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Settant’anni fa l’elezione di Pio XII

3 marzo 2009

«Nulla è perduto con la pace»
Sul filo del rasoio in cerca di una mediazione

di Burkhart Schneider

Dopo lungo tempo, più di duecento anni, finalmente con Eugenio Pacelli era stato nuovamente eletto Papa un romano genuino. La sua famiglia apparteneva a quella parte del patriziato dell’Urbe che anche dopo la caduta dello Stato della Chiesa nel 1870 si era mantenuto ostentatamente in contatto con il Vaticano e mostrava un atteggiamento di opposizione verso il nuovo ordinamento italiano. Una colta spiritualità, in cui sopravviveva la ricca tradizione di secoli, assieme a un’incontestabile dedizione alla Chiesa, secondo la quale, con una evidenza insolita per chi non sia italiano, si ponevano sullo stesso piano il servizio alla Curia e la fedeltà alla Chiesa stessa, caratterizzavano questo ambiente, numericamente ristretto ma ciò nonostante influente.
Il 10 febbraio 1939, dopo diciassette anni di pontificato, moriva Pio XI. Il suo successore fu eletto alla terza votazione, in un conclave eccezionalmente breve, durato meno di una giornata. Per la prima volta nella storia della Chiesa, tutti i cardinali viventi avevano potuto convenire a Roma; questa totalità non venne più raggiunta neppure nei conclavi seguenti del 1958 e del 1963. Pur essendo da ritenere la nomina del segretario di Stato a successore del Pontefice appena defunto una vera rarità della storia del papato, nel caso di Pacelli tuttavia l’evento non costituì affatto una sorpresa e il limitato numero delle votazioni occorrenti sta a indicare che in seno al collegio dei cardinali, già prima del conclave, si era affermata un’opinione pressoché unanime sulla persona del successore.
L’elezione del Pontefice, il 2 marzo 1939, doveva coincidere con le ultime fasi che precedettero lo scatenarsi della seconda guerra mondiale, ma evidentemente in quel momento non si aveva piena coscienza dell’incombente pericolo. L’impressione suscitata dall’accordo di Monaco dell’ottobre 1938, grazie al quale si era riusciti ancora una volta a evitare la guerra ritenuta allora inevitabile, era stata tanto forte che ora non si credeva a un immediato ritorno dello stesso pericolo. Questa opinione risulta chiaramente dai colloqui che il Papa ebbe nei giorni compresi fra l’elezione e l’incoronazione, il 6 e il 9 marzo, con i quattro cardinali tedeschi (Bertram di Breslavia, Faulhaber di Monaco, Schulte di Colonia e Innitzer di Vienna) intorno alla situazione della Chiesa in Germania. Dai verbali delle riunioni risulta che in quei giorni le responsabili autorità ecclesiastiche prevedevano un lungo perdurare del terrore in Germania, suscettibile di prolungarsi per diverse generazioni. Si temeva l’inasprimento della lotta religiosa fino alla proibizione generale di ogni forma di ministero pastorale straordinario e di ogni organizzazione ecclesiastica; si valutarono i prevedibili effetti della lotta per la scuola nel corso delle future generazioni; si previde il pericolo di “affamamento” della Chiesa provocato attraverso lo strangolamento nel reclutamento del clero. Evidentemente in quella circostanza il Papa e i cardinali non presero in considerazione la possibilità di un rapido crollo del regime, condizionato da un incombente conflitto armato, unica possibilità per un sostanziale mutamento della situazione. Questa rassegnazione, che in seguito avrebbe potuto essere qualificata come mancanza di previdenza, era tuttavia comprensibile in quel determinato momento e si fondava sull’esperienza dell’anno appena trascorso. Immediatamente dopo l’accesso del nazismo al potere vi erano state effettivamente molteplici previsioni di una rapida fine del regime, ma gli eventi successivi avevano fatto ogni volta apparire tali anticipazioni come fallaci speculazioni. Oltre a ciò, dopo l’appello di Pio XII all’opinione pubblica mondiale, le grandi potenze avevano mostrato soltanto la propria inerzia, che non consentiva alcuna speranza in una sostanziale modifica della situazione.
Pochi giorni dopo la situazione era cambiata radicalmente. La cinica violazione degli accordi di Monaco, con l’invasione delle truppe tedesche nella Cecoslovacchia, il 15 marzo 1939, rivelò nuovamente la spregiudicata politica di forza condotta da Hitler, e la minaccia di una guerra divenne un pericolo immediato. Nei mesi seguenti Pio XII fece di tutto, con ogni mezzo a sua disposizione, per impedirla:  i tentativi di sondaggio, la convocazione in maggio di una conferenza delle cinque potenze particolarmente interessate (Inghilterra, Francia, Italia, Germania, Polonia) a raggiungere un ordinamento stabile in Europa per la via di trattative, non ottennero, fin dall’inizio, che risposte negative. Da un lato Hitler, dopo la violazione dell’accordo di Monaco, non era più accettabile dalle potenze occidentali come partner nelle trattative; dall’altro la Germania e l’Italia si sarebbero trovate di fronte a una maggioranza contraria, di tre contro due.
Risultò ben presto evidente che la Polonia avrebbe costituito il prossimo obiettivo d’attacco per la brama di conquista tedesca. Caratteristico dello sviluppo della situazione è il caso dell’arcivescovo di Cracovia, Sapieha. Ai primi di febbraio del 1939 questi aveva chiesto la dispensa dalla carica per ragioni di età e di salute, ma il 10 febbraio sopraggiunse la morte di Pio XI e conseguentemente Sapieha poté presentare la propria domanda al nuovo Pontefice soltanto in aprile, in occasione di una visita a Roma. Nel mese di maggio però, su pressione del Vaticano, dichiarò di voler rimanere al proprio posto, in vista dell’incombente pericolo. Effettivamente Sapieha, dopo l’occupazione della sua patria, divenne poi il centro e il portavoce della Chiesa polacca perseguitata, attirandosi l’odio particolare della Gestapo.
In quelle settimane dell’estate 1939, quando un nuovo focolaio di guerra si andava rivelando nella questione di Danzica e del corridoio polacco, il Papa cercò nuovamente, questa volta in stretto collegamento con Mussolini, di mantenere la pace. Dopo che l’Inghilterra, ai primi di luglio del 1939, ebbe dichiarato ufficialmente che la promessa di aiuto data alla Polonia doveva essere considerata assolutamente seria e che perciò ogni aggressione contro la Polonia avrebbe avuto come conseguenza l’intervento dell’Inghilterra (una notizia che la Santa Sede trasmise immediatamente all’Italia, sottolineandone l’importanza), non poteva più sussistere alcun dubbio circa l’urgente pericolo di una grande guerra. I nuovi, più energici sforzi del Papa sono da considerare alla luce di questa situazione. Per parte sua il capo del Governo italiano, che si sperava di guadagnare mediante generose concessioni nell’area mediterranea da parte dell’Inghilterra e della Francia, doveva agire come moderatore di Hitler, mentre il Papa intendeva influire analogamente sulla cattolica Polonia. In tutto questo il Vaticano era perfettamente cosciente che si trattava di un gioco sul filo del rasoio, in quanto c’era il pericolo che le intenzioni della Santa Sede potessero venir fraintese e che per i suoi tentativi di mediazione le si rimproverasse di appoggiare la politica di forza della Germania. Questo punto di vista risulta da un’annotazione del segretario della Congregazione per gli Affari Ecclesiastici Straordinari, Domenico Tardini, il principale collaboratore di Pio XII durante l’intero pontificato, il quale temeva appunto che dal ruolo di mediatore si potesse arguire “che la Santa Sede sembrerebbe aver favorito il gioco di Hitler (…) e procurato una nuova Monaco. Monaco era consistito in ciò:  Hitler gridò, minacciò e ottenne quanto voleva. Così per Danzica:  le grida e le minacce di Hitler avrebbero ottenuto, auspice la Santa Sede, quel ritorno di Danzica al Reich che non si è potuto ottenere con le trattative pacifiche”.
Con la conclusione del trattato russo-tedesco del 23 agosto 1939 erano, comunque, cadute le ultime esitazioni da parte tedesca. Pio XII indirizzò il 24 agosto un implorante appello al mondo, il cui testo seguiva in gran parte l’abbozzo primitivo, redatto dall’allora sostituto segretario di Stato, monsignor Montini:  “Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra”. Gli sforzi delle settimane seguenti non potevano far altro che ritardare di pochi giorni il fatale corso degli eventi. L’ultimo giorno di agosto la Santa Sede si rivolse ancora una volta a tutte le potenze interessate, ma la decisione era già avvenuta.

Le reazioni della stampa internazionale

La figura e il pontificato di Pio XII, com’è noto, sono stati oggetto, soprattutto a partire dalla metà degli anni Sessanta, di attacchi ingiustificati. Può essere quindi interessante riscoprire una pagina di storia solitamente trascurata riguardante le reazioni della stampa internazionale di fronte all’elezione di Eugenio Pacelli.
Si registrano per lo più accenti sostanzialmente favorevoli, se non entusiastici soprattutto da parte dei Paesi democratici. I giornali inglesi, francesi e americani, sia protestanti sia cattolici, furono sostanzialmente concordi nel salutare il nuovo Papa come degno successore di Pio XI del quale il “Times” di Londra l’11 febbraio 1939 – all’indomani della morte di Papa Ratti – aveva parlato come di un “campione dei principi di umanità, la difesa dei quali ha richiamato su di lui l’ammirazione e l’assenso di ambienti molto lontani dalla sua confessione. Nel vigore della reiterata protesta contro gli eccessi del razzismo si è trovato a essere il portavoce delle comunità religiose di tutto il mondo”.
Ora il nuovo pontificato si apriva nel segno della continuità. Così il “New York Herald Tribune”, per esempio, poteva dire come l’elezione di Eugenio Pacelli non costituisse una sorpresa:  “Poiché i cardinali hanno eletto l’Uomo il quale, dopo gli anni difficili del pontificato di Pio XI era l’intimo collaboratore del Suo predecessore e quindi ora pronto a continuare le direttive definite da Pio XI”.
Proprio la fedeltà e la sintonia con la linea di Papa Ratti erano invece all’origine delle poche, ma significative voci che non accolsero di buon grado l’elezione di Pio XII. Nella Germania di Hitler l’avversione nei confronti di Papa Ratti risulta evidente. L'”Angriff” di Goebbels dell’11 febbraio 1939 aveva scritto:  “Pio XI ha cominciato come riformatore spirituale ed è finito come un avventuriero politico portando la sua Chiesa a una grave crisi di fiducia. Nella lotta contro i destini d’Europa è caduto”. E l’elezione di Pio XII fu quindi accolta con malcelata insoddisfazione. Addirittura un giornale di antiche tradizioni come la “Frankfurter Zeitung” del 3 marzo 1939, nel riferirsi al periodo della Nunziatura in Germania di Eugenio Pacelli asseriva che molti discorsi da lui pronunciati all’epoca, lasciavano intendere “che non sempre il Segretario di Stato capiva pienamente i motivi politici e ideologici che avevano iniziato la loro marcia vittoriosa nei Paesi autoritari d’Europa”. Ancora più sprezzante suonava il commento dell’organo di stampa delle SS, lo “Schwarze Korps” del 9 marzo:  “Non sappiamo se Pio XII sia per essere il “Gran Sacerdote” giovane abbastanza per vedere il nuovo che, con forza naturale, si apre la via in Germania; saggio abbastanza per sacrificare molte cose vecchie della sua istituzione. Il Nunzio e il Cardinale Segretario di Stato Pacelli avevano per noi poca comprensione:  in lui si ripongono poche speranze:  non crediamo che Pio XII segua vie diverse”.
Chi invece, per gli stessi motivi che turbavano i nazisti, plaudiva all’elezione di Papa Pacelli era nientedimeno che il settimanale ufficiale dell’Internazionale comunista “La Correspondance internationale”.
L’ 11 marzo 1939 il periodico dedicava un articolo al nuovo Papa per fare osservare come egli non fosse persona gradita a nazisti e a fascisti, documentando le sue affermazioni con ampie citazioni di manifestazioni tedesche e italiane. Nel chiamare a succedere a colui che aveva opposto “una energica resistenza alle concezioni totalitarie fasciste” il più diretto collaboratore di Pio XI, i cardinali avevano compiuto un “gesto dimostrativo” ponendo a capo della Chiesa “un rappresentante del movimento cattolico di resistenza”.

Papa Pacelli nel ricordo dell’arcivescovo Montini

Che Egli fosse Uomo buono, tutti sappiamo. Aveva ricevuto doni naturali copiosissimi custoditi in sembianze fisiche esili e deboli, ma resistenti e protette da una sobrietà e da una regolarità di vita semplice ed austera, quasi claustrale, che ben si addiceva all’innocenza e alla mitezza del suo animo; un animo fine, gentile, sensibilissimo, ma non emotivo; dotato di grandissima versatilità, pronta e inesauribile; di memoria prodigiosa, fotograficamente fedele, al servizio d’un temperamento equilibrato e sereno, e penetrato da pietà abituale e composta.
Poi un’educazione sana e imbevuta di spirito romano, un po’ aristocratico e classicheggiante, ma ricco altresì di buon senso e di buon umore di popolo, e forte d’un vigilante senso del dovere, testuale e preciso, che si palesava in uno sforzo continuo di perfezione formale e morale, presente nelle piccole cose – la puntualità, la calligrafia, la purezza della lingua, il ricordo dei particolari… – e nelle grandi cose – i suoi discorsi, la sua arte diplomatica, la coscienza della sua missione, la sua visione del mondo.
Poi un’esperienza unica. Quella della vita romana, quella della fede cattolica, quella del servizio alla Santa Sede. Come, non ricordare, ad esempio, che per le sue mani, in quattordici anni d’incessante lavoro, passò tutta la legislazione della Chiesa nella formulazione di quella sintesi di secoli di letteratura giuridica, che è il Codice di Diritto Canonico? e come non ricordare che dalle sue mani uscirono non pochi di quei Concordati con gli Stati dell’Europa superstite dopo la prima guerra mondiale, che collaudano il Diritto pubblico della Chiesa ad amichevole contatto con il Diritto delle Nazioni moderne?
Poi un Pontificato unico. Voi lo conoscete. Fra i più lunghi che la storia dei Papi registri. Fra i più delicati e più duri insieme. La posizione della Chiesa è quella che tutti sanno:  si regge ora per sole forze spirituali, come società religiosa, ma visibile e organizzata in questo mondo; in un mondo che generalmente e ufficialmente si dice laico, o agnostico, e addirittura ateo, cioè non considera, – per non dire:  non riconosce e non tollera – quelle medesime forze spirituali di cui vive la Chiesa. Il suo equilibrio è quello d’una nave sopra un mare agitato.
La barca di Pietro è investita da questa mobilità, da questa avversità, dell’elemento in cui svolge il suo corso. Avete mai riflesso alla contrarietà di questi due simboli:  la barca e la Pietra? Vacillante l’immagine del primo simbolo e vacillante la realtà ch’esso delinea; immobile l’immagine del secondo, come immobile la realtà che pur esso esprime:  ed insieme vanno, nei secoli, Pietro e la barca a significare due opposte, ma vitalmente complementari prerogative della Chiesa, la sua relatività alla storia e alla condizione umana e la sua trascendente fermezza al disegno e alla virtù divina che reca con sé. Ebbene, questa strana sintesi assurge nel Pontificato di Pio XII a grado mai visto.
Nessun Pontificato forse ha tanto subito la violenza e l’insidia delle trasformazioni del mondo; pensate alla guerra gigantesca che tutta si è svolta nel suo periodo, pensate all’evoluzione economica, scientifica, sociale e politica della vita contemporanea, che sembra scuotere ogni cardine di pensiero e di legge morale e religiosa. E nessun Pontificato forse è stato vicino alla vita umana come quello che con la morte di Pio XII ora si è chiuso.
Crediamo sia questa la caratteristica saliente della sua ventennale opera apostolica:  l’accostamento al mondo moderno.
È stato voce principalmente. Ricordo che nella prima   Udienza   che Pio XII, appena eletto Papa, concesse a S. Ecc. Mons. Tardini ed a me, che eravamo rimasti, sempre alle sue dipendenze, alla direzione degli uffici della Segreteria di Stato, ebbe a dire, quasi sgomento dell’immane dovere che Gli cadeva su le spalle:  “Ora dovrò parlare; chi sa quanto parlare!”. E parlò.
Lo sappiamo. Ma dobbiamo notare come la Sua parola di Vicario di Cristo non solo fece eco, come doveva, alla voce della rivelazione divina, ma risuonò, continua e potente, come voce della coscienza umana. I diritti del Vangelo apparvero coincidenti con quelli dell’uomo. L’umanità ebbe in Pio XII il suo interprete, il suo araldo, in ore di confusione ostinata e di tragici errori.
E spesso ancor più che Dottore, apparve l’Amico del nostro tempo. Le grandi tesi della civiltà moderna ebbero in Lui l’assertore più informato e più coerente:  i temi della giustizia, della pace, del diritto e del dovere, della libertà, della persona umana, del lavoro, della democrazia, della scienza, economia, dell’arte, e dite pure della medicina, dell’arte, del cinema, dello sport, e innumerevoli altri, ascoltammo trattati e pervasi da una Verità e da un Amore, che ben scopriva il credente, intuiva l’incredulo, ammiravano tutti. Egli pensò, Egli studiò, Egli conobbe, Egli sofferse, e finalmente Egli espresse questa nostra vita umana, nei suoi principii sacri e profondi, nelle sue manifestazioni più evidenti e più recondite, più comuni e più singolari.
La Sua versatilità lo rese enciclopedico:  amò anzi moltiplicare i suoi interventi, valendosi delle sue mirabili virtù poliglotte, nei campi più remoti e più impervii, e sempre con tocco di competenza scientifica e con colpo d’ala spirituale volante alle somme cause. Parlò di tutto. Parlò con tutti. Divenne suo programma:  instaurare omnia in Christo, tutto bisogna ricondurre a Cristo. Oh, non nuovo programma! Pio X e Pio XI non lo ebbero pure? Ma Pio XII lo svolse in un’amplissima ed accuratissima opera oratoria, che arricchisce il patrimonio della letteratura ecclesiastica e che tramanderà nel tempo il nome di tanto Maestro.
E alla voce si unì l’opera. Questa fu naturalmente contenuta nei perimetri concreti delle limitate possibilità della Sede Apostolica, ma tale essa parimente fu, da dare al mondo il senso e la speranza, la prova spesso d’una carità dappertutto vigile ed operante. Ma oltre la misura di quest’opera, bisogna osservarne le direzioni. E prima direzione, la più evidente, la più seguita, fu quella della pace. Era la sua divisa:  opus iustitiae pax. Fu il suo impegno. L’arte Sua di trattare con gli uomini responsabili non cessò mai d’esplicarsi in questo senso, tanto umano e tanto cristiano. Quegli avversarî, che per partito preso accusarono ed accusano il Papa d’aver favorito la guerra, dovrebbero cercare per i loro tristi scopi un’accusa più intelligente e meno clamorosamente smentita, non solo dai fatti e dall’universale testimonianza degli onesti, ma dagli stessi amici di tali avversarî. Ricordo la meraviglia prodotta dalla lettera rivolta alla Santa Sede dallo scienziato Curie, nella quale egli stesso candidamente riconosceva che il Papa aveva sempre cercato di promuovere la pace fra le nazioni. E premio quasi di questa Sua azione audace e tenace di pacificazione durante la guerra più distruttrice che la storia ricordi, strappò agli uomini, o meglio ottenne dalla Provvidenza, di preservare Roma dalla rovina.
Così ogni altra direzione dell’opera Sua è rivolta a fare del cristianesimo la grande beneficenza intellettuale, morale e sociale del mondo, un’incessante manifestazione di verità, di bontà e di carità.
Ma non è possibile ora descrivere, anche in minima parte, quest’opera immensa. Ci piace accennarvi così, per ritornare al nostro dolore d’aver perduto Uomo così buono e così grande, e ancora per chiederci perché dobbiamo pregare per Lui.

Nella prima enciclica la guerra e le sue cause profonde

All’inizio del cammino, che conduce all’indigenza spirituale e morale dei tempi presenti, stanno i nefasti sforzi di non pochi per detronizzare Cristo, il distacco dalla legge della verità, che egli annunziò, dalla legge dell’amore, che è il soffio vitale del suo regno. Il riconoscimento dei diritti regali di Cristo e il ritorno dei singoli e della società alla legge della sua verità e del suo amore sono la sola via di salvezza.
Nel momento in cui, venerabili fratelli, scriviamo queste righe, Ci giunge la spaventosa notizia, che il terribile uragano della guerra, nonostante tutti i Nostri tentativi di deprecarlo, si è già scatenato. La Nostra penna vorrebbe arrestarsi, quando pensiamo all’abisso di sofferenze di innumerevoli persone, a cui ancora ieri nell’ambiente familiare sorrideva un raggio di modesto benessere. Il Nostro cuore paterno è preso da angoscia, quando prevediamo tutto ciò che potrà maturare dal tenebroso seme della violenza e dell’odio, a cui oggi la spada apre i solchi sanguinosi. Ma proprio davanti a queste apocalittiche previsioni di sventure imminenti e future, consideriamo Nostro dovere elevare con crescente insistenza gli occhi e i cuori di coloro, in cui resta ancora un sentimento di buona volontà verso l’Unico da cui deriva la salvezza del mondo, verso l’Unico, la cui mano onnipotente e misericordiosa può imporre fine a questa tempesta, verso l’Unico, la cui verità e il cui amore possono illuminare le intelligenze e accendere gli animi di tanta parte dell’umanità, immersa nell’errore nell’egoismo, nei contrasti e nella lotta, per riordinarla nello spirito della regalità di Cristo.
Forse – Dio lo voglia – è lecito sperare che quest’ora di massima indigenza sia anche un’ora di mutamento di pensiero e di sentire per molti, che finora con cieca fiducia incedevano per il cammino di diffusi errori moderni, senza sospettare quanto fosse insidioso e incerto il terreno su cui si trovavano. Forse molti, che non capivano l’importanza della missione educatrice e pastorale della chiesa, ora ne comprenderanno meglio gli avvertimenti, da loro trascurati nella falsa sicurezza di tempi passati. Le angustie del presente sono un’apologia del cristianesimo, che non potrebbe essere più impressionante. Dal gigantesco vortice di errori e movimenti anticristiani sono maturati frutti tanto amari da costituire una condanna, la cui efficacia supera ogni confutazione teorica.
Ore di così penosa delusione sono spesso ore di grazia:  un “passaggio del Signore” (Esodo, 12, 11), in cui alla parola del Salvatore:  “Ecco, io sto alla porta e busso” (Apocalisse, 3, 20) si aprono le porte, che altrimenti sarebbero rimaste chiuse. Dio sa con quale amore compassionevole, con quale santa gioia il Nostro cuore si volge a coloro che, in seguito a simili dolorose esperienze, sentono in sé nascere il desiderio impellente e salutare della verità, della giustizia e della pace di Cristo. Ma anche per coloro, per i quali non è ancora suonata l’ora della suprema illuminazione, il Nostro cuore non conosce che amore e le Nostre labbra non hanno che preghiere al Padre dei lumi, perché faccia splendere nei loro animi indifferenti o nemici di Cristo un raggio di quella luce, che un giorno trasformò Saulo in Paolo, di quella luce che ha mostrato la sua forza misteriosa proprio nei tempi più difficili per la chiesa.
Una presa di posizione dottrinale completa contro gli errori dei tempi presenti può essere rinviata, se occorrerà, ad altro momento meno sconvolto dalle sciagure degli esterni eventi:  ora Ci limitiamo ad alcune fondamentali osservazioni.
Il tempo presente, venerabili fratelli, aggiungendo alle deviazioni dottrinali del passato nuovi errori, li ha spinti a estremi, dai quali non poteva seguire se non smarrimento e rovina. Innanzitutto è certo che la radice profonda e ultima dei mali che deploriamo nella società moderna sta nella negazione e nel rifiuto di una norma di moralità universale, sia della vita individuale, sia della vita sociale e delle relazioni internazionali; il misconoscimento cioè, così diffuso ai nostri tempi, e l’oblio della stessa legge naturale.
Questa legge naturale trova il suo fondamento in Dio, creatore onnipotente e padre di tutti, supremo e assoluto legislatore, onnisciente e giusto vindice delle azioni umane. Quando Dio viene rinnegato, rimane anche scossa ogni base di moralità, si soffoca, o almeno si affievolisce di molto, la voce della natura, che insegna, persino agli indotti e alle tribù non pervenute a civiltà, ciò che è bene e ciò che è male, il lecito e l’illecito, e fa sentire la responsabilità delle proprie azioni davanti a un Giudice supremo.
Orbene, la negazione della base fondamentale della moralità ebbe in Europa la sua originaria radice nel distacco da quella dottrina di Cristo, di cui la cattedra di Pietro è depositaria e maestra; dottrina che un tempo aveva dato coesione spirituale all’Europa, la quale, educata, nobilitata e ingentilita dalla croce, era pervenuta a tal grado di progresso civile da diventare maestra di altri popoli e di altri continenti. Distaccatisi invece dal magistero infallibile della chiesa, non pochi fratelli separati sono arrivati fino a sovvertire il dogma centrale del cristianesimo, la divinità del Salvatore, accelerando così il processo di spirituale dissolvimento.
Narra il santo vangelo che quando Gesù venne crocifisso, “si fece buio per tutta la terra” (Matteo, 27, 45):  spaventoso simbolo di ciò che avvenne e continua ad avvenire spiritualmente dovunque l’incredulità, cieca e orgogliosa di sé, ha di fatto escluso Cristo dalla vita moderna, specialmente dalla vita pubblica, e con la fede in Cristo ha scosso anche la fede in Dio. I valori morali, secondo i quali in altri tempi si giudicavano le azioni private e pubbliche, sono andati, per conseguenza, come in disuso; e la tanto vantata laicizzazione della società, che ha fatto sempre più rapidi progressi, sottraendo l’uomo, la famiglia e lo stato all’influsso benefico e rigeneratore dell’idea di Dio e dell’insegnamento della chiesa, ha fatto riapparire anche in regioni, nelle quali per tanti secoli brillarono i fulgori della civiltà cristiana, sempre più chiari, sempre più distinti, sempre più angosciosi i segni di un paganesimo corrotto e corruttore:  “Quand’ebbero crocifisso Gesù si fece buio”.
Molti forse nell’allontanarsi dalla dottrina di Cristo, non ebbero piena coscienza di venire ingannati dal falso miraggio di frasi luccicanti, che proclamavano simile distacco quale liberazione dal servaggio in cui sarebbero stati prima ritenuti; né prevedevano le amare conseguenze del triste baratto tra la verità, che libera, e l’errore, che asservisce; né pensavano che, rinunziando all’infinitamente saggia e paterna legge di Dio, all’unificante ed elevante dottrina di amore di Cristo, si consegnavano all’arbitrio di una povera mutabile saggezza umana:  parlarono di progresso, quando retrocedevano; di elevazione, quando si degradavano; di ascesa alla maturità, quando cadevano in servaggio; non percepivano la vanità d’ogni sforzo umano per sostituire la legge di Cristo con qualche altra cosa che la uguagli:  “Divennero fatui nei loro ragionamenti” (Romani, 1, 21).
Affievolitasi la fede in Dio e in Gesù Cristo, e oscuratasi negli animi la luce dei princìpi morali, venne scalzato l’unico e insostituibile fondamento di quella stabilità e tranquillità, di quell’ordine interno ed esterno, privato e pubblico, che solo può generare e salvaguardare la prosperità degli stati.
Certamente, anche quando l’Europa era affratellata da identici ideali ricevuti dalla predicazione cristiana, non mancarono dissidi, sconvolgimenti e guerre, che la desolarono; ma forse non si sperimentò mai più acutamente lo scoramento dei nostri giorni sulla possibilità di comporli, essendo allora viva quella coscienza del giusto e dell’ingiusto, del lecito e dell’illecito, che agevola le intese, mentre frena lo scatenarsi delle passioni e lascia aperta la via a una onesta composizione. Ai nostri giorni, al contrario, i dissidi non provengono soltanto da impeto di passione ribelle, ma da una profonda crisi spirituale, che ha sconvolto i sani principi della morale privata e pubblica.

I cronisti colti di sorpresa dalla rapida elezione

Con Papa Pacelli la radio assunse un ruolo di primo piano nella storia dei pontificati. I radiomessaggi sarebbero stati infatti uno strumento privilegiato per la diffusione del magistero di Pio XII.
Ma già l’elezione del Pontefice fu una prima assoluta radiofonica, come raccontò “L’Osservatore Romano” del 5 marzo 1939:
“La Radio Vaticana era già in trasmissione, pronta a diffondere il primo avviso; i radio cronisti si succedevano in quel momento al microfono descrivendo l’attesa e la scena di piazza San Pietro. Ma la loro esposizione è interrotta bruscamente:  alla descrizione subentra una frase concitata, ripetuta in varie lingue successivamente:  “Il Papa è eletto! Le Stazioni estere si colleghino immediatamente con il Vaticano!”. L’appello, ripetuto in fretta, aveva l’aria di un allarme:  c’era il timore di non arrivare in tempo per la trasmissione dell’annuncio ufficiale”.
La rapida elezione del Papa aveva colto di sorpresa le Stazioni estere che avevano predisposto un collegamento per cavo con la Radio Vaticana.
“Le stesse telefonate urgenti – continua il cronista – partivano dal centro telefonico italiano e dalla sede dell’Eiar come per tendere una mano a chi chiedeva di congiungersi con il Vaticano. Era come un correre di popoli verso Roma, nello stesso tempo che la popolazione della città, avvisata dalla radio della compiuta elezione, si affrettava a raggiungere la piazza di San Pietro.
In breve intervallo di tempo i vari collegamenti prestabiliti sono stati uno dopo l’altro attuati, precedendo tutti l’annuncio ufficiale:  Popoli di diversi Paesi sentivano ciascuno i radiocronisti del Vaticano parlare nella propria lingua.
Il cuore di milioni e milioni di fedeli ha battuto all’unisono con quelli dei fratelli di Roma associandosi al paterno canto del Te Deum, si è trovato a contatto con il cuore del Padre Benedicente:  Scienza e Tecnica hanno dato così un mezzo meno inadeguato alle aspirazioni della carità!”.

(©L’Osservatore Romano – 2-3 marzo 2009)

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