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La speranza dei vescovi in Iraq per un futuro di riconciliazione

3 luglio 2009

di Francesco Ricupero

“La nostra speranza è di vedere l’Iraq unito e in pace. Musulmani e cristiani dovranno continuare a dialogare e a rispettarsi con un unico obiettivo:  la ricostruzione di un Paese che negli ultimi anni è stato costretto ad assistere a ogni forma di violenza. Il ritiro delle truppe statunitensi, se fatto gradualmente, non dovrebbe provocare enormi problemi al Paese, sicuramente ci preoccupa sapere che al momento non si ha la certezza di un futuro senza tensioni e scontri tribali”.
Sono le parole dell’arcivescovo di Kerkûk dei Caldei, monsignor Louis Sako, a poche ore dall’inizio del ritiro delle truppe statunitensi dalle città irachene e a sei anni dall’inizio di un conflitto che ha causato la caduta di Saddam Hussein, ma anche una sanguinosa guerra civile. Adesso, la speranza è che la popolazione irachena possa costruire un futuro all’insegna del rispetto reciproco e della riconciliazione nazionale. Restano le preoccupazioni, manifestate e ribadite più volte dall’arcivescovo Sako al nostro giornale, sul post ritiro. In molti, infatti, pensano che le truppe irachene non siano abbastanza pronte e preparate ad assumere la responsabilità della sicurezza nazionale.
“Il popolo iracheno – ha aggiunto l’arcivescovo – ha sete di pace e voglia di serenità. La gente non è disposta più a morire mentre fa la spesa al mercato o passeggia lungo le strade della città o partecipa a una celebrazione liturgica. I media internazionali parlano di percorrere la strada della democrazia in Iraq, ma il nostro Paese non conosce la democrazia, anche perché non l’ha mai avuta. Solo con l’aiuto della comunità internazionale – ha proseguito monsignor Sako – il Paese potrà acquisire le fondamenta e le nozioni per il raggiungimento della democrazia. Assistiamo sereni al ritiro delle truppe, ma viviamo un po’ di preoccupazione per una situazione che al momento è caratterizzata da divisioni etniche e confessionali e per l’influenza negativa di forze esterne al Paese”.
Le stesse forze esterne che negli ultimi anni hanno minacciato e ucciso molti cristiani, distrutto le loro abitazioni e le loro attività commerciali a Kirkuk, Mosul e a Baghdad.
“Anche la piccola comunità cristiana irachena in questi giorni sta assistendo con molta attenzione e ansia al ritiro delle truppe statunitensi – ha sottolineato l’arcivescovo – si spera nella riconciliazione nazionale e nella cooperazione per il bene del Paese, senza guardare solo agli interessi propri”.
Divisioni interne e minacce esterne restano questioni, al momento, irrisolte e il principale ostacolo sul cammino della pacificazione. “La popolazione – ha spiegato monsignor Sako – aspetta la riconciliazione fra le fazioni politiche, la stabilità, la ricostruzione, progetti e infrastrutture e il ritorno dei rifugiati. Sono migliaia i cristiani che hanno trovato asilo in Paesi vicini come Siria, Libano e Giordania. È vero che molti si sono ambientati e hanno trovato anche un lavoro, ma si sentono sempre degli estranei e il loro unico obiettivo è quello di tornare a vivere nel loro amato Iraq. I cristiani in Iraq hanno una storia millenaria che non può essere cancellata o rimossa a causa di scontri etnici o religiosi”.
L’arcivescovo di Kerkûk auspica al più presto che le forze di sicurezza irachene prendano in mano la situazione e garantiscano la pace nel Paese.
“Sono molti quelli che cercano di ostacolare il processo di pace in Iraq perché non lo vogliono. È naturale che il nostro desiderio è vedere un Iraq che governi se stesso con le sue forze politiche, militari ed economiche a scapito delle divisioni interne. Le frammentazioni etniche e religiose – ha concluso l’arcivescovo – non devono avere la meglio sul processo di pace. La comunità cristiana in particolare deve essere un esempio per gli altri e collaborare alla ricostruzione del Paese all’insegna dell’unità e del rispetto reciproco”.

(©L’Osservatore Romano – 3 luglio 2009)

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