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L’Africa che attende Benedetto XVI

10 marzo 2009

di Mario Ponzi

L’Africa attende Benedetto XVI. Tra qualche giorno – partirà martedì mattina 17 marzo, diretto a Yaoundé, in Camerun, prima e poi a Luanda, in Angola – il Papa si ritroverà, per la prima volta dall’inizio del suo pontificato, nel cuore del grande continente nero.
Porterà con sé un messaggio di riconciliazione, di giustizia e di pace, i tre elementi centrali intorno ai quali ruota l’Instrumentum laboris della seconda assemblea continentale speciale del Sinodo dei vescovi, in programma in Vaticano dal 4 al 25 ottobre prossimi. Un documento che vuole personalmente consegnare nelle mani dei suoi confratelli africani, davanti ai loro fedeli.
Essenzialmente per questo va in Africa; ma il suo gesto si trasforma nella testimonianza dell’amore che la Chiesa nutre da sempre per i popoli africani.
Non a caso gli ultimi Pontefici hanno dedicato un’attenzione premurosa all’Africa. E lo hanno fatto proprio nel momento in cui il continente, dopo l’era della colonizzazione, aveva iniziato a vivere la grande avventura della ricerca di un nuovo ordine. Così all’enciclica del 1957 di Pio XII, la Fidei donum, si legò idealmente, dieci anni dopo, il messaggio di Paolo VI Africae Terrarum, rivolto alla gerarchia e a tutti i popoli del continente per reclamare la “promozione del bene religioso, civile e sociale dell’Africa”. Due anni più tardi – dal 31 luglio al 2 agosto del 1969 – lo stesso Papa Montini si recò pellegrino in Uganda, per portare personalmente il suo incoraggiamento. E continuava a ripetere:  “È l’Africa la nuova patria di Cristo!”.
Giovanni Paolo II in Africa è andato ben 14 volte, oltre a due scali. Il primo viaggio lo compì dal 2 al 12 maggio del 1980. Fu il più lungo tra quelli che aveva sino ad allora effettuato:  diciottomila chilometri in undici giorni. Complessivamente durante il suo lungo pontificato, ha visitato 42 dei 53 Paesi africani più un dipartimento francese, La Réunion. In sette nazioni si è recato più di una volta.
Nel 1994 convocò il primo Sinodo speciale per l’Africa a Roma. Le conclusioni, raccolte nella Ecclesia in Africa andò personalmente a presentarle proprio a Yaoundé, in Camerun, l’anno successivo. E nel 2004, mentre consumava gli ultimi mesi della sua missione terrena, a sorpresa annunciò l’intenzione di convocare una seconda assemblea speciale del Sinodo dei vescovi, decisione confermata da Benedetto XVI.
Ogni volta che tornava dai suoi pellegrinaggi in quelle terre, Papa Wojtyla non mancava di sottolineare quanta speranza nel futuro nascesse dall’anima africana. Un’anima “che noi abbiamo il compito di salvare, perché – diceva – sarà proprio la testimonianza delle comunità cristiane africane che un giorno potrà molto arricchire l’anima di quei Paesi che sino a ieri portavano all’Africa il messaggio evangelico”. Parole che sono tornate alla mente nell’ascoltare Benedetto XVI quando, incontrando i preti romani all’inizio della quaresima di quest’anno, ha contrapposto la freschezza e la gioventù della Chiesa africana, alla stanchezza della Chiesa in Europa. La visita di Papa Ratzinger acquista così ancor più quel senso profetico della missione della Chiesa.
In questo senso la tappa di Yaoundé, la prima dei sei giorni del viaggio, assume un forte significato. Giovanni Paolo II aveva portato in casa degli africani il frutto di una lunga riflessione sul futuro di un continente – allora martoriato da un’irrefrenabile ondata di violenze -, il cui volto drammatico era rappresentato, in quei giorni, dal Rwanda grondante di sangue.
Da allora, indubbiamente, sono stati fatti passi in avanti, soprattutto sul fronte delle guerre fratricide. Sono diminuite un po’ ovunque, anche se in alcune regioni continuano a morire vittime innocenti. In tante nazioni poi cominciano ad affermarsi democrazie, seppur in fase iniziale ma con evidenti segni dei benefici influssi delle comunità cristiane che lavorano per la loro costituzione e per il loro consolidamento.
Tuttavia il miracolo del progresso dell’Africa libera non si è ancora realizzato. A dieci anni dall’inizio del terzo millennio infatti l’Africa, praticamente indipendente sulla carta – e nonostante si impegni con slancio nel presentarsi come padrona del suo destino – non riesce a decollare.
C’è chi parla di “povertà antropologica”, retaggio dell’epoca coloniale; chi denuncia il penoso fallimento delle attuali classi dirigenti; chi invoca gli sfaceli di una globalizzazione selvaggia che avrebbe acuito il numero e le sofferenze dei ceti meno abbienti. Sta di fatto che, l’Africa viene ormai usata come la metafora di tutte le disgrazie che si susseguono nel mondo e dunque al massimo stimola, nell’opinione pubblica un sentimento di pietà, quello che porta a fare carità.
Ma l’Africa non ha bisogno della nostra carità. Non chiede beneficenza. Chiede giustizia. Non è una nazione povera. Semmai è stata resa povera da Governi esteri, o da multinazionali poco importa. È caduta vittima di un nuovo colonialismo, forse meno eclatante, ma certamente più subdolo. Di qui la necessità di un risveglio delle coscienze.
E la Chiesa intende favorire, aiutare il risveglio delle coscienze africane, ripartendo da Yaoundé, da dove cioè ventiquattro anni fa si era celebrata la speranza. Lo fa nella continuità di un magistero che percorre le strade degli uomini e che oggi vuole richiamare l’attenzione su una missione al servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace per far sì che quella speranza antica trasformi il destino dei popoli africani.
È questo l’ideale che ha ispirato Benedetto XVI nella scelta del tema per la riflessione nella prossima celebrazione sinodale:  “La Chiesa in Africa al servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace. “Voi siete il sale della terra… voi siete la luce del mondo” (Matteo, 5, 13-14)”. E che sia lui stesso a scendere tra i suoi figli africani, per avviare la riflessione costituisce un segnale molto forte. Intanto di grande affetto. Benedetto XVI ama l’Africa e gli africani. Ha a cuore il loro destino. Sa che si aprono all’orizzonte sfide ciclopiche per un continente che – seppur grande come Europa occidentale, India, Cina e Stati Uniti messi insieme (quasi un quarto delle terre emerse) – non riesce a garantire per sé e per il suo popolo condizioni minime di benessere e di progresso. Dispone di un potenziale economico straordinario, ma non riesce a imboccare la via del progresso e della rinascita. Anzi nel rincorrere un futuro che forse potrebbe non essere quello che le appartiene, rischia di perdere di vista una serie di valori che, al contrario, meritano non solo di essere conservati e rafforzati, ma addirittura di essere ritrasmessi come risposta a quel mondo che un tempo, nel bene e nel male, ha recato all’Africa i propri valori, i propri strumenti di crescita.
In un momento come questo, caratterizzato da una vera e propria accelerazione della storia, sembra che manchi il tempo per operare in Africa la necessaria decantazione e sedimentazione di questi suoi valori, alla luce di una realtà che ancora non garantisce uno stabile equilibrio. Affrontando i grandi temi della riconciliazione, della giustizia e della pace, nel contesto globale della evangelizzazione, si cercherà innanzitutto di riportare il discorso sull’Africa su un piano di parità con tutti gli altri continenti, allontanando ogni possibile strumentalizzazione ideologica. E torna alla memoria una frase dello scrittore senegalese Cheik Anta Diop che fece ascoltare la voce dell’Africa in un dibattito sui rapporti tra Paesi ricchi e Paesi poveri, tra nord e sud del mondo:  “Non abbiamo avuto lo stesso passato, voi e noi, ma avremo necessariamente lo stesso futuro”.

(©L’Osservatore Romano – 11 marzo 2009)

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