Skip to content

Raccolte in un volume le catechesi di Benedetto XVI dedicate a «L’apostolo Paolo » – Un’esegesi scientifica immersa nella Tradizione

30 giugno 2009

Nell’ambito del progetto “Imago Veritatis”, il 30 giugno alle ore 18, presso Auditorium di via della Conciliazione a Roma, si presenta il volume L’apostolo Paolo di Benedetto XVI. Pubblichiamo uno stralcio dell’intervento del cardinale presidente del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano.

di Giovanni Lajolo

Al termine dell’Anno paolino, possiamo dire ormai in limine discessus, la Libreria Editrice Vaticana ci fa un grande dono da portare con noi negli anni a venire. È la raccolta delle catechesi nelle udienze generali del mercoledì del Santo Padre Benedetto XVI, dedicate a san Paolo durante l’Anno paolino. Si tratta di venti catechesi, a partire dal periodo 2 luglio 2008 fino al 4 febbraio 2009. Non si tratta di una raccolta miscellanea, ma di un tutto organico, corrispondente a un piano accuratamente studiato. La figura di Paolo è anzitutto inserita nel suo contesto storico, religioso, culturale, è seguita nei momenti salienti della sua storia impetuosa e avventurosa, ed è presentata poi nei grandi temi teologici del suo pensiero, per concludere infine con una rapida carrellata, attraverso la storia, su come Paolo è stato recepito, interpretato, rifiutato e rivissuto.
Tra i primi otto capitoli e gli altri nove, ve ne sono tre dedicati alla cristologia paolina. Nessun altro tema riceve una tale attenzione. Si può quindi dedurre che, secondo Benedetto XVI, questo è il centro del pensiero di Paolo. La trattazione della cristologia paolina si articola secondo tre prospettive più specifiche:  preesistenza e incarnazione di Cristo, teologia della croce, definitività della risurrezione. “Per san Paolo – dice Benedetto XVI – la segreta identità di Gesù, più ancora che nell’incarnazione, si rivela nel mistero della risurrezione” (pp. 100-102).
Dopo il tema della cristologia paolina, segue per importanza nell’esposizione di Benedetto XVI quello della dottrina della giustificazione, al quale sono dedicati due capitoli, articolati in maniera speculare:  dalle opere alla fede, dalla fede alle opere. Qui Benedetto XVI si preoccupa di chiarire la grande questione della giustificazione in forza della fede. La questione della giustificazione risponde alla domanda:  “Come diventa giusto l’uomo agli occhi di Dio?” (p. 113).
È nella risposta a questa questione che si trova il discrimine originante la separazione del protestantesimo dalla Chiesa cattolica. Lutero, nella sua interpretazione della lettera di Paolo ai romani, era giunto alla conclusione che l’uomo è giustificato solo grazie alla fede senza le opere:  sola fide. Il Concilio di Trento, nella sessione del gennaio 1547, condannò l’interpretazione luterana.
Come ne tratta ora Benedetto XVI? Nel primo dei due capitoli dedicati al tema della giustificazione:  “dalle opere alla fede”, il Papa offre una spiegazione della problematica paolina, collocandola nel contesto culturale vissuto, e sofferto, da Paolo. La Legge mosaica costituiva come un “muro” opposto alla pressione culturale del mondo pagano, che minacciava l’identità israelitica e la stessa fede nell’unico Dio. Tale situazione subì una radicale trasformazione con la risurrezione di Cristo. Con essa il Dio di Israele diventa il Dio di tutti i popoli. Cade, perché superfluo, il “muro” della Legge mosaica, fatta di prescrizioni e di decreti, dal momento che Cristo, scrive Benedetto XVI “garantisce la nostra identità nella diversità delle culture (p. 118). Il Papa si riferisce esplicitamente al memorabile passo della Lettera agli Efesini:  “In Cristo Gesù, (…) ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, (…) annullando, per mezzo della sua carne, la legge fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace” (2, 13-15).
Sulla natura della giustificazione e il suo aggancio alla fede, alla sola fede, il Papa dice quindi:  “Essere giusti vuole semplicemente dire essere in Cristo, con Cristo, e questo basta. (…) L’espressione sola fide di Lutero è vera se non si oppone la fede alla carità, all’amore. La fede è guardare Cristo, affidarsi a Cristo, attaccarsi a Cristo, conformarsi a Cristo, alla sua vita” (pp. 118-119). Il Papa aggiunge:  “Questo è essenziale:  l’etica cristiana non nasce da un sistema di comandamenti, ma è conseguenza della nostra amicizia con Cristo” (p. 125).
Tra il tema della cristologia e quello della giustificazione è inserito un tema non facile, ma imprescindibile, “Escatologia:  l’attesa della parusia”. Escatologia è il discorso delle “cose ultime”, parusia significa “il presentarsi”, “ritorno”:  il ritorno del Signore. Ecco il famoso brano della prima lettera ai Tessalonicesi (che è anche il primo scritto di Paolo):  “Prima risorgeranno i morti in Cristo, quindi noi, che viviamo e che saremo ancora in vita, verremo rapiti insieme con loro nelle nubi, per andare incontro al Signore in alto, e così saremo sempre con il Signore” (4, 16-17). Ed ecco la spiegazione, molto diretta di Benedetto XVI:  “Paolo descrive la parusia di Cristo con accenti quanto mai vivi e con immagini simboliche, che trasmettono però un messaggio semplice e profondo:  alla fine saremo sempre con il Signore. È questo, al di là delle immagini, il messaggio essenziale:  il nostro futuro è “essere con il Signore”; in quanto credenti, nella nostra vita noi siamo già con il Signore; il nostro futuro, la vita eterna, è già cominciata” (pp. 105-106).
Un altro punto, che non poteva mancare in questa presentazione di Paolo, è il rapporto di Paolo con Pietro. Benedetto XVI dedica un capitolo al Concilio di Gerusalemme e all'”incidente di Antiochia”. Sotto questo nome va il focoso rimprovero che Paolo rivolse a Pietro. Antiochia era ai tempi di Paolo capitale romana della Siria. È ad Antiochia che l’afflusso dei pagani alla Chiesa nascente non rimase solo limitato a singole persone, ma si fece socialmente così consistente che “ad Antiochia per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani” (Atti, 11, 26).
Il fatto di Antiochia è questo, ed è narrato dallo stesso Paolo nella Lettera ai Galati:  Pietro, giunto anch’egli ad Antiochia, condivideva, come già prima faceva, la mensa con i pagani, senza quindi osservare la legge mosaica sui cibi; ma all’arrivo di altri cristiani, che erano invece osservanti, al fine di non scandalizzarli evitava i contatti a tavola con i pagani, attirando anche altri cristiani nello stesso atteggiamento. Paolo descrive in maniera assai viva come egli si oppose a Pietro “a viso aperto”, “in presenza di tutti”, rimproverando a Pietro la sua incoerenza.
È un episodio questo sovente richiamato da quanti si oppongono, su una questione o sull’altra, al successore di Pietro per testimoniare come Paolo – essi dicono – avesse una più genuina fedeltà al Vangelo con libertà cristiana. Benedetto XVI, trattando del grande tema della libertà cristiana, oggetto di contesa al Concilio di Gerusalemme come nell'”incidente di Antiochia”, rileva la diversa preoccupazione alla base delle differenti valutazioni, di Pietro e di Paolo, ma osserva anche:  “Strano a dirsi, ma scrivendo ai cristiani di Roma, alcuni anni dopo (intorno agli anni cinquanta), Paolo stesso si troverà di fronte a una situazione analoga e chiederà ai forti di non mangiare cibo impuro per non perdere o per non scandalizzare i deboli:  “Perciò è bene non mangiare carne, né bere vino, né altra cosa per la quale tuo fratello possa scandalizzarsi (Romani, 14, 21)” (p. 60). La irruente coerenza di Paolo ebbe anch’essa la sua maturazione. Benedetto XVI ne trae una lezione sulla libertà dello spirito, “che trova il suo orientamento nella fede in Cristo e si concretizza nel servizio ai fratelli” (p. 61).
Significativamente il Papa ha dedicato tutto un capitolo alle due lettere ai Colossesi ed agli Efesini, le quali hanno molto in comune tra di loro nel linguaggio, nella concezione di Cristo come capo della Chiesa e vertice del cosmo, nel presentare un codice domestico, cioè norme sul comportamento virtuoso da parte dei componenti la famiglia, e in altro ancora. Lasciatemi citare alcune linee che riflettono qualcosa – mi pare – dell’animo musicale del Papa:  “Mentre in Colossesi si legge letteralmente l’invito a “esortarvi con salmi, inni canti spirituali, con gratitudine cantando a Dio con i vostri cuori” (3, 16), in Efesini si raccomanda ugualmente di “parlare tra di voi con salmi, inni e canti spirituali, cantando e lodando il Signore con il vostro cuore” (5, 19). Potremmo meditare su queste parole:  il cuore deve cantare – dice Benedetto XVI – e così anche la voce, con salmi e inni per entrare nella tradizione della preghiera di tutta la Chiesa dell’Antico e del Nuovo Testamento” (p.157).
Benedetto XVI è attaccato a una esegesi dei testi scritturistici sempre storicamente fondata. È una esegesi scientifica, ma anche tutta immersa nella grande Tradizione viva della medesima dottrina, quale ci viene dagli apostoli stessi e, senza soluzione di continuità, dai Padri della Chiesa, ed essa è utile, anzi necessaria “per introdurci nella comprensione delle Scritture e cogliervi la voce di Cristo” (p. 169).

(©L’Osservatore Romano – 30 giugno 1 luglio 2009)

Annunci
No comments yet

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: