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Chiesa e contemporaneità in un dialogo tra il cardinale Camillo Ruini ed Ernesto Galli della Loggia – L’unica eccezione al mondo

27 giugno 2009

di Giulia Galeotti

Presente già nell’epica di Omero e tipico del dramma, il “dialogo” – centrale nell’insegnamento di Socrate – fu, come noto, assunto da Platone. Nella letteratura latina visse dapprima nella satira drammatica delle origini, divenendo quindi parte della filosofia con Cicerone. Utilizzato nei primi secoli del cristianesimo in opere quasi tutte volte a indurre la conversione di ebrei, pagani ed eretici, il dialogo ebbe carattere più dottrinale in Agostino, ricomparve e fiorì nel rinascimento – specie italiano – trovando nel prosieguo molti autori illustri, da Erasmo a Galileo, da Margherita di Navarra a Bodin, da Montesquieu a Voltaire, da Leopardi a Pavese.
Espediente letterario e, soprattutto, indispensabile via di confronto di punti distanti, ma attratti a un comune interesse, il dialogo è la struttura portante del recente volume Confini. Dialogo sul cristianesimo e il mondo contemporaneo (Milano, Mondadori, 2009, pagine 202, euro 18), in cui lo storico laico Ernesto Galli della Loggia e il cardinale Camillo Ruini si confrontano su modernità e Cristianesimo, nella comune “acuta preoccupazione” che le nostre società occidentali stiano “per smarrire l’ispirazione umanistica che è alla loro origine e dei cui frutti esse ancora godono”.
Il libro – che, anche graficamente, ricorda con immediatezza l’intreccio tra due voci narranti così diverse per vissuto, ruoli ed esperienze – è composto da cinque capitoli, cinque grandi nodi che, problematizzando storicamente i termini della questione, ricostruiscono la trama della complessa e intricata tela dei rapporti attuali tra cristianesimo e mondo contemporaneo.
Molti di questi nodi sono emersi giovedì scorso in occasione del dibattito intorno al volume – tenutosi nella Sala Angiolillo di palazzo Wedekind a Roma – quando, moderatore il notista politico del “Corriere della Sera”, Massimo Franco, il direttore del “Foglio” Giuliano Ferrara e lo storico Andrea Riccardi si sono soffermati su diversi temi del libro, in un dialogo serrato tra le pagine del volume e le voci degli autori presenti al tavolo. Moderava l’incontro lo storico ed editorialista de “Il Corriere della Sera” Massimo Franco. Si è così discusso di presunta identificazione tra Chiesa e Occidente; di attualità e significato del Concordato; di Chiesa e Stato soprattutto in Italia; delle interpretazioni diverse del concilio Vaticano II.
Partendo – come del resto nel libro – dal confronto tra il modello illuminista francese e quello americano, Giuliano Ferrara ha subito lanciato “una piccola bomba intellettuale”, domandandosi – sulla scia del modello statunitense in cui non v’è spazio per un testo come il Concordato (essendo fondante l’idea della libertà di culto nel rapporto con lo Stato) – quale sia il suo significato oggi in Italia. Se Galli della Loggia, pur condividendone le riserve, ha ricordato come il Concordato non serva a proteggere una religione, quanto piuttosto un’istituzione, il cardinale Ruini ha fatto notare come la revisione del 1984 sia stata tutt’altro che formale, orientandosi proprio al concetto di libertà religiosa sancita dal concilio Vaticano II.
Salutando il testo come “un libro vero”, che indaga le radici di senso del mondo contemporaneo – “non un libro di moderna teosofia, non un libro alla Augias-Mancuso, scopiazzato da internet” – Ferrara ha individuato il punto d’incontro tra Galli della Loggia e Ruini nel tema centrale dell’educazione:  è il problema attuale delle classi dirigenti occidentali, in un contesto che rifiuta di confrontarsi con le questioni che riguardano nel profondo la persona. Secondo il direttore del “Foglio” la sola “occasione mancata” del libro sarebbe l’indagine sul rapporto tra la deriva e lo sfilacciamento attuali, e il concilio Vaticano II, strumento di rilancio della vitalità della Chiesa ma anche momento in cui storia e tradizione sarebbero entrate in conflitto (“è un fuoco da tenere acceso quello del peso del concilio quando si parla del rapporto tra Chiesa e modernità”).
Grande spazio al concilio anche nelle parole di Andrea Riccardi, secondo il quale la profonda intuizione del cardinale Ruini è stata proprio quella di aver visto nella grande assise ecumenica l’appuntamento di riconciliazione tra la Chiesa e l’Occidente, che ha segnato la ratifica di un patrimonio comune di valori. Un concilio, del resto, in cui è stato importante, in tema di affermazione della libertà religiosa, proprio il ruolo dei vescovi statunitensi. Sul Vaticano II interviene anche Ruini:  se di esso esistono diverse interpretazioni (in un primo momento, prevalse la tendenza unilaterale a esaltarlo, mentre ora si tende a evidenziarne soprattutto i limiti) il dato centrale è l’aver costituito un momento fondamentale per il cammino della Chiesa.
Riccardi, che ha ricordato il ruolo complessivo di Pio XII e del suo “pontificato decisivo”, si è anche soffermato sul dogma della “secolarizzazione inevitabile” della modernità, dogma che è poi stato smentito, sebbene la secolarizzazione sia stata molto profonda. La grande forza della Chiesa cattolica – a differenza del mondo protestante e anglicano – è stata proprio la sua “intransigenza”:  essa “non si è fatta dettare l’agenda dalla modernità”.
E se Galli della Loggia avanza qualche dubbio sulla Chiesa, la quale gli appare quasi a rischio scismatico, con le varie correnti che l’attraversano – la Chiesa, secondo lo storico, sarebbe oggi un insieme di movimenti autogestiti, quasi holding che via via vanno esautorando la gerarchia – secondo Riccardi invece la forza della Chiesa cattolica risiede proprio nella sua complessità. Una complessità che è stata perfettamente incarnata da Giovanni Paolo II, nei confronti del quale Ruini ha rimarcato il suo “debito profondo”.
Molto dibattuta nella discussione, come nel volume, la questione della presunta identificazione tra Chiesa e Occidente. Identificazione che va decisamente negata secondo Riccardi:  si pensi ai cattolici di rito orientale, che sebbene pochi sono però simbolicamente significativi. A suo avviso, il genio della Chiesa sta proprio nella sua capacità di appartenere a una nazione; non però a una nazione sola – è la differenza principale con le Chiese ortodosse – e per questo quella della Chiesa è una “lunga storia inclusiva incarnata” (e certo non statica), una storia “non bloccata in una civiltà, anche se la vive a fondo”.
Nel respingere l’identificazione tra Chiesa e Occidente hanno concordato tutti. In particolare Galli della Loggia, rovesciando la questione, ha ricordato come siano i detrattori e i persecutori della Chiesa a considerarla occidentale, e per questo a contestarla. Galli della Loggia fa l’esempio degli indù che perseguitano i cristiani in quanto portatori di una cultura che sovvertirebbe quel sistema delle caste su cui invece è edificata la loro.
Nel corso del dibattito non è stato affrontato un altro dei punti forti del libro, e cioè il tema della scienza che, come scrive Galli della Loggia, è “il vero motore del grande cambiamento del senso comune in cui è consistita la modernità” – e che continua a essere “il grande propulsore del mutamento della mentalità perché incide come nessun altro fattore sugli aspetti materiali della nostra esistenza”. Qui il dialogo tra il non credente e il religioso si fa interessante nella misura in cui parte dall’attuale frattura con la dimensione naturale, la rottura del legame tra uomo e natura – crediamo ormai che la natura sia qualcosa di modellabile a nostro piacimento grazie alla tecnologia, e non invece una realtà con le sue leggi. Ma questo approccio, attraverso l’applicazione scientifica insidia gli equilibri naturali, porta alla violazione dell’idea di uguaglianza:  l’idea che la comunità umana sia formata da individui liberi con gli stessi diritti. Si tratta – sottolinea Galli della Loggia – di “una trasformazione della soggettività biologica” che “ineluttabilmente altera in modo drammatico i rapporti interni all’umanità ordinandoli gerarchicamente”.
Nel loro dialogo sulla scienza, il professore e il cardinale concordano sulla necessità di fare una differenza tra scienza e applicazione tecnologica, sul bisogno impellente di trovare un limite a quest’ultima, il tutto però – Ruini lo ribadisce in molte occasioni – senza mai rifiutare la scienza e la sua evoluzione. Del resto, che essa sia nata in un ambiente culturale ebraico-cristiano non è affatto un caso, trattandosi di una prospettiva religiosa che non vede il mondo come una realtà sacra e divina, ma invece lo intende come qualcosa che può essere liberamente indagato, e “anche trasformato, a patto di mantenere l’orientamento di fondo che le ha impresso il Creatore”, fa notare il porporato.
Nell’intero volume il tentativo del cardinale Ruini è quello di dimostrare come la visione cattolica possa essere declinata nel mondo contemporaneo:  “Bisogna incarnarsi nella modernità” questo il leitmotiv di fondo, essendo il cristianesimo tutt’altro che astratto. Così, a suo avviso, è sbagliato scommettere sulla crisi della modernità:  ciò su cui occorre scommettere è invece la capacità del cristianesimo di trasformarla.
Si tratta di un ruolo che Galli della Loggia, sia nel libro che nel dibattito, riconosce alla Chiesa, pur non rinunciando a pungolarla perché culturalmente (anche se non teologicamente) “la Chiesa è troppo debole”. Oggi è evidente come essa sia “l’eccezione al mondo”, essendo l’unica agenzia non conformata, essendo il suo il solo discorso all’opposizione, politicamente scorretto, ma intrinsecamente significativo come interlocutore.
Camillo Ruini ed Ernesto Galli della Loggia, come noto, suscitano grandi consensi, ma anche grandi critiche. È il destino di chi si lancia nell’agone cercando caparbiamente, ponendosi numerose e profonde domande, qualche risposta. Ma questo libro trae senso proprio dal confronto tra colui “che ha governato senza paura di decidere” – così Riccardi ha riassunto l’impegno del cardinale Ruini nella Conferenza episcopale italiana – e l’intellettuale che tenta di scompigliare anche con i suoi editoriali sul più importante quotidiano italiano. E probabilmente ci riesce, visto l’effetto domino che molto spesso questi producono.
Sebbene si avverta una differenza sostanziale tra la speranza illuminata del credente e l’intelligente pessimismo del laico, nel volume non c’è alcuna visione apocalittica. Nello sguardo, profondo e attento al passato e nella lucidità del presente, la conclusione a cui Galli della Loggia e Ruini giungono è che il rapporto tra il cristianesimo e la nostra civiltà non è solo centrale in una dimensione storica a livello di radici umanistiche, ma continua a esserlo “al cuore dello svolgimento delle cose e dei tempi”, come scrive Galli della Loggia. I confini negli ultimi secoli sono apparsi, con responsabilità e meriti da entrambe le parti, ora percorribili ora invalicabili, a seconda della fase storica, della vis polemica, dell’ottusità e della intelligenza di ciascuno. Il dialogo di Confini si propone come una possibilità di attraversarli, senza peraltro negarli.

(©L’Osservatore Romano – 27 giugno 2009)

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