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La luce della Chiesa risplende anche nei tempi bui

8 marzo 2009

Nella discontinuità della storia, persino negli eventi più complessi, la continuità della Chiesa resta un punto fermo. È un fatto che da san Pietro a Benedetto XVI la successione apostolica non sia mai venuta meno e che anche nei tempi più difficili nella Chiesa si accendono sempre nuove luci di speranza. È questo il messaggio che, come inviato speciale del Papa, il cardinale Paul Poupard ha riaffermato alle celebrazioni per il settimo centenario dell’inizio del soggiorno avignonese dei Pontefici (1309-1377), svoltesi nella città francese sabato 7 e domenica 8 marzo. Tre gli appuntamenti di rilievo:  un incontro storico nel palazzo comunale, la messa e i vespri in cattedrale.
Com’è noto, risale al francese Clemente v la decisione di trasferire la residenza ad Avignone per meglio garantire la libertà della Chiesa in un tempo in cui a Roma l’autonomia dei Papi non era del tutto assicurata. Fu poi Gregorio XI nel 1377 a decidere il rientro nella città eterna. “Il Papa di Avignone era sempre il Papa di Roma” dice il cardinale Poupard sottolineando che, pur nelle contraddizioni, “l’azione tenace e ostinata dei Papi dell’epoca è riuscita a strappare la Chiesa dall’interessata, pesante tutela dei poteri laici”. Lo sguardo della fede, aggiunge, “ci fa privilegiare l’azione dei Papi di Avignone per la vita della Chiesa, con la celebrazione del concilio di Vienna, la canonizzazione di san Tommaso d’Aquino, l’affermazione del culto pubblico dell’Eucaristia”. Quel soggiorno, che non è stato certo una “cattività”, ha dunque prodotto una grande ricchezza spirituale, ecclesiale e anche artistica.
“All’apice del loro potere – ricorda il porporato – i Papi avignonesi hanno dato ogni giorno da mangiare a migliaia di poveri”. Una testimonianza di carità controcorrente per “il nostro tempo, ebbro  di  progresso, inebriato dalle sue conquiste prodigiose, ma che ha anche fabbricato la bomba atomica, praticato l’aborto e trascinato il modo intero in una crisi, all’inizio bancaria e finanziaria,  ma  presto  divenuta economica e poi sociale, che colpisce in pieno i più poveri”.
Affrontando le questioni più propriamente storiche il cardinale ha spiegato come la permanenza dei Papi sulle rive del Rodano, per garantire la libertà della Chiesa, non abbia alterato la natura della loro funzione apostolica:  “In effetti il Papa di Avignone è sempre il Papa e laddove è il Papa là è Roma. Ma Roma era in preda a un disordine crescente che l’arcivescovo di Bordeaux, appena eletto Papa col nome di Clemente V, si stabilì ad Avignone, al di fuori dal regno di Francia ma alle sue porte. I suoi successori trovarono conveniente restarvi per l’insicurezza costante a cui il papato era esposto. I loro nomi ci sono familiari:  Giovanni  xxii,  Benedetto  XII,  Clemente VI, Innocenzo VI, il beato Urbano V e Gregorio XI”.
Così la celebrazione dei settecento anni dell’inizio del soggiorno avignonese dei Papi è innanzitutto un “rendimento di grazie al Signore che non smette di guidare la Chiesa in mezzo alle vicissitudini dei tempi”. Non va mai dimenticato che “i sette Papi che si sono succeduti sulla cattedra di san Pietro soggiornando in modo più o meno costante ad Avignone, non hanno smesso di servire la Chiesa, ognuno a suo modo, e alcuni con virtù come Urbano V riconosciuto beato. Tutti si sono impegnati, con maggiore o minore successo, a pacificare l’Europa, e in particolare l’Italia, a rafforzare gli ordini religiosi, a diffondere il Vangelo nel mondo. Furono naturalmente uomini del loro tempo, con i loro limiti, ma con la consapevolezza di servire la Chiesa”.
E questo – dice il cardinale – è un grande insegnamento anche per l’oggi:  “I tempi sono cambiati, le monarchie si sono diradate, gli imperi si sono smembrati, gli Stati pontifici sono scomparsi, ma la Chiesa resta poiché ha ricevuto da Gesù la promessa della sua assistenza, tutti i giorni fino alla fine dei tempi, sotto la guida di Pietro che ha il compito di confermare i propri fratelli nella fede”. Quindi “il fatto di risiedere ad Avignone non cambia affatto la natura della funzione di Pontefici. Non turba né l’unicità della loro sovranità né l’universalità del loro magistero. Nel corso del loro soggiorno i Papi di Avignone non smisero mai di parlare di Roma e del ritorno a Roma, il cui vescovo, successore dell’apostolo Pietro che vi subì il martirio, svolge il suo servizio alla Chiesa universale”.

(©L’Osservatore Romano – 8 marzo 2009)

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