un romanzo epistolare

5 luglio 2009

di Alfredo Tradigo

William Congdon, il pittore dei crocifissi (ne ha realizzati oltre centottanta) e delle lune su Assisi. Il grande artista americano (1912-1988) convertito al cattolicesimo si confessa. In un romanzo epistolare appena pubblicato, a ventuno anni dalla sua morte, racconta in prima persona l’itinerario artistico e spirituale della sua vita. Una vita on the road, sempre in viaggio da una città all’altra del mondo, da un simbolo religioso all’altro, alla ricerca di un luogo, di una Patria, di un’immagine che diano senso e unità a ciò che vede:  alla realtà che per un artista è essenzialmente ciò che gli sta dinanzi. Come il sant’Agostino de Le confessioni, o come il Thomas Merton de La montagna dalle sette balze, Congdon rivela se stesso in trentadue lettere scritte nel 1995 all’amico Pigi Bolognesi che gli chiede spiegazione dei suoi quadri.
William Congdon. L ‘avventura dello sguardo (Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 2009, pagine 218, euro 16) verrà presentato a Rimini il 23 agosto nei padiglioni della trentesima edizione del Meeting per l’amicizia tra i popoli che avrà come titolo “La conoscenza è sempre un avvenimento”. Ed è proprio l’avventura della conoscenza che emerge dalla lettura di Congdon. “Nel gesto di far nascere l’immagine di un quadro io sperimento l’accadere di qualcosa di vero e duraturo, di salvato radicalmente diverso dal caos che dominava il resto della mia vita e della vita che vedevo intorno a me”, scrive. L’arte, dunque, strumento di conoscenza e di azione. Anche di salvezza, potremmo azzardare. Superando estetismo ed edonismo, i mali del secolo XX.
Congdon inizia a raccontare per tappe e ogni sua lettera corrisponde a un periodo e a un’opera. Alla fine degli anni Quaranta espone con successo alla galleria Betty Parsons assieme con i maestri dell’action painting, movimento artistico newyorkese a cui rimase fedele sempre. Per lui New York è la città che esplode, la Babele rappresentata in Explosion del 1948.
Lasciandosi alle spalle una carriera estremamente redditizia. Congdon, occidentale e protestante, punta verso Oriente, verso i grandi simboli redentivi del passato:  Venezia, la Grecia e il Partenone; Roma e il Colosseo. La sua arte interpreta il luogo, lo trasforma, lo rende parte di se stesso e del suo viaggio interiore.
“Se c’è un artista in cui le città del mondo si rivelano nel significato più profondo quell’artista è William Congdon”, spiega Giovanni Testori che lo ha conosciuto. E lui, “folgorato dall’Acropoli”, riparte inquieto e assetato verso Ceylon e l’India:  “L’Oriente indiano mi si presentava come una possibilità di salvezza dall’ego borghese”. Attratto dal “suo silenzio e la sua verità” dipinge nel 1954 il bianchissimo tempio di Taj Mahal, mausoleo eretto nel XVIi secolo da un sovrano indù per la moglie morta.
Tutto ciò però non gli basta:  “L’Oriente indiano mi aveva affascinato ma non soddisfatto”. Il suo animo è inquieto e viaggia da un albergo all’altro, da una meta all’altra, solitario e senza posa. Dipinge e riparte verso sempre nuovi simboli religiosi – o della natura – in cui specchiarsi. Nuove visioni lo acquietano:  “Il destino di ogni viaggio non è perdersi ma, infine, ritornare da dove si è partiti più ricchi”. Tornare a se stessi. “Senza ritorno non c’è viaggio”.
Nel 1955 è in Algeria, nelle oasi di Ghardaia, Ouargala e Touggourt dove imprime il proprio piede nel colore a olio denso e pastoso di Sahara 12 annota:  “Quando cammini in una città non lasci impronte. Nel deserto non è così:  il peso del tuo corpo lascia sulla sabbia un’orma indelebile”. In Africa legge sant’Agostino, san Giovanni della Croce, santa Teresa d’Avila. E scopre la ferita del peccato che è in ogni uomo. La ferita dell’io.
Ancora si muove freneticamente, inseguito dal senso della morte e dai suoi simboli. Dopo aver cercato invano se stesso nelle città del mondo, approda a Venezia e dipinge la piazza San Marco un centinaio di volte in varie riprese per scoprirvi – misteriosamente – il segno della croce. Siamo nel 1960, un anno dopo la sua conversione. Da quel momento il Crocifisso non lo abbandonerà più.
Venezia è la città della morte. Scrive:  “La mia arte è sempre scattata di fronte al mistero della morte”. La stessa morte dei suoi primi schizzi giovanili:  volti trasfigurati dall’orrore della guerra nel campo di concentramento di Bergen Belsen dove morì Anna Frank, e dove Congdon prestava servizio nel 1945 come volontario nella Croce Rossa. La stessa morte nel vulcano spento dell’isola greca di Santorini (1955), nel cratere del Colosseo, nel condor abbattuto in Guatemala (1957); nelle macchine nere e nelle larve umane che scorrono nelle strade di Bombay (1973). In un piccione ucciso con un colpo di fucile (1968) vede la fine di Bob Kennedy. All’impasto dei colori dei suoi quadri aggiunge lo smog di Milano raccolto su un davanzale.
Dopo la conversione ricomincia a viaggiare ma in nessun luogo Congdon trova quella risposta definitiva che invece incontra nelle persone. All’eremo di San Lorenzo, Congdon apre un atelier e incontra gli amici del Gruppo adulto in cui entrerà in seguito. Jacques Maritain e Thomas Merton scrivono per lui l’introduzione al suo libro Nel mio disco d’oro. Incontra Olivier Clément nel 1981 in occasione della sua prima mostra al Meeting di Rimini.
Vent’anni passati ad Assisi (1959-1979) e poi gli ultimi vent’anni in “quello strano convento di laici che vivono nel mondo” che è la casa dei Memores Domini (1979-1998). Isolato, sepolto nella nebbia, lavora nel piccolo atelier affacciato sulla corte del monastero benedettino della Cascinazza e sui campi della bassa milanese. Qui Congdon obbedisce all’ora et labora benedettino, prega e dipinge “cocciutamente”. Davanti alla nebbia e ai campi trova pace e compimento il suo sguardo d’artista, l’avventura della conoscenza, la matura sintesi della sua arte e fede. Nebbia che vela, svela, rivela l’immagine. Terra e croce che si identificano come luogo del corpo del Cristo:  “poiché per la fede ogni forma è riconducibile alla croce di Cristo, mi domando se non si possa dire che la croce di Cristo è la chiave di lettura dell’immagine di qualsiasi cosa”.
Così trova compimento in Congdon il tema del crocifisso. Il crocifisso scompare e diventa terra e cielo. Diventa lui stesso uomo e artista. Impasto di terra e cielo. E cita ancora Testori:  “Direi che Congdon questa terra l’abbia come mangiata, l’abbia palpata, l’abbia accarezzata con una vastità e nello stesso tempo con una comprensione e adesione che altri pittori non sono riusciti a raggiungere”. E ancora Olivier Clément, nel 1981, scrive su “L’Osservatore Romano”:  “Le ultime pitture di Congdon, quelle della bassa milanese, sono a un tempo straordinariamente forti e straordinariamente pacificate (e pacificanti):  tutta l’ampiezza, tutta la gioia della terra offerta al cielo”.

(©L’Osservatore Romano – 5 luglio 2009)

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