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Il vangelo nell’Africa subsahariana

8 marzo 2009

di Egidio Picucci

Una figura fondamentale per l’evangelizzazione dell’Africa subsahariana è senza dubbio Dom Afonso I, un cattolico senza esitazioni e senza dubbi, di condotta irreprensibile, politico accorto e lungimirante, nonostante vivesse in un periodo particolarmente difficile per il Paese scoperto nel 1482/83 da Diogo Cão, che attraccò la flotta alla foce del Rio Poderoso, o Rio do Padrão, poi Zaire, quindi fiume Congo. Durante il suo lungo regno (1506-1542), Afonso i si impegnò nella diffusione del cristianesimo, avviata nel 1490 da un gruppo di sacerdoti diocesani, domenicani, francescani, terziari regolari e loios (canonici regolari di san Giovanni Battista), tutti portoghesi; evangelizzazione che a un certo punto fu compromessa dalla condotta di cristiani che venivano dall’isola di São Tomé, ex carcerati che si diedero a un commercio tutt’altro che onesto, allontanando dalla fede i buoni congolesi che avevano ricevuto il battesimo.
Missionari gesuiti, carmelitani e domenicani posero un argine al rilassamento generale, ma il mercato degli schiavi e le indebite ingerenze portoghesi nella missione, spinsero il re Alvaro II (1587-1614) a chiedere alla Santa Sede di staccare il proprio regno dalla giurisdizione delle missioni portoghesi, erigendolo inoltre in Prefettura Apostolica affidata ai cappuccini.
La disponibilità di questi religiosi si scontrò con le beghe tra le corone di Spagna e Portogallo, che ritardarono la loro partenza. I primi missionari, guidati da padre Bonaventura da Alessano, arrivarono sulla foce del Rio Poderoso nel maggio 1645 con una nave spagnola che il giorno dopo fu attaccata da un veliero olandese. Il pericolo era grave; l’eroe del momento capace di salvare la situazione fu fra Francisco de Pamplona, ex maresciallo di campo e capitano generale in Catalogna del re Filippo III:  avuto il comando della nave, egli riuscì ad accostarla a Pinda e a far sbarcare alcuni religiosi. Due giorni dopo furono fatti scendere anche gli altri missionari. Il superiore volle che si lasciassero i viveri a bordo per cominciare l’evangelizzazione “nel nome e sul fondamento della santissima povertà e della divina provvidenza”.
Gli inizi furono più che promettenti, tanto che furono chiesti altri missionari con i quali fu costituita la Prefettura del Congo a Luanda, rimasta aperta fino al 1835. Col passare degli anni sopravvennero però varie incomprensioni, ingarbugliate dalla situazione politica e dallo zelo intempestivo di qualche missionario, al punto che il re Dom Garcia ii confiscò i beni dei religiosi, li accusò di ordire trame contro di lui, intercettò la loro corrispondenza, gli aiuti e perfino le comunicazioni con Roma.
La bufera si calmò, ma non finì. Infatti, dopo il lungo potere della sanguinaria regina Ana Njinga, apostata e tornata alla fede dopo una conversione, fu chiesta l’espulsione dei missionari, da sostituire con soli religiosi portoghesi. La storia finì con il consiglio di lasciare morire “di morte naturale” i cappuccini sia nel regno del Congo che in quello di Ngola. In realtà essi non furono che vittime ignare delle ripicche portoghesi contro le presunte ingerenze di Roma sui diritti di patronato.
Una guerra del re Antonio i con i portoghesi, nella quale morì anche padre Francesco da San Salvador, amico del re, “portò nuovamente ai cappuccini grandi travagli e disguidi”. Il Congo piombò nel caos politico, amministrativo ed economico. I gesuiti si ritirarono, i cappuccini diminuirono di numero e dovettero chiudersi in un prudente silenzio per non essere accusati di partigianeria.
A tutto questo si aggiunse un progressivo calo dei missionari e la politica anticlericale del marchese di Pombal, deciso a sopprimere le missioni del Congo e dell’Angola. L’ultimo missionario nei due regni, padre Bernardo da Burgio fu rimpatriato il 19 maggio 1835. Con lui finì l’esperienza missionaria dei cappuccini nei due regni. Era durata 190 anni.
Per capire una storia così complicata occorre riflettere su alcuni punti:  gli avvenimenti, il prezzo che essi comportarono e l’entroterra su cui sarebbe nata la “nuova missione” cappuccina dell’Angola. Gli avvenimenti furono caratterizzati dallo slancio missionario della generazione cappuccina della prima metà del ‘600, e dall’ingerenza politica del protettorato prima spagnolo, poi portoghese. I missionari fecero l’impossibile per evitare qualsiasi protezione, vista come instrumentum regni, ma è innegabile che qualcuno abbia pagato gli aiuti con un certo connivente silenzio.
Il prezzo fu altissimo, perché “pagato” con la vita di troppi missionari. Pur non potendo fare riferimento a cifre esattissime, ci si può attenere a questi numeri:  in sei spedizioni, avvenute tra il 1645 e il 1666/68, arrivarono in missione 434 cappuccini e ne morirono circa 228. Più della metà, tanto da giustificare un’espressione entrata nella storia delle missioni:  Congo, cimitero dei cappuccini.
Durante la Missio antiqua i cappuccini svolsero un apostolato capillare con una predicazione itinerante e una vita intemerata, comportamenti che li imposero all’ammirazione delle autorità e alla venerazione delle folle. Anche se il loro frequente avvicendamento non favorì la nascita e il consolidamento di un cattolicesimo robusto e profondo, ne costituì nondimeno uno vasto e fecondo. I missionari conoscevano solo il cattolicesimo europeo con il suo lessico e la sua ritualità, per cui inizialmente non capirono che cosa si dovesse sradicare e che cosa si potesse trasformare. Tuttavia pian piano passarono a uno studio più attento delle popolazioni locali, alla stima, alla “discrezione di spirito”, come scrisse nel 1747 padre Bernardino Ignazio da Asti, che consisteva “non nell’alzare cattedre di filosofia e di teologia”, ma nel capire le culture e le strutture tradizionali, nel rispettarle e nel valorizzarle. Per questo aprirono scuole, impararono le lingue, composero grammatiche e dizionari, prepararono catechismi e catechisti e scrissero relazioni fondamentali per la conoscenza dei due regni.
I cappuccini sono tornati in Angola il 13 marzo 1948 con i religiosi della Provincia veneta, invitati da monsignor Moisés Alves de Pinho, arcivescovo di Luanda, che affidò loro una parrocchia nella capitale e le missioni interne di Camabatela e Damba, dove furono accolti con “delirante entusiasmo”. Un buon segno per riannodare il nuovo impegno con la missio di un secolo prima. In 60 anni di presenza, essi hanno accompagnato la chiesa nel passaggio dalla colonia all’indipendenza (1975); durante l’aspra guerra civile tra il Movimento popolare per la liberazione dell’Angola e l’Unione per l’indipendenza totale dell’Angola hanno assistito l’intera popolazione, pagando di persona l’incarico legato al loro apostolato.
In circostanze diverse sono stati uccisi cinque religiosi:  padre Lazzaro Graziani, padre Piergiovanni Filippi, pade Piergiogio Cavedon, padre Giuseppe Moretto, padre Amedeo Giuliati, il giovane seminarista Abraão. Vittime indirette della guerra sono stati monsignor Afonso Nteka, primo vescovo della rinata diocesi di Mbanza Congo, morto in un incidente aereo al ritorno dall’ex Zaire, dove si era recato per invitare trecentomila connazionali a tornare in Angola, e padre Carlantonio Pastorella, travolto da un camion militare mentre tornava in missione con un carico di viveri per i poveri.
Un’altra vittima i missionari l’hanno avuta dopo la fine della guerra con la morte in un incidente aereo di padre Giorgio Zulianello.
In proporzione la missio nova è costata più morti di quella antiqua.
Sarebbe troppo lungo enumerare le iniziative e le opere di promozione e di sviluppo fondate dai cappuccini veneti (ai quali nel 1954 si unirono alcuni confratelli portoghesi):  basterà dire che, lavorando instancabilmente per l’implantatio ordinis, in sessant’anni sono stati capaci di formare un buon gruppo di religiosi locali, consentendo prima l’erezione della Custodia (marzo 1983) e poi della Vice Provincia (3 aprile 1988).
Oggi essa è composta di 84 religiosi (66 angolani, 14 italiani, 4 portoghesi), tra i quali ci sono 6 vescovi (tre indigeni, uno italiano, due portoghesi).
L’attuale corpo direttivo è formato unicamente di religiosi locali, preludio alla costituzione di una Provincia autonoma, che sarà la quarta dell’Ordine nel continente africano.

(©L’Osservatore Romano – 8 marzo 2009)

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