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Il congedo del Pontefice dal continente dopo sei intense giornate

24 marzo 2009

dal nostro inviato Mario Ponzi

Con delicatezza Benedetto XVI è entrato nella vita dell’Africa e vi è rimasto per sei giorni. Con delicatezza si è congedato questa mattina lunedì 23, anche se forti sono state le sue parole. Non ha risparmiato apprezzamenti per quanto di buono è stato fatto, né incoraggiamenti per quanto ancora resta da fare. Ma non ha taciuto quando si è trattato di invocare il rispetto dei diritti della persona umana, di tutti gli africani. “Se mi è permesso – ha detto prima di imbarcarsi sull’aereo per far rientro in Vaticano – vorrei chiedere che la giusta realizzazione delle aspirazioni fondamentali delle popolazioni più bisognose costituisca la preoccupazione principale di chi ricopre cariche pubbliche”, perché la missione che hanno ricevuta non devono svolgerla “per sé stessi ma in vista del bene comune”. Davanti aveva il presidente della Repubblica d’Angola. “Il nostro cuore – ha proseguito – non può darsi pace finché ci sono fratelli che soffrono”. Poi si è detto fiero di aver trovato in Africa “una Chiesa viva e, nonostante le difficoltà, piena di entusiasmo” e ha dato appuntamento per il prossimo ottobre in Vaticano per il nuovo sinodo africano.
Benedetto XVI aveva chiesto coraggio domenica sera anche alle donne africane, le cui rappresentanti ha incontrato nella parrocchia dedicata dai missionari cappuccini portoghesi a sant’Antonio da Lisbona, a Hoji-ya-hendo un quartiere sovrappopolato. La chiesa, finita di costruire nel 2005 (ma la prima pietra fu posta nel 1971), ha una forma singolare, tipicamente africana:  sembra una tenda altissima. Accanto la torre campanaria, ancora più alta, circa una quarantina di metri.
Il Papa è stato accolto dalla comunità dei cappuccini che hanno la cura pastorale della comunità. In prima fila le suore del vicino istituto e poi le rappresentanti di numerosi movimenti e associazioni che si dedicano alla promozione della donna. La più importante in Angola è la Promaica. Sino a qualche tempo fa era addirittura impensabile che nascessero questi movimenti femminili. Oggi sono un segnale importante.
La donne infatti vivono in Africa – ma non solo in Africa – in condizioni a volte drammatiche. Molte di loro subiscono mutilazioni in tenera età. Sono vittime degli stupri e delle razzie durante le guerre. E le violenze sociali non sono meno tragiche, perché significano privazione della libertà, negazione dei diritti umani, emarginazione. E pensare che la donna in Africa costituisce la prima fonte del prodotto interno lordo. Recenti statistiche dell’ufficio internazionale del lavoro attestano che le donne africane costituiscono l’80 per cento dell’intera forza lavoro del continente. Anche se le mansioni che si devono sobbarcare sono sempre tra le più pesanti – nei campi, nella cura del bestiame, nella commercializzazione dei prodotti – e anche i meno retribuiti. Non hanno alcun diritto su quanto coltivano, sui frutti del loro lavoro. Tanto meno hanno diritto ad accedere a terre coltivabili o ai microcrediti. Per non parlare del cosiddetto lavoro invisibile, quello che svolgono in casa:  dalla provvista del cibo al rifornimento dell’acqua, alla cura dei bambini, degli uomini e degli anziani.
Difficile l’accesso all’istruzione. In Africa il rapporto tra donne e uomini che frequentano le scuole primarie non tocca neppure il 40 per cento e scende con il salire del livello dell’istituto d’istruzione:  il numero delle donne che accedono a quelli superiori è solo il 22 per cento rispetto ai maschi. Non sono migliori i dati che si riferiscono alla partecipazione alla vita pubblica. Nell’Africa subsahariana la presenza delle donne nei parlamenti nazionali non supera il 9 per cento; in quella settentrionale oscilla tra il 2 e il 7. Raramente hanno cariche di responsabilità nei partiti politici.
La cosa preoccupante è che questo avviene in Paesi che hanno sottoscritto sia la Convenzione sull’eliminazione di qualsiasi forma di discriminazione nei confronti della donna, varata dalle Nazioni Unite già nel 1982, sia la Dichiarazione del millennio delle Nazioni Unite del 2000, che tra gli obiettivi di sviluppo includeva anche la promozione della donna e il riconoscimento pieno del suo ruolo. Nel 2003 l’Unione africana, nella ormai famosa riunione di Maputo, aveva anche ribadito la necessità per gli Stati di impegnarsi nel garantire la parità dei diritti tra uomini e donne.
L’impegno della Chiesa nella promozione dello sviluppo della donna è prioritario. Incontra diverse difficoltà, perché molte volte si tratta di superare tradizioni ataviche o convinzioni di radice religiosa:  non bisogna dimenticare che l’Africa è abitata dal 38 per cento dei musulmani nel mondo, che costituiscono circa il 50 per cento della popolazione. Nella sola Angola la Chiesa investe circa trecentomila dollari l’anno nella lotta contro la povertà attraverso la promozione della donna. Lo stesso governo da qualche anno ha messo in campo un ministero per la promozione della famiglia e della donna.
Nel suo discorso il Papa ha ricordato che la donna è “un altro “io” della comunità umana”. E ha indicato due modelli concreti da seguire:  Teresa Gomes, angolana, madre di sette figli, morta nel 2004, che non esitò a battersi per difendere la Chiesa dai soprusi dei più forti; e Maria Bonino, pediatra italiana stroncata dalla febbre emorragica di Marburg, contratta per alleviare le sofferenze dei bambini ricoverati nell’ospedale di Uìje.
L’incontro si è concluso poco dopo le 18.30. Davanti alla nunziatura frattanto si era radunata una folla di fedeli, che il Papa appena rientrato ha salutato e benedetto affacciandosi dal balcone della sua residenza angolana.

(©L’Osservatore Romano – 23-24 marzo 2009)

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