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Le risposte della Chiesa all’abbandono dei minori in America Latina

3 luglio 2009

Lima, 2. Dai meninos de rua del Brasile ai bambini soldato della Colombia, ai piccoli lasciati – per l’assoluta povertà della famiglia o per la morte dei genitori – negli istituti, spesso sovraffollati e fatiscenti, della Bolivia o del Perú:  in America Latina l’abbandono minorile è una piaga quotidiana, un grido che chiama tutti all’accoglienza cristiana. Di questo si è parlato all’incontro, interamente dedicato alla spiritualità dell’adozione, organizzato recentemente a Lima dall’Associazione amici dei bambini (Ai.Bi.), dalla Conferenza episcopale italiana e da Caritas Perú. “Accogliere nel nome di Gesù” il titolo della riunione che ha affrontato i temi dell’abbandono minorile come emergenza umanitaria, del ruolo del magistero della Chiesa e delle prospettive pastorali per l’accoglienza dei bambini.
“Di fronte all’abbandono, emergenza umanitaria subdola, irreversibile, capace di creare vittime sociali colpendo in modo indiscriminato ogni Paese nel mondo – sostiene il presidente dell’Ai.Bi., Marco Griffini – occorre sviluppare un senso di responsabilità. Non si deve far altro che accogliere il grido dell’abbandono, lasciandosi commuovere e avvicinandosi con responsabilità etica al bambino abbandonato”.  Di fronte a tale dramma, “non si è colpevoli ma responsabili”.  Questa – ha sottolineato Griffini – è “la sfida etica che proponiamo”.
L’Associazione amici dei bambini è un’organizzazione non governativa costituita da un movimento di famiglie adottive e affidatarie, unite per testimoniare il senso cristiano dell’accoglienza, arricchito dall’esperienza di fede e dalla riflessione teologica. Dal 1986 è a fianco dei milioni di bambini relegati negli orfanotrofi di tutto il mondo. Per questo, oltre che in Italia, è presente in venticinque nazioni, con sedi operative nell’Europa dell’Est, in America Latina, Africa e Asia.
Nel corso dell’incontro sono stati diffusi dati che ben sottolineano il grado dell’emergenza. In Brasile sarebbero quasi cinque milioni i bambini e gli adolescenti, con un’età compresa fra i 5 e i 17 anni, costretti a lavorare; la maggior parte di loro – il 60 per cento – vive nelle zone rurali ed è costretta a svolgere mansioni pesanti pur di contribuire al reddito familiare. Quindicimila i bambini soldato in Colombia, ottocentomila – nello stesso Paese – quelli vittime dello sfruttamento, soprattutto sessuale. In Bolivia come in Perú, nazioni caratterizzate da condizioni di povertà estrema e di forte disuguaglianza sociale, il dramma si consuma spesso negli orfanotrofi e negli altri istituti di accoglienza.
Recentemente, in occasione delle celebrazioni per il ventesimo anniversario della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia, l’arcivescovo di Trujillo, Héctor Miguel Cabrejos Vidarte, presidente della Conferenza episcopale peruviana, ha diffuso un messaggio nel quale sottolinea “le difficili situazioni e i rischi ai quali sono sottoposti molti fanciulli, anche nel seno delle proprie madri, a causa della promozione dell’aborto, della manipolazione genetica, della disgregazione familiare, del lavoro e dello sfruttamento minorile, dei maltrattamenti e degli abusi sessuali”, tutte minacce – sottolinea il presule – “che attentano alla loro dignità di persone e di figli di Dio”. Per Cabrejos Vidarte, queste situazioni negative “non possono essere accettate” e occorre lavorare intensamente affinché vengano sostituite “dal bene e dalla giustizia a favore dell’infanzia”.
Nel messaggio, il presidente della Conferenza episcopale peruviana ricorda anche che i vescovi dell’America Latina, nel 2007 ad Aparecida, hanno sottolineato che “l’infanzia, oggigiorno, deve essere destinataria di un’azione prioritaria della Chiesa, della famiglia e delle istituzioni statali, sia per le potenzialità che essa offre sia per la vulnerabilità alla quale si trova esposta”.

(©L’Osservatore Romano – 3 luglio 2009)

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