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Gestione autonoma della sicurezza – Il nuovo Iraq alla prova

30 giugno 2009

di Gabriele Nicolò

L’Iraq, dal 30 giugno 2009 senza più soldati statunitensi nelle città, sta meglio rispetto all’Iraq prima del 19 marzo 2003, quando iniziò l’offensiva anglo-statunitense per deporre il regime di Saddam Hussein? E se sta meglio, sono giustificati i sacrifici imposti in questi anni di conflitto? La guerra – dichiarata senza il beneplacito dell’Onu e a motivo della presenza mai accertata di armi di distruzione di massa e del presunto sostegno al terrorismo di Al Qaeda – ha causato la perdita di migliaia di vite umane, sia tra i soldati della coalizione internazionale, sia soprattutto tra la popolazione civile. Le violenze hanno poi colpito la comunità cristiana:  sono stati uccisi uomini di Chiesa, i fedeli sono stati fatti oggetto di persecuzione e sono state attaccate ripetutamente le chiese. Alla storia del conflitto si sono aggiunte altre pagine scure, come quelle delle torture inflitte ai detenuti del carcere di Abu Ghraib.
Un conflitto che ci si affrettò troppo presto a dichiarare concluso con l’abbattimento, già nell’aprile del 2003, della statua di Saddam Hussein nel centro di Baghdad e con essa della dittatura. Ma la controffensiva della guerriglia si è realizzata con uno stillicidio di violenze attraverso attentati suicidi, agguati e scontri a fuoco. E queste violenze – sebbene con minore intensità e coordinate da una rete terroristica meno solida – continuano a insanguinare il territorio.
Volgendo lo sguardo indietro, una volta scaduto il loro mandato, sia il presidente statunitense, George W. Bush, sia il premier britannico, Tony Blair – i principali fautori dell’intervento armato – hanno riconosciuto prive di fondamento le motivazioni in base alle quali l’intervento stesso venne deciso. Ora l’Amministrazione Obama vede nell’area comprendente l’Afghanistan e il Pakistan (Afpak) il punto nevralgico nella lotta al terrorismo (21.000 soldati di rinforzo saranno inviati a Kabul, e 7.000 marines sono già in azione):  ma il fronte iracheno non viene trascurato. Non si deroga comunque dall’accordo firmato da Washington e da Baghdad. Entro il 30 giugno i soldati americani hanno lasciato le città irachene; entro l’agosto del 2010 il contingente sarà ridotto da 142.000 a 50.000 unità. I soldati che restano, collaboreranno con le forze irachene e funzioneranno da presidio nel Paese. Entro il 2011 è previsto il rimpatrio di tutti i soldati statunitensi. Una presenza militare, quella americana che, nonostante le riduzioni, continua a farsi sentire nel territorio, mentre il Paese fatica a riconquistare la propria indipendenza e sovranità. Nel frattempo tra le fila dei soldati statunitensi si registrano nuove perdite:  oggi quattro militari sono morti in seguito alla ferite riportate in uno scontro a fuoco con gli uomini della guerriglia.
In questi anni, mentre risultava sempre più difficile riportare ordine e sicurezza nel territorio iracheno, si è insistito sul fatto che il conflitto si rendeva comunque necessario visto che l’obiettivo dichiarato era il ripristino della democrazia in un Paese segnato da anni di dittatura.
Ora l’Iraq ha un Governo, democraticamente eletto, un esercito e regolari forze di sicurezza. Inizia quindi a procedere con le proprie gambe, senza aiuti esterni, verso la meta di una democrazia stabile. Ma nello stesso tempo ci si chiede se l’Iraq sia effettivamente in grado di fare a meno dell’aiuto internazionale. Non sono da sottovalutare, infatti, le logoranti rivalità interne, principalmente tra le comunità sciita, sunnita e curda. Non si è riusciti ancora a creare, su tale versante, una coesione convinta. E l’esercito e le forze di sicurezza – formati sotto il tirocinio dei militari della coalizione internazionale – non sembrano all’altezza della situazione:  la guerriglia infatti non fa sconti.
C’è da rilevare poi che nel territorio resta una miseria profonda. Numerose famiglie vivono sotto la soglia di povertà, soprattutto quelle che si trovano nei sobborghi e nelle zone remote. Come pure permane la paura di fare anche le cose più semplici, come andare al mercato, sedersi in un locale a bere un caffè, fare la fila in un ufficio:  da un momento all’altro, infatti, potrebbe scoppiare una bomba o mischiarsi tra la folla un attentatore suicida (con frequenza comunque minore rispetto agli anni passati).
E l’Iraq, per favorire il proprio benessere, sta cominciando a guardare anche oltre i propri confini. Significativo è il fatto che dopo più di trent’anni le compagnie petrolifere straniere per la prima volta rientreranno a lavorare nel Paese. A fine giugno è prevista infatti l’assegnazione dei primi contratti. Una prospettiva che è comunque osteggiata da quanti temono che le compagnie straniere vincitrici delle gare d’appalto possano beneficiare quasi esclusivamente degli utili di produzione bloccando così, per altri decenni, la crescita dell’economia locale. È pur vero, tuttavia, che fino a qualche tempo fa non si sarebbe pensato che l’Iraq potesse aprirsi al dialogo contrattuale con interlocutori internazionali. Ma ci si continua intanto a interrogare sulla qualità della vita della popolazione irachena, profondamente ferita da anni di conflitto, e sull’esito degli sforzi di vincere anzitutto la sfida della povertà.

(©L’Osservatore Romano – 30 giugno 1 luglio 2009)

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