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I criteri della fede esaltano quelli della ragione

6 marzo 2009

di Réal Tremblay
Professore di teologia morale all’Accademia Alfonsiana di Roma

Nella sua recente istruzione su alcune questioni di bioetica, intitolata Dignitas personae, la Congregazione per la Dottrina della Fede ha voluto stabilire le norme da seguire di fronte a nuovi problemi morali, apparsi recentemente nella sfera della vita umana e della famiglia in seguito all’utilizzo di nuove tecniche biomediche. Tale intervento viene operato alla luce di principi che si connettono a due grandi linee di fondo, la ragione e la fede. Queste linee ben definite corrono lungo la prima parte dell’istruzione e si prolungano in maniera più diffusa, ma non meno evidente, nel resto del documento. Anche se si incrociano e talvolta si sovrappongono, esse non si confondono mai. La ragione e la fede sono due realtà distinte e originali, e il loro accordo non le priva mai della loro identità specifica.
In particolare, alla sfera della ragione appartengono le questioni concernenti l’embrione umano e l’unione dell’uomo e della donna nel matrimonio come luogo originario e proprio del sorgere all’essere di una nuova vita umana. Anche se quest’istruzione – come del resto l’istruzione Donum vitae (1987) – non afferma esplicitamente che l’embrione umano è una persona, invita in ogni caso a considerarlo come tale, rilevando che esiste “un nesso intrinseco tra la dimensione ontologica e il valore specifico di ogni essere umano” (n. 5).
La scienza stessa conferma quest’affermazione. Incapace di stabilire con i suoi metodi l’esistenza dell’anima umana, essa si domanda tuttavia come un individuo umano potrebbe non essere una persona umana. L’istruzione, riprendendo questo ragionamento, lo esprime in questi termini:  “La realtà dell’essere umano, infatti, per tutto il corso della sua vita, prima e dopo la nascita, non consente di affermare né un cambiamento di natura né una gradualità di valore morale, poiché possiede una piena qualificazione antropologica ed etica. L’embrione umano, quindi, ha fin dall’inizio la dignità propria della persona” (n. 5).
È nella linea di questa dignità personale attribuita all’embrione umano che l’istruzione sostiene altresì con forza che il solo luogo adatto al suo sorgere all’essere è l’atto “altamente personale” dell’incontro degli sposi nel matrimonio. Ogni tentativo di minare la consistenza di quest’atto è un oltraggio non solamente alla dignità degli sposi, ma anche alla dignità del frutto della loro unione.
Alla dignità personale dell’embrione nel senso appena precisato se ne aggiunge un’altra che deriva dal mondo della fede:  la dignità di essere creato “ad immagine e somiglianza di Dio” (cfr. Genesi, 1, 26), umanità – corpo e anima – assunta poi dal Figlio di Dio (cfr. Giovanni, 1, 14) per introdurre ogni uomo come figlio nella famiglia del Padre mediante la fede e il battesimo (cfr. Giovanni, 1, 12; Lettera ai Romani, 8, 15-17; Lettera ai Galati, 4, 5-7; Lettera agli Efesini, 1, 5; Seconda Lettera di Pietro, 1, 4). Ciò significa che l’embrione umano, che inizia a esistere in un momento preciso del tempo, è destinato non solamente a non perdere mai il costitutivo proprio dell’essere, ma a possederlo per sempre, in quanto elevato al livello propriamente filiale, nella gioia eterna della Fonte stessa dell’essere, cioè dell’Amore personale del Padre e del Figlio nello Spirito Santo.
Anche il matrimonio gode, per la fede, di una dignità nuova. Esso è espressione dell’amore che circola tra le Persone della Trinità e della fecondità dei loro rapporti (cfr. Dignitas personae, n. 9). Segnaliamo che il documento è attento a precisare che questa dimensione del “di più”, che conferisce il suo pieno valore sia all’embrione umano sia all’unione degli sposi quale elemento sorgivo del suo esistere, non diminuisce in nulla la consistenza propriamente umana di queste realtà. Questo “di più” la rispetta, la purifica, l’eleva e la perfeziona (cfr. n. 7). Si tratta, dunque, di perfezione non per negazione o per privazione, ma per assunzione e per rispetto dell’humanum. È chiaro che in filigrana è qui presente il dogma cristologico di Calcedonia:  come il Figlio di Dio si unisce all’umanità “senza confusione e senza separazione” (Denzinger-Hünermann, 302), così, mutatis mutandis, è dell’opera ri-creatrice del Figlio riguardo all’uomo e dell’unione personale degli sposi che permette a ogni uomo di venire all’esistenza.
Riferendosi esplicitamente al concilio Vaticano ii circa il ruolo di Cristo nella comprensione del “mistero” dell’uomo (Gaudium et spes, 22, 1) è interessante constatare che l’istruzione impiega due percorsi che rinviano l’uno all’altro e si intrecciano. Il primo percorso parte dall’inizio della creazione (protologia) e si dirige verso la ri-creazione nel Cristo (escatologia), mentre il secondo imbocca la direzione inversa, risalendo dalla fine verso l’origine. Al riguardo, così afferma l’istruzione:  “Dio, dopo aver creato l’uomo a sua immagine e somiglianza (cfr. Genesi, 1, 16), ha qualificato la sua creatura come “molto buona” (Genesi, 1, 31) per poi assumerla nel Figlio (cfr. Giovanni, 1, 14). Il Figlio di Dio nel mistero dell’Incarnazione ha confermato la dignità del corpo e dell’anima costitutivi dell’essere umano. Il Cristo non ha disdegnato la corporeità umana, ma ne ha svelato pienamente il significato e il valore” (n. 7).
Nella dinamica del documento, questo duplice percorso non è quindi un gioco senza senso. Esso rappresenta invece uno sguardo operato da due punti di osservazione che, facendo percepire lo stesso oggetto sotto angoli differenti, ne rafforzano la consistenza. In tal modo viene attestata l’importanza e la solidità del nucleo dottrinale qui evocato. Identico sotto punti di vista diversi, questo nucleo si rivela infrangibile:  la creazione dell’uomo a immagine e somiglianza di Dio prepara l’accesso effettivo dell’uomo alla divinizzazione/filiazione del tempo della ri-creazione, mentre la divinizzazione/filiazione nel compimento suppone l’en-creux ossia la predisposizione del tempo delle origini. È dunque a ragione che l’istruzione immediatamente dopo può affermare:  “A partire dall’insieme di queste due dimensioni, l’umana e la divina, si comprende meglio il perché del valore inviolabile dell’uomo:  egli possiede una vocazione eterna ed è chiamato a condividere l’amore trinitario del Dio vivente” (n. 8).
Il documento prende in esame questioni che riguardano in primo luogo la consistenza dell’humanum. A rigore avrebbe potuto attenersi a questa dimensione delle cose senza far allusione al mondo della fede. Ma non l’ha fatto, evitando così di far credere che la fede sia marginale all’humanum o non vi aggiunga nulla di sostanziale, o che non ci sia uno “specifico” cristiano in tali questioni prevalentemente umane.
Da questo punto di vista, quest’istruzione è un documento coraggioso che parla dell’uomo integrale, quale Dio l’ha pensato da tutta l’eternità e l’ha modellato progressivamente nella storia fino a coinvolgervi il suo proprio Figlio. Potrebbe essere che il mondo della scienza medica trovi superflue, addirittura irrilevanti, le considerazioni che derivano dal mondo della fede, così da potersi chiedere che senso possa avere questa “intrusione” della fede in questioni che sono di competenza dalla ragione. Ma, se è vero che questo documento tratta soprattutto di questioni che riguardano la consistenza dell’humanum, è comunque incontestabile che la fede non inficia le scoperte della ragione sulla dignità dell’uomo dal suo concepimento alla sua morte naturale. Essa piuttosto le consolida con giustificazioni propriamente divine e le apre a prospettive, intuite eventualmente dalla ragione, ma mai immaginate quali sono in realtà.
Tale presenza del mondo della fede nel mondo della ragione è più che giustificata in un documento che proviene da un’istanza ecclesiale così importante come la Congregazione per la Dottrina della Fede. Se è vero, infatti, che l’humanum come tale interroga la responsabilità della Chiesa, e che ogni intervento ecclesiale che lo interessa possiede già una dimensione evangelizzatrice, sarebbe insufficiente limitarsi a questo livello, passando sotto silenzio dati così essenziali alla fede cristiana come il “disegno eterno” di Dio a favore di ogni uomo, il cui destino è, per comunione al Figlio incarnato, morto e risorto, di avere “accesso al Padre”, di occuparne persino il trono (cfr. Lettera agli Efesini, 2, 6-18; Libro dell’Apocalisse, 3, 21). Da questo punto di vista, la presente istruzione è un documento “pienamente” e “integralmente” evangelizzatore, che si indirizza non solamente a coloro che s’appoggiano sulla ragione (cfr. Dignitas personae, n. 37), ma anche a coloro che vi riallacciano la dimensione del “di più”, una dimensione “infinitamente più grande”, quella della persona del Logos divino unito alla nostra carne per purificarla mediante il suo sacrificio sulla croce e introdurla nella “casa di Dio” (cfr. Lettera agli Efesini, 2, 19). Sì, l’uomo è grande e degno di rispetto incondizionato. Dal punto di vista di Dio, diviene praticamente impossibile concepirlo soggetto a manipolazioni di ogni genere, come possono essere, per esempio, la clonazione, il congelamento o altre pratiche considerate puntualmente nella seconda e nella terza parte dell’istruzione. Minare la dignità dell’uomo e delle sue origini nell’atto riservato agli sposi nel matrimonio, significa in definitiva minare la dignità stessa dell’Eterno.
In questo senso possono essere lette le seguenti espressioni, poste alla fine del documento:  “I fedeli si impegneranno con forza a promuovere una nuova cultura della vita, accogliendo i contenuti di questa Istruzione con l’assenso religioso del loro spirito, sapendo che Dio offre sempre la grazia necessaria per osservare i suoi comandamenti e che in ogni essere umano, soprattutto nei più piccoli si incontra Cristo stesso (cfr. Matteo, 25, 40)” (n. 37).
Suggestiva, e non priva di un profondo senso teologico e antropologico, è l’allusione a Matteo (25, 40) che fa eco alle ultime righe dell’istruzione Donum vitae, del quale il presente documento magisteriale intende essere un completamento. La Congregazione per la Dottrina della Fede raccomanda ai fedeli di dare un “assenso religioso” al contenuto della presente istruzione perché in ogni essere umano, particolarmente nei più piccoli tra di essi, s’incontra Cristo. Il riferimento a questo passo del Vangelo di Matteo non è senza significato, quasi fosse stato richiamato per caso. Esso ci situa direttamente nel contesto del “giudizio finale” e conferisce, in tal modo, una dimensione “escatologica” a tutto il documento. Riconoscere nell’essere umano ancora senza volto l’icona del Signore, aver coscienza cioè di essere davanti a Dio quando ci si trova alla presenza del “più piccolo” degli uomini, accogliere questo “più piccolo” con una riverenza e una dedizione che assomigliano al tremendum di fronte al divinum, ecco ciò che dispone a sentirsi dire:  “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo” (Matteo, 25, 34). In una parola, ciò che è richiamato e riaffermato dal contenuto di quest’istruzione è di estrema gravità:  il sì alla vita apre l’accesso al Regno del Padre.

(©L’Osservatore Romano – 6 marzo 2009)

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