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Finanza e povertà globale – Piccole scelte per uscire da una grande crisi

27 giugno 2009

di Leonardo Becchetti

Le nuove sconcertanti stime della Fao testimoniano che la crisi finanziaria globale non è stata uno scherzo e che nel giro di un anno ha provocato 100 milioni di malnutriti in più. È il caso di domandarsi per quale motivo siamo finiti in un sistema nel quale l’economia non è al servizio della persona ma la persona al servizio dell’economia. Nella tradizionale visione ottimistica dell’economia della crescita, la ricchezza, anche se prodotta dalle classi medie o medio-alte, prima o poi sgocciola a valle beneficiando anche i più poveri. Lo sgocciolamento, in realtà, non ha mai funzionato veramente bene se l’umanità non è riuscita ad erodere quello zoccolo duro di circa un miliardo di poverissimi sotto la soglia simbolica del dollaro al giorno. La combinazione perversa di una serie di fattori di origine storico-geografica che hanno bloccato la convergenza dei Paesi più poveri lo ha di fatto impedito, generando una trappola dalla quale non è possibile uscire agendo su un solo elemento del problema ma  solo lavorando contemporaneamente su più livelli (istruzione, corruzione,  digital divide, infrastrutture).
Con la profonda recessione causata dalla crisi finanziaria le cose sono ulteriormente peggiorate.
La crisi globale e la bolla speculativa sulle materie prime agricole non lasciano più dubbi sui danni potenziali che un certo modo di fare finanza può generare sull’economia reale. La massa di moneta liquida in circolazione a livello mondiale è diventata sempre maggiore. A ciò hanno contribuito le politiche di bassi tassi d’interesse delle banche centrali (dalla giapponese a quella americana) e lo stesso meccanismo di cartolarizzazione dei mutui subprime (all’origine della crisi) che è divenuto fattore di ampliamento del credito e della liquidità, trasformando attività ad alto rischio in attività apparentemente poco rischiose e consentendo dunque alle banche di allentare i propri vincoli di capitalizzazione producendo maggiore moneta bancaria.
La prima cosa da precisare con fermezza a fronte di tutti coloro nei quali la crisi suscita riflessi neo-malthusiani è che non esiste nessuna relazione tra questa crisi alimentare nei Paesi poveri e la crescita della popolazione mondiale. Questa crisi non è affatto legata a problemi di scarsità, ma piuttosto a problemi di opulenza, gestita malissimo.
La Fao sottolinea infatti come la frontiera delle possibilità tecnologiche è ben al di là della capacità di provvedere al sostentamento della popolazione mondiale attuale anche se in futuro dovrà sempre più fare i conti con il problema della sostenibilità ambientale. Con le tecnologie attuali che hanno progressivamente aumentato la produttività agricola siamo in grado di produrre abbastanza cibo per sfamare 12 miliardi di persone (due pianeti della dimensione attuale) eppure ci sono un miliardo di malnutriti.
Per capire perché la produzione è distribuita così male bisogna avere la pazienza di guardare non alle prospettive macro, ma all’evidenza microeconomica e a ciò che avviene all’interno delle filiere.
Negli altipiani aridi dell’Etiopia contadini come i Ropi vivono producendo miglio che, nella stagione umida producono e vendono all’unico intermediario in grado di trasportare il prodotto sui principali mercati di sbocco e, se hanno bisogno di credito, devono prendere denaro a prestito dall’unico intermediario finanziario locale (che può coincidere con la figura del trasportatore). Il potere di monopolio consente a quest’ultimo di imporre prezzi molto inferiori rispetto a quelli di un mercato aperto a dinamiche concorrenziali. I contadini sono poco organizzati e non possiedono buone tecnologie per lo stoccaggio del loro prodotto e sono dunque costretti, paradossalmente, nella stagione secca a diventare acquirenti loro stessi da quegli stessi intermediari che venderanno la merce ad un prezzo ben più elevato rispetto a quello a cui l’hanno comprata.
Lo sguardo di filiera al problema della povertà e il confronto di tante situazioni simili suggerisce che il problema è la distanza dal mercato, la debolezza  associativa e contrattuale, il  potere  degli  intermediari,  l’assenza di concorrenza nei trasporti e nel credito.
La strategia macro dei grandi interventi non riesce spesso a toccare questi aspetti fondamentali. I grandi flussi di aiuti finiscono spesso preda di appetiti predatori alimentando circuiti di corruzione. La strategia micro invece interviene chirurgicamente sulle questioni fondamentali. L’esempio delle filiere equosolidali è infatti quello di creare alternative per lo sbocco dei prodotti, rinforzare la capacità associativa dei produttori e la loro conoscenza dei mercati, promuovere l’innovazione tecnologica e fornire servizi. Sta nascendo in Africa una classe di economisti di livello, formati nelle migliori università internazionali, che sottolinea l’importanza di questo approccio ed è sempre più critica verso la forma tradizionale di aiuto.
Le stesse organizzazioni internazionali come la Fao hanno capito il valore di questo approccio impegnandosi in una serie di progetti che conducono progressivamente i produttori marginalizzati ad una certificazione equo-biologica  che consente di accedere alle filiere nelle quali la loro dignità e opportunità di sviluppo è tutelata e promossa.
Il bello del nuovo modo di affrontare la lotta alla povertà, che non fa elemosine o crea dinamiche assistenziali, ma chiede responsabilità e promuove dignità, è che esso dà la possibilità a tutti di essere protagonisti. Attraverso le certificazioni equo-biologiche le filiere che hanno promosso la sostenibilità sociale ed ambientale chiedono ai consumatori di riconoscere questo sforzo attraverso la preferenza di scelta per questo tipo di prodotti. In questo modo, magari inconsapevolmente, esse finiscono anche per essere promotrici di nuove opportunità produttive che creano posti di lavoro.
Scegliendo ci si può trasformare da persone senza legami che comprano cose in una società sempre più povera di relazioni, in persone che, acquistando prodotti non creano muri ma gettano ponti. La soluzione per un’economia di nuovo a servizio dell’uomo è molto semplice e sta nell’estendere questa intuizione del circuito biosolidale al resto del sistema favorendo l’incontro fecondo tra “due povertà” di diversa natura:  quella economica di pezzi del Sud del mondo e quella relazionale del Nord.

(©L’Osservatore Romano – 28 giugno 2009)

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