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Duecento anni fa nasceva Guglielmo Massaja, grande missionario in Etiopia

1 luglio 2009

di Egidio Picucci

Lunga e interessante la serie delle manifestazioni previste per il bicentenario della nascita del cardinale Guglielmo Massaja (1809-2009), il frate cappuccino che alla metà dell’Ottocento riaprì alla Chiesa il cammino verso l’Etiopia, dopo il fallimento delle missioni gesuitiche, francescane e cappuccine dei secoli XVI e XVII.
Si tratta di uno dei missionari più significativi della Chiesa, considerato dalla storiografia missionaria il maggior evangelizzatore del xix secolo, attuale nell’esempio e nel messaggio evangelico anche per le condizioni ambientali in cui lavorò, per le peripezie dei suoi interminabili viaggi, per la tempra del suo carattere e per quella genialità organizzativa che gli fece intuire e realizzare “una presenza di Chiesa primitiva ma proprio per questo degna dei tempi apostolici per semplicità, essenzialità, nitidezza e aderenza all’indole delle tribù evangelizzate”, come ha scritto padre Antonino Rosso che ha passato la vita sui suoi scritti.
A Roma sono stati tenuti due convegni – 11 novembre 2008 e 9-10 giugno 2009 – in cui è stata approfondita la sua spiritualità, la sua produzione letteraria – grammatica della lingua oromo, catechismo bilingue (amara e galla) memorie missionarie – l’ambiente in cui ha svolto l’apostolato, i suoi rapporti con le autorità italiane nella prospettiva di un colonialismo in cui si trovò involontariamente implicato.
Tutto questo rivivrà in una mostra storico-filaletica che si terrà il 3-4 ottobre nella parrocchia Madonna di Campagna, a Torino, affidata ai Cappuccini; in due ulteriori convegni, uno ad Asti il 17 ottobre e l’altro a Torino il 21 novembre; nel film Abuna Messias, il primo documentario sul Massaja, vincitore della Mostra del cinema di Venezia nel 1939 e recentemente restaurato; nel documentario Un illustre conosciuto, realizzato dalla Nova T di Torino.
La sua profonda spiritualità lo sorresse negli otto esili a cui fu condannato; negli anni di solitudine che passò tra villaggi ignoti anche agli esploratori più attenti; nelle pesanti congiunture delle epidemie che decimavano la sua gente (che salvò da un furioso attacco del vaiolo); nelle fatiche apostoliche che gli imponevano di essere vescovo, medico, mercante, architetto, muratore, etnologo, maestro e scrittore, ricercato, onorato, perseguitato e umiliato, giacché, come scrisse lui stesso, “un missionario deve fare almeno due parti:  una di maestro, che è la minima, e l’altra di vittima, in supplemento e continuazione del sacrificio del calvario”.
Alla vigilia della morte, avvenuta a San Giorgio a Cremano, in provincia di Napoli, il 6 agosto 1889, scrisse:  “Desidero che si sappia non essere io infine che un povero cappuccino, un missionario di Gesù Cristo; qualunque altra dignità e supposto merito non sono per me che maggiori debiti presso Dio e presso gli uomini. Se inoltre tanti vogliono ammirare, lodare e premiare le deboli fatiche della mia vita apostolica, protesto che non ho mai inteso servire la Chiesa e la patria col fine di piacere a chicchessia, di farmi un nome e procacciarmi onori presso la società, ma solo per adempiere il mio dovere e giovare alle anime redente da Gesù Cristo. Un nome qualunque non sarebbe per me che un bel fiore olezzante per un giorno, ma inutile per l’eternità”.
Gli sarà stato utile, invece, aver coinvolto nell’attività il clero formato con seminari ambulanti o avviato a un originale monachesimo etiopico-cattolico, con regola francescana; avere ripristinato il catecumenato per avere cattolici convinti e decisi; avere professato un voto che l’obbligava a restare missionario per sempre “tra figli da rendere migliori nel cuore, accettandoli, compatendoli e pregando per loro qualora fossero cattivi”; avere costruito “prima la Chiesa delle anime che quella di pietra, che altrimenti sarebbe vuota”; avere praticato un pesante digiuno (quasi duecento giorni l’anno) dal quale dispensava gli altri, ma non se stesso; avere scelto di camminare sempre a piedi nudi tra sassi e rovi come la sua gente; avere accettato un lavoro estenuante e prigionie disumane, che tuttavia non gli impedirono di amare “i figli avuti da Dio nella misura in cui ne hanno bisogno”.
Quando essi ebbero bisogno di sollievo nelle malattie, fondò ospedaletti primitivi e divenne medico, curando patologie endemiche con sorprendente successo, perché alla medicina occidentale univa le risorse di quella tradizionale, ma soprattutto “una pratica e vivente carità evangelica, perché altro è predicare la carità colla sola parola, altro è predicarla con l’esempio”.
Il quotidiano contatto con i copti lo spinse a convivere per qualche tempo con i monaci del Monastero di sant’Antonio nel deserto della Tebaide, “dal quale escono patriarchi e vescovi copti, gettandovi semi di conversione”, anticipando così, di oltre un secolo, il Decreto postconciliare sulle Chiese Orientali di Paolo VI, nel quale si permette “per una giusta ragione, la partecipazione a funzioni, cose e luoghi sacri tra cattolici e fratelli separati”.
All’indomani dell’arrivo tra i galla, che raggiunse “con tutto il rigore francescano, mendicando di porta in porta un pezzo di pane”, intuì che era indispensabile “educare e istruire l’Africa con l’Africa”, iniziando l’educazione e l’istruzione della gioventù; auspicando l’apertura di centri adatti a questo “in luoghi facilmente raggiungibili (le coste)” e con mezzi idonei. Non potendo disporre di “mezzi” europei (libri, trattati, saggi) scrisse di proprio pugno manuali scolastici; organizzò corsi di formazione scientifica e compose la grammatica della lingua oromo, meritando gli elogi di alcuni membri della Spedizione geografica italiana, che lo definirono “apostolo di Cristo e scienziato, autore imparziale e sommo maestro delle cose africane”. Proprio perché “apostolo di Cristo”, rifiutò categoricamente di mischiare politica e religione. “Il mio sentimento e la mia convinzione – scrisse – fu sempre contraria al sistema di confidare nel favore dei principi, come elemento troppo fragile e troppo misto di passioni per servire di base a un’operazione religiosa, la quale di sua natura deve discendere dall’alto”.
Un giorno, ringraziando per le onorificenze che a un certo punto piovvero da varie parti, dichiarò:  “La Croce a cui io avevo qualche diritto, era quella del Calvario pura e netta della quale non sono stato degno”.
A quella Croce, tuttavia, il grande missionario rimase sempre attaccato con un amore che alimentò la sua santità, vera e genuina, anche se non modellata sul cliché caro agli uomini (penitenze, miracoli, visioni); una santità che, dopo il Vaticano ii, cominciamo a percepire in tutta la sua grandezza e che, dopo oltre un secolo, si spera di veder proclamata e ufficialmente riconosciuta.
Due santi, invece, Daniele Comboni e Giustino De Jacobis, l’avrebbero canonizzato subito perché “uomo semplice come l’acqua, menò la vita più santa, di cui so molti particolari”; e perché “il solo veduto da me basterebbe per canonizzarlo, se fossi Papa”. Leone XIII, apprendendo la notizia della sua morte, esclamò:  “È morto un santo”.
Unanime il giudizio dei suoi confratelli missionari, a cui raccomandava di meritarsi “una popolarità nobile e grave”:  tutti lo reputarono “pieno di carità operativa e che non trova posa perché il fratello non soffra”; “provvido padre, con tutte le qualità che possono desiderarsi in tali persone”; “un santo vecchio, incurvato più dalle fatiche, dagli stenti, dalle privazioni, dai dispiaceri che non dagli anni”.
Questa fama di santità che accompagnò la sua vita “umanamente folle e soprannaturalmente feconda” (Jean-Baptiste Coulbeaux), spinse l’Ordine cappuccino a istituire immediatamente processi informativi, per un’eventuale beatificazione, ad Harar, a Frascati, a Napoli, ad Asti e a Torino. Nel 1993 il cardinale Angelo Sodano, a quel tempo segretario di Stato e astigiano come il Massaja, riavviò un iter che si era bloccato.
La causa è ripresa e tutti si augurano che si concluda presto, riconoscendo ufficialmente le virtù di un missionario che per anni è vissuto “con un pugno di ceci all’uso degli eremiti abissinesi” e che, poco prima di morire, poté scrivere che “tutto il sud dell’Etiopia ha sentito la parola di Dio con cristiani sparsi ovunque:  il resto, poi, giudicherà Dio. Per noi ci basta la sua volontà”.

(©L’Osservatore Romano – 2 luglio 2009)

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