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La Milano di Bonvesin da la Riva

3 luglio 2009

di Marco Beck

Nel prologo in cui enuncia contenuti, significato, finalità del suo De magnalibus Mediolani, il milanese Bonvesin da la Riva (nato fra il 1240 e il 1250, morto intorno al 1315) inserisce, con una sorta di umile perentorietà, un’affermazione piuttosto impegnativa:  nullius pretii interventu, nullius inductione, nullius expectationis temporalis premii causa, sed potius inspiratione divina composui (“l’ho scritto senza che intervenisse alcun compenso, senza che nessuno me lo suggerisse, senza attenderne alcun premio mondano, ma piuttosto per ispirazione divina”).
Se un celebre scrittore d’oggi, introducendo un proprio saggio, sfiorasse anche uno solo dei quattro tasti toccati da Bonvesin, come minimo si vedrebbe tacciato dai media, e dai suoi lettori, di smaccata ipocrisia. Senza alcun compenso? Figuriamoci. Sommando un congruo anticipo alla percentuale di royalties, l’autore introiterebbe, prima e dopo la pubblicazione, un paio di sostanziosi bonifici bancari. Senza suggerimenti, di libera iniziativa? Possibile, certo. Più probabile, però, un’imbeccata dell’editore-committente, sempre pronto a fiutare i venti delle mode, dell’attualità, delle sollecitazioni provenienti dalla cosiddetta società civile. Senza ricerca di premi, onori, riconoscimenti? Non scherziamo. Oltre a riscuotere entusiastiche recensioni, il libro in questione concorrerebbe a una decina di premi letterari, sino ad arraffarne almeno uno, fosse pure nel più sperduto angolo di provincia. Ispirazione divina? Be’, questo sarebbe considerato, semplicemente, indice di delirante follia o di rozzo integralismo religioso.
Bonvesin, invece, ci appare perfettamente credibile nella sua “autocertificazione”. Per più di una ragione. Innanzitutto, correva l’anno domini 1288:  epoca ancora remotissima dall’invenzione di Gutenberg e, a fortiori, dal concetto di copyright e dal pagamento dei diritti d’autore, anche se la vendita di un manoscritto vergato in qualche scriptorium monastico poteva fruttare una bella somma. Bonvicinus de Rippa godeva, inoltre, di una rassicurante agiatezza economica:  insegnante di livello superiore (doctor in gramatica), poi direttore di una scuola privata, proprietario di beni immobili, vantava anche l’appartenenza al Terzo Ordine degli Umiliati, titolari della riscossione di dazi e imposte, operosi nella lavorazione e nel commercio della lana, meritoriamente impegnati nella fondazione e gestione di ospedali. Proprio in virtù di questa sua identità religiosa, e di un genuino sensus fidei trapelante quasi da ogni pagina, Bonvesin poteva con piena legittimità rivendicare una forma di inspiratio divina. A ciò si aggiunga che egli aveva tratto fama e prestigio, se non proprio benefici finanziari, da una multiforme produzione letteraria, sia in latino (De vita scolastica, De controversia mensium) sia in volgare (una ventina di opere, perlopiù in versi, fra cui il fortunato Libro delle tre scritture):  un catalogo tale da promuovere questo fecondo poligrafo al rango di più importante scrittore della Lombardia duecentesca.
Curata da Paolo Chiesa, allievo e successore di Giovanni Orlandi sulla cattedra di letteratura latina medievale all’Università Statale di Milano, con un’acribia filologica che tuttavia soddisfa le esigenze del lettore non-specialista, Le meraviglie di Milano (Milano, Mondadori-Fondazione Valla, 2009, pagine LXXXIV-286, euro 30) segna lo scioglimento di un’intricata, romanzesca vicenda testuale. Fin dal xv secolo, l’avvento della civiltà rinascimentale, spazzando via la Weltanschauung del medioevo, aveva espulso dalle biblioteche il De magnalibus, sopravvissuto solo nelle citazioni di una tradizione indiretta che aveva come suo alfiere lo storico trecentesco Galvano Fiamma. Il ritrovamento dell’unico testimone esistente, il codice 8288 della Biblioteca Nacional di Madrid, fu un colpo di fortuna (e di abilità) messo a segno dal cremonese Francesco Novati nel 1894. Ne scaturì un’editio princeps apprezzabile ma penalizzata dal pessimo stato di conservazione del manoscritto. Un passo avanti si registrò con l’edizione che Maria Corti allestì per la Bompiani nel 1974, avvalendosi della collaborazione di un traduttore d’eccezione come Giuseppe Pontiggia. In seguito, gli emendamenti di Orlandi, una nuova collazione del codice madrileno da parte di Piera Dabbene, gli studi sempre più approfonditi dello stesso Chiesa, concretizzatisi in un frutto editoriale “intermedio” per i tipi di Scheiwiller (1997), gettarono le basi per il decisivo, innovativo lavoro che ora vede la luce. Una pubblicazione giunta in significativa concomitanza con il ciclo “I giorni di Milano” – promosso dall’Assessorato alla Cultura del Comune e dall’Editore Laterza nella basilica di Santa Maria delle Grazie – composto da dieci lezioni su altrettanti momenti topici della storia locale, tenute tra il 18 marzo e il 20 maggio da relatori come Cardini, Barbero, Galasso, Galli della Loggia, e premiate da un’affluenza di pubblico che denota un risveglio d’interesse dei milanesi per le loro radici storico-culturali.
Pur rientrando nel filone delle laudes civitatum, di cui rispetta i principali canoni retorici, il piccolo capolavoro di Bonvesin si caratterizza per una duplice originalità. Originale è, in primo luogo, l’articolazione della materia, distribuita in otto capitoli. Ciascuno di essi verte su una diversa sfaccettatura della poliedrica eccellenza di Milano, applicando un procedimento simmetrico che ai pregi materiali, celebrati nei primi quattro capitoli – posizione geografica, edilizia, popolazione, ricchezza – fa seguire negli ultimi quattro l’esaltazione di qualità morali come forza, fedeltà, libertà e dignità. Una seconda peculiarità consiste nella documentazione, per così dire “di prima mano”, su cui poggia il panegirico della città lombarda. Bonvesin non scrive isolato in una turris eburnea. Le informazioni concrete, i dati statistici di supporto all’argomentare pro urbe sua, se li va a cercare nelle cronache medievali, nei registri del Comune, nell’archivio dell’Arcivescovado. Gira per le strade, osserva, misura, interpella gli esperti. Ed è soprattutto per merito di questa sua verifica diretta delle fonti documentarie e del tessuto cittadino che oggi gli studiosi tendono, più che in passato, ad accreditarlo di una certa attendibilità. Per esempio, là dove censisce un numero apparentemente troppo elevato di edifici pubblici, abitazioni private, chiese e conventi, abitati da numerose famiglie religiose, in primis domenicani e minori francescani. Oppure dove magnifica la copiosità di acque sorgive, fontane, laghi e fiumi. O, ancora, dove fonda la sua stima di 200.000 abitanti (700.000 comprendendo anche un contado fittamente popolato) sulla misurazione del consumo giornaliero di grano.
Altrove, invece, l’amore viscerale per la sua patria, proclamata “la più splendida  fra  tutte  le  città  del mondo”, e per i suoi concittadini – un popolo allegro, amichevole, elegante, devoto, dedito con successo a ogni genere di attività economica, agricola, mercantile, giuridica, militare, e soprattutto generoso nell’assistenza ai poveri e ai malati – rischia di far scivolare Bonvesin sul terreno di un iperbolico campanilismo. O, nella migliore delle ipotesi, di spingerlo verso un’idealizzazione della realtà locale analoga a quella che, in una Siena quasi coeva, ispirava ad Ambrogio Lorenzetti le scene “mitizzate” del grande affresco Effetti del buon governo nella città e nella campagna. Come non sorridere, in particolare, leggendo che Milano sarebbe, secondo questo suo figlio appassionato, “più adatta a essere sede del Papa, con buona pace dei Romani”, e che quindi si dovrebbe procedere senza indugio al trasferimento del soglio pontificio?
Intendiamoci. Nell’alveo della storia di Milano a lui contemporanea Bonvesin non vede scorrere solo latte e miele. La nostalgia che si sente vibrare nella sua tendenza all’idealizzazione riflette la consapevolezza che quell’immagine di idilliaca prosperità è ormai anacronistica. La transizione dal libero governo comunale allo spregiudicato assolutismo della signoria viscontea avanza a grandi passi, e sta imponendo alla cittadinanza un pesante tributo di discordie laceranti, intrighi tenebrosi, lotte intestine tra le fazioni dei Torriani e dei Visconti. L’orgogliosa rievocazione delle memorabili vittorie in campo aperto su Corrado il Salico, Federico i Barbarossa e Federico ii trova così, proprio nell’epilogo del De magnalibus, un indignato controcanto:  “Oh, Milano! Chi gode perché tu, ammirevole, da mirabile diventi miserabile? In casa tua si alleva chi mira a sbranarti con i denti dell’odio. Chi è che osa toglierti la pace? È la protervia di alcuni tuoi cittadini, la cui avidità non basterebbero le ricchezze del mondo intero a saziare!”.
Smodata avidità di ricchezze. La stessa peste morale responsabile dell’odierna crisi economico-finanziaria corrodeva anche il mondo di Bonvesin da la Riva. Ancora una volta, non si può che dare ragione al saggio Ecclesiaste con il suo disincantato aforisma:  nihil novi sub sole.

(©L’Osservatore Romano – 4 luglio 2009)

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