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Quando leggere insegna a curare

3 luglio 2009

di Giulia Galeotti

Accanto alla capacità di effettuare la diagnosi e individuare la terapia, buon medico è colui che è anche in grado di comprendere la sofferenza che il paziente prova. Se nessuno contesta gli enormi passi avanti compiuti negli ultimi anni in sede diagnostica e terapeutica, abbiamo però, forse, tralasciato il terzo punto.
Eppure, empatia e rispetto sono fondamentali:  per una reale cura è indispensabile che il medico riconosca e capisca la condizione e la sofferenza del malato. In quest’ottica una soluzione interessante è quella adottata negli Stati Uniti sin dal 1972 quando in molte facoltà di medicina è stato introdotto l’insegnamento di Literature and Medicine.
Già in età vittoriana si discuteva del rapporto tra letteratura e scienza. Se lo zoologo inglese Thomas Huxley proponeva di sostituire le scienze umane con le scienze naturali nei programmi educativi di base, Matthew Arnold – poeta e critico letterario – difendeva invece a spada tratta la letteratura anche in questo ambito, definendola criticism of life.
E quando nel 1959 Charles Percy Snow – fisico nucleare e scrittore – nel suo celebre The Two Cultures and the Scientific Revolution, scrisse che scienza e letteratura sono mondi irreparabilmente diversi e lontani, vi fu, sia da parte degli scienziati che dei letterati, una generale alzata di scudi. Né il dibattito si è chiuso negli Stati Uniti dopo il 1972.
Diversi segnali incoraggiano ad agire in questa direzione. Che nella formazione del futuro medico rientri anche la letteratura è, infatti, una scelta fondata, anche più di quanto non sia immediatamente percepibile (letteratura, si badi, va intesa in senso ampio sia per genere che per provenienza, includendo così anche la c.d. pathographics, e cioè la narrativa scritta dai pazienti stessi, e quella proveniente da medici-scrittori, pensiamo a Anton Chekhov, Richard Selzer o Oliver Sacks).
La letteratura nei curricula pare che stia effettivamente insegnando agli studenti di medicina e agli stessi medici ad ascoltare i racconti dei pazienti e a cogliere il loro angolo visuale, passo importante per l’individuazione della cura migliore. Ricorrere alla letteratura diventa così utile a diversi livelli:  per una corretta diagnosi, per farsi capire dal paziente e dai suoi familiari e per far accettare loro la nuova situazione (anche nelle sue possibili estreme conseguenze). Porsi domande come:  quali sono le preoccupazioni del malato? – oppure – come sta egli reimpostando la sua vita dinnanzi alla malattia? – non rappresentano solo un di più nel medico particolarmente attento e sensibile, ma costituiscono la conditio sine qua non per un medico che svolga con competenza e cognizione il suo lavoro.
È evidente che i pazienti raccontano, con la raccolta dell’anamnesi che è da sempre parte integrante dello scenario. Il problema, però, è che non basta ascoltare, ma occorre comprendere davvero ciò che viene raccontato. Il paziente usa sia le parole che i gesti, è il suo corpo che parla, dicendo a volte anche cose che lui stesso non sa o non vorrebbe dire. Il malato, poi, può essere confuso, disordinato ed esitante in quel che riferisce.
Ciò che si richiede, dunque, è che il medico faccia ciò che fa il lettore attento:  capire il linguaggio, mettersi nell’ottica di chi racconta, integrare i singoli aspetti della narrazione affinché assumano un significato comune e globale, contestualizzare la storia e così via.
Ricorrere alla letteratura nella formazione del medico è una prassi che potrebbe avere un senso anche in Italia, nella misura in cui anche da noi sempre più spesso medici e pazienti appartengono a realtà culturali e religiose differenti. Un contesto in cui, cioè, il medico non si può più fidare solo della sua esperienza personale per comprendere  il  malato  che  ha dinnanzi.
Oltre che nella relazione diretta con il paziente, la letteratura può essere utile anche in un altro senso:  descrivendo e narrando il lavoro dei medici, romanzi e racconti li aiutano a comprendere i ruoli della medicina, le aspettative che ingenera, la posizione che essa ha in una certa cultura o le crisi a cui ci si attende che i medici trovino una risposta (pensiamo a romanzi come Middlemarch di George Eliot, La montagna incantata di Thomas Mann o La peste di Camus che, al contempo, hanno indagato la dimensione personale, professionale e politica dei medici, chiarendo anche le implicazioni non strettamente scientifiche del loro lavoro).
Insegnare tutto questo nelle facoltà di medicina persegue un risultato importante anche nella misura in cui permette a studenti e medici di riflettere sugli effetti che questa professione svolge su di loro in quanto persone.
Anche alla luce di tutto questo è nata la narrative ethics, un nuovo approccio nel campo etico attraverso cui i medici imparano a restituire alla vita e alla sofferenza del paziente la complessità morale che gli spetta, e a dare un nome ai dilemmi morali che sorgono quotidianamente.
Recentemente sono stati condotti negli Stati Uniti degli studi per valutare l’utilità effettiva dell’insegnamento di Literature and Medicin. Ebbene, confrontando gli studenti delle varie facoltà di medicina si è visto che quanti hanno seguito questi corsi hanno acquisito una maggiore capacità di comprensione del malato. Un piccolo passo in più per una migliore relazione tra medico e paziente.

(©L’Osservatore Romano – 3 luglio 2009)

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