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Il vicolo cieco del congelamento degli embrioni

7 aprile 2009

di Elio Sgreccia
Vescovo, presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita

Forse l’aspetto più paradossale e, a pensarci bene, più raccapricciante, conseguente alle tecniche di procreazione in vitro è costituito dal fatto del congelamento degli embrioni fecondati in vitro, non utilizzati immediatamente per l’impianto in utero.
Come è spiegato nella nuova istruzione Dignitas personae, emanata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, questo procedimento viene impiegato in larga misura nella tecnica di fecondazione in vitro in cui, “per non ripetere i prelievi di ovociti nella donna, si procede a un unico prelievo plurimo di ovociti, seguito dalla crioconservazione di una parte importante degli embrioni ottenuti in vitro” (n. 18). La crioconservazione consiste, come si sa, in un procedimento di raffreddamento a temperature molto basse con il compito di consentire la conservazione della vita bloccandone nel contempo lo sviluppo. Partendo dal presupposto che questi embrioni sono esseri umani, individui ben determinati, con un rapporto di “figliolanza” verso un padre ed una madre e con il valore proprio della persona umana e la conseguente dignità, pur nello stadio iniziale dello sviluppo fisico, emerge la delittuosità di questa procedura praticata su larga scala nel mondo. Che l’intenzione dei genitori sia quella di arrivare ad avere un figlio, magari recuperando qualcuno degli embrioni, in caso di fallimento di un primo o di un secondo tentativo fallito, questa intenzionalità non può esimere tutti quelli che decidono ed eseguono una tale procedura, dal farsi carico di questa destinazione.
Il destino di quelli che rimangono congelati è semplicemente chiuso nella negatività:  non c’è un rimedio tra quelli escogitati per riparare a questo male senza che si sia costretti a produrre altri illeciti. Il suddetto documento giustamente prospetta un solo caso in cui il congelamento può avere un esito positivo, pur essendo inserito in una logica illecita come è quella della procreazione extracorporea:  è il caso di un congelamento momentaneo, di qualche ora o di pochissimi giorni quando si constati che fisiologicamente il corpo della donna per cui venga preparato l’embrione, non è pronto e, per ottenere l’esito favorevole alla vita, occorre attendere la maturazione delle condizioni previste. Non è poi detto che l’impianto si verifichi e il tutto proceda fino alla nascita. Fuori di questo caso in cui il ginecologo deve comunque operare in favore dell’impianto, perché il concepito possa essere impiantato, per tutti gli embrioni che vengono congelati a lungo termine o a tempo indeterminato non si danno esiti positivi. Sono state fatte diverse ipotesi come vie d’uscita, ma nessuna è “salvifica” né immune da altre negatività morali.
L’istruzione pertanto sintetizza il giudizio etico con queste parole:  “La crioconservazione è incompatibile con il rispetto dovuto agli embrioni umani:  presuppone la loro produzione in vitro; li espone a gravi rischi di morte o di danno per la loro integrità fisica, in quanto un’alta percentuale non sopravvive alla procedura di congelamento e di scongelamento; li priva almeno temporaneamente dell’accoglienza e della gestazione materna; li pone in una situazione suscettibile di ulteriori offese e manipolazioni” (n. 18).
La maggior parte di questi embrioni congelati rimangono “orfani” perché non più richiesti dai genitori; le leggi e le raccomandazioni provenienti dagli Stati o dagli organismi internazionali usano terminologie proprie del diritto di proprietà e delle fattispecie di abbandono delle cose, e si preoccupano per lo più di prescrivere lo svuotamento periodico dei contenitori:  sono centinaia di migliaia, e qualcuno afferma che ormai abbiano superato il milione, gli embrioni così abbandonati a un destino senza esito positivo.
Il documento nota tuttavia che, oltre a coloro che si curano prevalentemente dello svuotamento periodico dei contenitori, ci sono anche altri che “sono coscienti, invece, che è stata commessa una grave ingiustizia e si interrogano su come riparare ad una tale ingiustizia e si interrogano su come ottemperare al dovere di ripararvi” (n. 19). Le ipotesi esaminate a questo scopo, si presentano tutte a loro volta o illecite esse stesse o impraticabili di fatto. È stata presentata la proposta di “usare tali embrioni per la ricerca o di destinarli a usi terapeutici” (n. 19):  chi basa la ricerca sulle cellule staminali embrionali, trova questa ipotesi come congruente, ma la sperimentazione in vitro, senza consenso, richiama non soltanto l’illecito morale ma anche la contrarietà dei codici deontologici internazionali:  il fatto palese è che si tratta di sperimentazione distruttiva. L’ipotesi, suggerita come variante, di scongelare gli embrioni per poi utilizzarli come se si trattasse di normali cadaveri, sapendo che si tratta di una morte inflitta e conseguente alla condizione voluta del congelamento, risulta ugualmente illecita; contribuisce a promuovere ulteriormente il congelamento, e stabilisce una complicità indiretta con l’insieme della procedura, anche qualora chi utilizza l’ultima fase sperimentale non fosse stato collegato con chi ha deciso il congelamento (cfr. nn. 34-35).
La proposta di offrire questi embrioni perché, previo scongelamento, siano utilizzati per coppie infertili come terapia della loro infertilità, cumula la illiceità propria della procreazione artificiale eterologa e quella della maternità surrogata, senza parlare delle conseguenti problematiche di carattere medico, psicologico e giuridico.
Infine, ha ricevuto un’attenzione da parte di alcuni la proposta, seguita anche da qualche tentativo, d’offrire una possibilità di nascere, a esseri che altrimenti sarebbero condannati alla distruzione, mediante la cosiddetta adozione prenatale. Anche questa ipotesi tuttavia, oltre a presentare difficoltà pratiche legate allo scongelamento e reimpianto – passaggio nel quale si possono prevedere morti, fallimenti o possibilità di malformazioni dovute al congelamento e scongelamento – comporta problematiche etiche legate a un’eventuale gestazione d’un figlio non proprio, per ottenere una nascita priva dei presupposti della genitorialità e dell’amore coniugale.
In una visione antropologica equilibrata nel processo della generazione, non solo non si può separare la dimensione unitiva da quella procreativa, né si può prescindere dal legame coniugale – i genitori devono essere gli stessi coniugi – ma non si può separare neppure il momento della fecondazione, frutto dell’amore coniugale, dal processo della gravidanza consecutiva.
Sono state riportate in letteratura altre ipotesi, che il documento non prende in considerazione, o perché la loro liceità è chiaramente insostenibile o perché l’applicabilità risulta estremamente problematica. Alcuni, infatti, hanno voluto considerare gli embrioni congelati alla stregua di pazienti sottoposti ad accanimento terapeutico, e perciò si suggerirebbe lo scongelamento nell’attesa del “lasciar morire”, per una loro utilizzazione come cadaveri. Ma il paragone con il paziente terminale non regge, perché il “paziente” è stato posto volutamente in questo stato e lo scongelamento viene a essere un’uccisione programmata e prevista.
L’ipotesi di mantenere in vita gli embrioni congelati fino alla loro morte in congelamento è soluzione difficilmente praticabile e non prevedibile quanto ai tempi.
Si constata così il vicolo cieco e l’assurdo originario del fatto stesso del congelamento, che costituisce una situazione posta in atto con la consapevolezza che non esiste una via d’uscita. Per limitare i danni di questo procedimento e portare un rimedio non sulle crioconservazioni già fatte, ma per quelle prevedibili, sarebbe necessario che subito e per tutto il mondo si facesse divieto della crioconservazione. A questo proposito, già Giovanni Paolo II “lanciò un appello alla coscienza dei responsabili del mondo scientifico ed in particolare ai medici perché venga fermata la produzione di embrioni umani, tenendo conto che non si intravede una via di uscita moralmente lecita per il destino umano delle migliaia e migliaia di embrioni umani “congelati”, i quali sono e restano per sempre titolari dei diritti essenziali e quindi da tutelare giuridicamente come persone umane” (n. 19). Purtroppo questo appello non ha trovato per ora un’accoglienza adeguata.
La proposta di ricorrere alla crioconservazione degli ovociti, che è stata avviata alla sperimentazione, è stata avanzata soprattutto per superare i problemi etici legati alla crioconservazione degli embrioni. La metodica è ancora allo studio sperimentale, mentre si cerca di migliorare le tecniche di crioconservazione (vitrificazione) che conservino l’integrità vitale dell’ovulo e sia garantita l’assenza di conseguenti malformazioni degli embrioni a seguito dell’utilizzo di questi ovuli. Sembra che un esito migliore provenga dalla crioconservazione di ovuli prelevati allo stadio non del tutto maturo. Poiché si sono avute alcune gravidanze e alcuni bambini nati da questi procedimenti, la tecnica ha preso rilevanza non soltanto in ordine alle tecniche di procreazione artificiale prevista nel caso di donne destinate a essere operate alle ovaie, in cui il prelievo e il congelamento di ovuli potrebbero consentire ugualmente una successiva gravidanza, ma anche semplicemente per ovviare ai problemi etici della crioconservazione degli embrioni stessi.
Ma, come chiarisce l’istruzione, anche nelle ipotesi che siano superate le difficoltà tecniche, “la crioconservazione degli ovociti in ordine al processo di procreazione artificiale è da considerare moralmente inaccettabile” (n. 20) – ovviamente perché si prevede comunque la procreazione artificiale.
Per quanto riguarda l’ambito legislativo o normativo, quando venisse discussa la riforma di una legge che regola la procreazione in vitro e permette la crioconservazione degli embrioni, oppure venisse discussa una nuova legge sulla materia, se apparisse chiara l’impossibilità di far passare una legge che preveda il divieto assoluto del congelamento degli embrioni, la crioconservazione degli ovociti sarebbe da considerare come un’alternativa preferibile alla crioconservazione degli embrioni, per l’evidente possibilità di “diminuzione del danno” (cfr. enciclica Evangelium vitae, n. 73). Come si può constatare, la strada aperta dalla procreazione artificiale, nonostante le tecnologie si vadano perfezionando, non elimina i problemi etici di fondo, anzi sembra moltiplicarli.

(©L’Osservatore Romano – 8 aprile 2009)

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