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La figura del cardinale Morone a 500 anni dalla nascita

3 luglio 2009

Si chiuderà il 26 luglio presso il Museo Diocesano Tridentino la mostra “L’uomo del Concilio”, organizzata in occasione del 500° anniversario della nascita del cardinale Giovanni Morone. Pubblichiamo uno stralcio da uno dei saggi del catalogo.

di Alessandro Paris

Il 31 maggio 1557, in piena notte, il cardinal Carafa irrompeva nella residenza romana del cardinal Morone, seguito da “forse venti soldati”, per comunicargli che “la mente di Nostro Signore era che esso andasse prigione in Castello”. Pur aggiungendo che “a lui doleva di haverli a far tale ambasciata”, il Carafa rapidamente ordinava all’autorevole porporato “che facesse chiamar un cameriero suo, che consignasse a giudici et notarii deputati tutti li suoi libri et scritture, et così fu fatto”. Mentre veniva condotto nelle prigioni inquisitoriale di Castel Sant’Angelo e la sua piccola corte rinchiusa precauzionalmente in una camera (“dove stettero col bargello un gran pezzo”), si iniziò freneticamente “a inventariare tutto il studio del cardinal insieme con le scritture, nelle quali, per quello che gli giudici hanno hauto a dire, non trovano se non cose bone”.
Nell’interrogatorio del 24 settembre 1557 il Tribunale dell’Inquisizione mostrò al Morone un “libello cooperto colore granato continente libros Prophetarum”, subito riconosciuto dal cardinale che ne rivendicò anche le annotazioni marginali:  “Questo libretto è mio” e “ce ho scritto io”. L’attenzione dei giudici si concentrò su una sua glossa e altri appunti che parevano suggerire una consonanza dei suoi orientamenti religiosi con le dottrine protestanti. Morone cercò di respingere simili accuse, sottolineando di aver profuso ogni impegno durante le sue missioni diplomatiche in Germania per sostenere la nascente controversistica cattolica, in modo da “cavar li articoli falsi accioché, facendosi il concilio, si potessero impugnar più facilmente”, ricordando tra l’altro che alla raccolta di libri protestanti in vista di una loro confutazione aveva contribuito anche “il reverendissimo Tridentino vecchio”, quel Bernardo Cles che disponeva di una ricca e aggiornata biblioteca, in cui non mancavano i libri religiosi che da nord transitavano lungo la via del Brennero.
Al di là del suo darsi da fare in Germania per procurarsi libri eterodossi da inoltrare a Roma, occorre anche chiedersi con che atteggiamento mentale Morone ne scorresse le pagine, che cosa vi cercasse e vi trovasse:  “Quando io leggo un libro – avrebbe risposto il cardinale – o odo una predica, io piglio quello che è buono et che può fare edificatione et non soglio iudicare se l’è qualche male, perché o non lo adverto per inconsideratione o non lo cognosco per ignorantia. Ma quando vi fusse qualche cosa mala, che io lo sapesse, io non lo approvaria. Et che in questo libro ve sia qualche cosa cattiva può essere, ma io non l’ho in memoria”.
Questo atteggiamento aperto e selettivo scaturiva senza dubbio anche dalla convinzione che fosse necessario percorrere una nuova via per varare un’autentica riforma della Chiesa. E fu proprio tale convinzione a nutrire l’avversione politica e i sospetti teologici di Gian Pietro Carafa, ai cui occhi il Morone diventò il simbolo (accanto a Reginald Pole) di una generazione che inutilmente aveva cercato di conoscere e capire, prima di confutare, motivazioni religiose della profonda frattura aperta dalla Riforma protestante. A questo proposito il cardinale milanese riconobbe che tutti quegli “andamenti delli libri” di cui si era reso protagonista potevano “haver partorito qualche ombra presso molti, et massime presso librari et ligatori et altri che sapevano o havevano inteso ch’io li haveva, ma non sapevano ch’io li poteva havere et la causa”.
La stessa biblioteca moroniana offrì agli inquisitori numerosi spunti per corroborare i loro sospetti sull’adesione del cardinale alle dottrine maturate nel gruppo valdesiano poi raccoltosi intorno al cardinal d’Inghilterra e a Marcantonio Flaminio nella cosiddetta Ecclesia viterbiensis nel 1541. Abili e sfuggenti furono le risposte del Morone, che insistette a sua discolpa sulla confusione dottrinale e i molteplici fermenti di riforma che avevano percorso gli anni trenta e quaranta.
Per questo, nel riferirsi all’esoterica allusività degli scritti valdesiani, si premurò di far presente agli inquisitori la necessità di riconoscere la sua buona fede, in un contesto politico-religioso in cui il principio di ortodossia era a dir poco fluttuante, ammettendo di non aver saputo discernere limpidamente la verità dall’errore:  “Voglio dir che quando un libro par bona et non è proibito, havendo qualche cosa mala dentro, è facil cosa ch’uno, etiam più dotto di me, s’inganni et non adverta li errori. Ma io non diffendo il libro et lascio la censura alla sede apostolica, la quale io voglio sempre seguitar, et io lo voglio haver per reprobo in tutti quelli punti che si trovano contra la verità catholica. Et perché intorno a questi libretti possono esser occorsi diversi accidenti, delli quali non ho così particolar memoria, mi rimetto in tutto alla verità”.

(©L’Osservatore Romano – 4 luglio 2009)

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