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Lo fa capire chiaramente il presidente Barack Obama – Le violenze in Iran pesano sul dialogo con gli Stati Uniti

27 giugno 2009

Washington, 27. “Un oltraggio”. Così il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha commentato ieri dalla Casa Bianca le violenze perpetrate negli ultimi giorni dalle forze di sicurezza iraniane contro decine di migliaia di manifestanti dell’opposizione.
Violenze “inammissibili”, ha precisato Obama, che sono destinate a frapporre ulteriori ostacoli all’apertura di un dialogo diretto tra Washington e Teheran. Il “coraggio” del popolo iraniano “di fronte alla brutalità”, ha riferito, “testimonia la persistente ricerca di giustizia”. Secondo il presidente americano, “i diritti degli iraniani di riunirsi, parlare, far sentire la loro voce, sono aspirazioni universali”. E in questo senso, sempre a detta di Obama, il leader dell’opposizione e candidato alle presidenziali, il conservatore moderato Mir Hossein Mussavi, ha catturato l’immaginazione degli iraniani, che vogliono un’apertura verso l’Occidente. “Se il Governo iraniano desidera il rispetto della comunità internazionale – ha aggiunto il presidente statunitense – deve rispettare i diritti della sua gente e rispettare la volontà del suo popolo”, confermando che i tragici eventi “avranno sicuramente un’incidenza” sui tentativi di giungere a un dialogo diretto con Teheran. Obama ha anche detto che nonostante tutto la porta rimane aperta a discussioni multilaterali con le autorità iraniane in strutture già esistenti come il 5+1 (i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, più la Germania) o altrove sulla scena internazionale.
Rispondendo poi a una domanda di un giornalista del “New York Times”, Barack Obama ha detto di “non prendere sul serio” la richiesta di scuse per le ingerenze negli affari interni dell’Iran avanzata due giorni fa dal presidente della Repubblica islamica, Mahmud Ahmadinejad, “soprattutto per il fatto che gli Stati Uniti hanno fatto tutto quello che era possibile fare per non interferire nel processo elettorale in Iran”. Il presidente degli Stati Uniti – informa l’agenzia Reuters – ha detto che è piuttosto Ahmadinejad che dovrebbe scusarsi con il suo popolo, “soprattutto con le famiglie di coloro che sono stati picchiati, presi a colpi d’arma da fuoco, incarcerati”.
Anche se nelle ultime ore non sono stati registrati ulteriori episodi di violenza, la situazione a Teheran rimane molto tesa. Nella consueta preghiera del venerdì a Teheran, l’ayatollah Ahmad Khatami (da non confondere con l’ex presidente, Mohammed Khatami) ha chiesto pene durissime per tutti quelli che guidano le proteste contro l’esito delle presidenziali dello scorso 12 giugno, che hanno confermato per un secondo mandato l’attuale presidente Ahmadinejad. Dopo aver assicurato ieri che nessuna frode è stata compiuta nelle presidenziali del 12 giugno, un portavoce del Consiglio dei Guardiani della Costituzione – l’organo incaricato di sovrintendere sulla legittimità dei processi elettorali in Iran – ha dichiarato all’agenzia di stampa Insa che una speciale commissione sarà formata per ricontare il dieci per cento dei voti, un’operazione che questo organismo aveva già annunciato di voler fare. Il riconteggio avverrà alla presenza dei rappresentanti dei leader dell’opposizione e di una speciale commissione composta da sei persone. Tra queste, l’ex ministro degli Esteri iraniano, Ali Akbar Velayati, l’ex presidente del Parlamento, Gholamali Haddad Adel, e il procuratore generale della Repubblica, Dorri-Najafabadi. Successivamente, la commissione presenterà una relazione sul risultato finale delle presidenziali.

(©L’Osservatore Romano – 28 giugno 2009)

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