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Disprezzo per il reale e tramonto dell’esperienza pratica nella cultura contemporanea

5 luglio 2009

Nel libro Il giardino delle delizie (Roma, Editrice Ave, 2009, pagine 171, euro 11) l’autore affronta il tema della relazione tra sensi e spiritualità. Ne pubblichiamo un estratto.

di Pietro Pisarra

Abbiamo perso i sensi. Li abbiamo persi quasi senza accorgercene, quando tutto attorno a noi sembrava indicare il loro trionfo:  culto del corpo, esaltazione della sensualità, in una frenesia di consumi, di viaggi e di esperienze parossistiche. Li abbiamo persi. E una generazione incerta tra “bio” e Dio, tra salutismo e spiritualità, trova rifugio nel sex appeal dell’inorganico, nell’eros virtuale, nei mondi immaginari abitati da fredde creature, androidi dallo sguardo vitreo e dal cuore di silicio.
Dei sensi, quelli veri, restano soltanto pallide maschere, surrogati, scipite e indigeste misture. Inondati di immagini, storditi dal rumore, abbrutiti dalla volgarità e dalla banalità, anestetizzati da deodoranti e profumi, intontiti dai tranquillanti, ci siamo trovati, da un giorno all’altro, con una sfilza di protesi sofisticate (cellulari, palmari, microscopiche macchine fotografiche…) e sempre più insensibili:  estranei al dolore del mondo e, tuttavia, pronti a versare una lacrima di compassione quando la morte si fa spettacolo.
La perdita dei sensi, secondo Ivan Illich, è tra i drammi del nostro tempo. Perdita dei sensi, negazione della carne, disprezzo del corpo:  frutti paradossali di una cultura che fa del lifting, del maquillage, valori supremi. E che più di ogni altra cosa ha orrore dell’invecchiamento e della morte; “entità astratte eccitanti hanno preso possesso delle anime e hanno ricoperto la percezione del mondo e di sé con un involucro di plastica” scrive Illich. Provate a parlare della risurrezione dei morti ai giovani di oggi, aggiunge il grande “archeologo della modernità”:  noterete il loro stupore. Ma la difficoltà non è tanto nella loro mancanza di fiducia, quanto nel carattere disincarnato delle loro percezioni; “in un mondo ostile alla morte, non ci si prepara più ad andare verso la morte, ma a morire senza andare da nessuna parte”.
Abbiamo perso i sensi, mentre l’orchestrina del Titanic eseguiva l’ultimo valzer sull’orlo dell’abisso. E con essi abbiamo smarrito non tanto una forma di conoscenza, una visione del mondo, bensì una parte di umanità. Sembra di assistere alla gioiosa apocalisse dipinta da Hieronymus Bosch nel Giardino delle delizie: il trionfo dei sensi si trasforma nel suo contrario e il paradiso in inferno, gli oggetti del piacere in strumenti di tortura. Con la lucidità dei mistici e dei visionari, Bosch mette in scena una sacra rappresentazione a rovescio:  mostri grotteschi, improbabili chimere, incroci di uomini e di piante. Da una parte, l’umanità ancora nell’Eden; dall’altra, il mondo dopo la caduta. A sinistra, il paradiso, la fontana della vita, Adamo ed Eva, nell’esaltazione gioiosa e giocosa dei sensi, senza cupidigia, senza bramosia:  un mondo non ancora corrotto dal peccato. A destra, l’inferno:  un inferno musicale, con arpe e chitarroni, in cui vige – come nella Commedia di Dante – la legge del contrappasso.
Nel pannello centrale del Giardino delle delizie, Bosch ha dipinto il paradisus voluptatis della tradizione teologica, l’hortus deliciarum celebrato dai mistici, ma a modo suo:  introducendo particolari incongrui, motivi fantastici, scene bizzarre, e giocando col simbolismo dei frutti, con una grande fragola in primo piano, che forse allude alla lussuria.
Così lontano dalla nostra sensibilità, così difficile da decifrare, quel trittico del XVI secolo sembra tuttavia parlarci di oggi:  di un’esaltazione del corpo che sfocia nel suo contrario, nella triste parodia del desiderio e del piacere.
Abbiamo perso i sensi, e anche le nostre liturgie si sono impoverite, sono diventate appuntamenti formali, abitudinari, di routine. “Poco per volta abbiamo visto le nostre chiese, queste vaste piste da ballo, riempirsi di ragionevoli inginocchiatoi; e ognuno è rimasto al suo posto, immobile, paralizzato nella sua noia mortale” scriveva ormai più di venticinque anni fa il domenicano Louis-Albert Lassus, rappresentante di un cristianesimo che aveva preso sul serio la provocazione di Nietzsche:  “Potrò credere soltanto in un Dio che sappia danzare”.
In nome della ragionevolezza, dell’intelligenza, della purezza della fede, abbiamo accantonato riti antichi, gesti che raccontavano la tenerezza di Dio, in un vocabolario accessibile a tutti, abbiamo messo da parte il fuoco, le luci, i profumi, gli incensi. L’emotività, i sospiri, le svenevolezze sono stati giustamente banditi dalle nostre assemblee. Abbiamo guardato con sospetto alle lacrime, che pure per secoli, a pieno titolo, hanno trovato spazio nella storia della spiritualità. Ci siamo sbarazzati di inchini e genuflessioni. Con quale risultato?
Noia. Vuoto. Deserto. E il paradosso è che i credenti in un Dio che si fa carne debbano cercare altrove, in altre esperienze religiose, una via all’unione tra corpo e spirito, sensi e fede:  nello yoga, nelle pratiche di meditazione zen, nel sufismo.
Non si tratta di rimpiangere il devozionismo di certo cattolicesimo post-tridentino (con i profumi di santità, l’insopportabile olezzo di gigli e di rose) né di dare nuovo spazio alla religione degli affetti o di approvare la svalutazione dell’intelligenza e della ricerca intellettuale implicita nella spiritualità di movimenti sedicenti “carismatici”. Più urgente è tentare di rispondere alla domanda che la scrittrice Cristina Campo, in un bel saggio sui sensi spirituali, formulava così:  “Chi resterà a testimoniare dell’immensa avventura, in un mondo che, confondendo, separando, opponendo o sovrapponendo corpo e spirito, li ha perduti entrambi e va morendo di questa perdita?”.
Se il dualismo platonico tra corpo e anima ha influenzato una parte consistente del cristianesimo, un’altra parte – non meno consistente – ha scelto l’altra strada, quella biblica, dell’unità della persona umana, fatta di anima e di corpo. Un’ambivalenza che già san Girolamo aveva illustrato con un curioso paragone:  i nostri cinque sensi sono come le vergini della parabola evangelica (Matteo, 25, 1-13), vergini savie quando in essi prevale lo slancio verso il cielo, l’aspirazione al divino, vergini folli quando si lasciano guidare dalla “brama di corruzione terrena” senza “alcun appetito per la verità che illumina i cuori”. (…) In linea con la teologia affettiva di san Bonaventura, Ignazio di Loyola, più di due secoli dopo, insiste sulla forza dei sensi, perché non è la conoscenza intellettuale che sazia l’anima, ma il fatto di sentire e di gustare ogni cosa interiormente, di farne una scoperta personale, un’esperienza intima. Perché nessuno può provare le stesse sensazioni, nello stesso modo, al mio posto.
La ricerca di Dio coinvolge così tutto l’essere, è esperienza della persona nella sua interezza. Elemento chiave della spiritualità ignaziana è la cosiddetta “applicazione dei sensi”, che consiste nel disporre le nostre facoltà corporee alla contemplazione del mistero.
Come documenta il filosofo François Marty, Ignazio di Loyola contribuisce con il suo insegnamento a quella svolta nella storia della sensibilità che, tra Rinascimento ed età barocca, porterà alla rivalutazione del corpo come via alla conoscenza e aprirà la strada alla ricerca scientifica.
Dall’antichità tardiva al Medioevo monastico, dal cristianesimo alessandrino alla mistica fiamminga, il linguaggio del corpo e dei sensi finisce così per designare, di metafora in metafora, le aspirazioni dell’anima, l’unione con Dio, la vera contemplazione.
Il tema dei sensi spirituali diventa un leitmotiv della mistica cristiana.
Il rimpianto di Agostino è di aver amato tardi questa “bellezza così antica e così nuova” (sero te amavi…) la sua consolazione è di averla alla fine trovata. E con essa, di aver ritrovato i sensi. Ritrovare i sensi:  anche oggi è, questo, forse il migliore antidoto ai cattolicesimo light, decaffeinato, servito in molte chiese, o alla religione-camomilla di alcuni movimenti neo-spiritualisti. Ma ritrovare i sensi vuol dire sbarazzarsi di ogni moralismo, di ogni tentazione vetero o neo-gnostica, così come dei pericoli opposti:  il sensualismo e il vitalismo, eresie del nostro tempo. “Degli spiriti senza corpo non saranno mai uomini spirituali” scriveva Ireneo di Lione in Adversus haereses (v, 8, 2), nel secondo secolo.

(©L’Osservatore Romano – 5 luglio 2009)

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