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torie di immigrazione in seconda serata – Uomini con la valigia raccontano chi siamo

27 giugno 2009

di Silvia Guidi

Due occhi azzurri spuntano da una manica di maglione riadattata come cappuccio francescano; è fratel Biagio Conte, “il primo esempio di cura omeopatica per gli homeless” come è stato ribattezzato dall’affettuosa ironia dei suoi amici.
Perché “Biagio è uno di loro, sa come fare compagnia a chi ha perso tutto, anche la voglia di vivere – racconta chi lo conosce bene – sa di cosa ha bisogno chi vive in strada, conosce l’indifferenza ottusa di chi svuota la casa di stracci e rottami inservibili e pensa di aver fatto la carità, ma anche l’inerzia e l’abbandono di chi si lascia andare, le storie di ordinaria violenza tra drop out dove furti e pestaggi sono all’ordine del giorno. Per questo riesce dove i professionisti della solidarietà falliscono”.
Sono tanti i protagonisti de La valigia con lo spago, un programma tv – quattro puntate di inchiesta in onda su Rai Uno dal 29 giugno per quattro lunedì consecutivi, eccetto il 6 luglio – che porta in seconda serata un tema scomodo come l’immigrazione senza edulcorare le storie che racconta, senza censurare niente, parlando anche di quando la paura rende violenti e la miseria non è un motivo per essere più uniti ma una spinta alla sopravvivenza a ogni costo.
Un programma che il passaparola su internet ha già reso famoso “prima della prima”:  “In tre settimane il blog http://www.lavaligiaconlospago.tv ha registrato oltre seimila visite” conferma Luca De Mata, direttore dell’Agenzia Fides, che ha curato i testi e la regia con la collaborazione di Nicola Bux e Massimo Cenci; la colonna sonora è firmata del giovane musicista Aurelio Canonici.
Accanto a Biagio Conte, che a Palermo ogni giorno offre un tetto e un pasto caldo a più di 600 persone, c’è padre Josaphat, missionario tra i rom, e ci sono i volontari della Caritas di Cuenca in Spagna, che devono affrontare un fenomeno inedito per una zona tradizionalmente considerata povera (Cuenca è nel cuore de La Mancha, la terra descritta da Cervantes):  l’arrivo di immigrati ancora più poveri.
Anche Oxana Alistratova conosce bene il mondo di chi non viaggia in business class, ma con un bagaglio a mano fatto di speranze che spesso svelano la loro natura di illusioni:  oggi è presidente della Ong “Interazione” in Transnistria ma la sua attività nasce dalla sua storia personale di vittima della tratta a scopo di prostituzione.
L’esodo di migliaia di persone è un evento traumatico anche per i Paesi da cui si parte:  la migrazione disgrega il tessuto sociale, spezza i legami  tra le generazioni, gli anziani che restano hanno pensioni misere,  i giovani che partono vivono una libertà immaginaria e non ritornano per la vergogna e per la paura,  i  bambini rischiano l’accattonaggio.
L’immigrazione è un affare enormemente redditizio per la criminalità:  i flussi migratori generano nuove forme di schiavitù. Negli Stati Uniti si contano 9 milioni di “uomini ombra” ma poiché è arduo contare ciò che non si vede si stima che siano almeno 20 milioni.
Davanti a un fenomeno così imponente la filantropia non basta. “La comprensione per le persone ai margini della società, ai margini della Chiesa, per i “falliti” e per i sofferenti (…) è il vero nocciolo della moralità cristiana” scriveva anni fa il cardinale Ratzinger. Un “nocciolo” solido, concreto, fatto di cibo, coperte e vestiti, un dentista o un medico  quando serve, un letto pulito  e  una  doccia calda a fine giornata.
La generosità spontanea prima o poi presenta il conto, o perde lo slancio iniziale, la carità no, è un’altra cosa, un altro mondo in questo mondo. Biagio Conte prova a spiegarlo con un esempio:  “Samuel arrivava dall’Eritrea coi barconi dei disperati. Zoppicava per colpa di una malformazione alla gamba destra, più corta dell’altra. Aveva bisogno di una scarpa ortopedica, di quelle che non si comprano in farmacia, bisogna prendere le misure e commissionarle a officine specializzate; un mese di tempo, almeno. Il giorno dopo il suo arrivo, dentro un sacchetto, confuse tra maglioni e coperte c’erano due scarpe ortopediche:  una donazione come tante altre, ma perfette per Samuel, misura e correzione compresa. Quando mi chiedono cos’è la provvidenza io racconto questa storia”.
La carità ha anche un valore conoscitivo:  l’essere pellegrino, homo viator, svela la natura profonda della condizione umana, visto che mettersi in viaggio alla ricerca di qualcosa che possa rispondere alla domanda di felicità è tipico dell’essere umano di ogni epoca. Il migrante è innanzitutto un uomo, con un nome e una storia, con un “volto” – direbbe Emmanuel Lévinas – e come tale non è riducibile a uno schema, non coincide con quello che penso di lui; è un’alterità che mi interpella, e accettare di non ridurlo alla sua apparenza cambia anche il modo con cui ci si rapporta ai figli, al marito, alla moglie, agli amici.
Dare risposte esaurienti a un fenomeno così vasto e variegato sarebbe una pretesa poco realista; la cosa più importante, sembra suggerire il programma di Luca De Mata, è non archiviare frettolosamente le domande che solleva. E non censurare la novità continua – fatta di ferite come di sorprese positive – che genera l’incontro con l’altro. La pensava così anche l’autore di Massa e potere, Elias Canetti; a chi, dopo una conferenza o un convegno, si offriva di chiamargli un taxi rispondeva sempre:  “No grazie, preferisco l’autobus. Voglio vedere le facce”.

(©L’Osservatore Romano – 28 giugno 2009)

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