Skip to content

La Chiesa in Africa Prima di tutto cattolica

3 marzo 2009

di Fortunatus Nwachukwu
Capo del protocollo della Segreteria di Stato

Abbiamo oggi una certa proliferazione di notizie sull’Africa. Normalmente dovrebbe essere una cosa positiva perché ciò evita che il continente rimanga rinchiuso nella dimenticanza del resto del mondo. Purtroppo, tali notizie sull’Africa lasciano spesso molto a desiderare. Vi è, per esempio, uno sfruttamento mediatico del continente o della sua miseria da parte di alcune personalità dello spettacolo e della politica. È divenuta quasi una moda farsi fotografare con i poveri, i malati e i miserabili del continente africano. Si tratta di un modo egoistico di far parlare dell’Africa e degli africani. E lo scopo sembra essere più quello di promuovere l’immagine della celebrità in questione, piuttosto che quello di attenuare le sofferenze delle popolazioni visitate. Da queste aberrazioni è da distinguere l’interesse sincero di tutti quelli che con parole e azioni s’impegnano concretamente per migliorare le sorti degli africani.
Oltre a questa maniera egoistica di parlare o di far parlare del continente, ho rilevato, in un articolo pubblicato qualche anno fa (cfr. “Africa:  le sfide per il cambiamento”, in “Nuntium” 27, 3/2005, pp. 223-244) almeno tre altri modi in cui si suole parlare dell’Africa e degli africani, rappresentati rispettivamente da tre autori contemporanei. Mentre Kuki Gallmann (Sognavo l’Africa, Milano, Mondadori, 1993, pagine 342, euro 9) parla del continente con amore e nostalgia, Gaston Kelman (Je suis noir et je n’aime pas le manioc, Parigi, Max Milo, 2003, pagine 192, euro 15,90) usa l’umorismo e una serie di aneddoti, saggi e arguzie per affrontare vari pregiudizi che le persone di discendenza africana incontrano fuori, ma anche dentro l’Africa. Da parte sua, Stephen Smith (Négrologie:  pourquoi l’Afrique meurt, Parigi, Calmann-Lévy, 2003, pagine 252, euro 17), con dispetto e pessimismo, ci fornisce un’autentica necrologia (in opposizione alla “negrologia”) dell’Africa contemporanea.

La Chiesa in Africa

Il linguaggio della Chiesa sull’Africa è molto più sfumato e realistico. Fa notare i problemi del continente e si impegna a trovare e ad applicarvi delle soluzioni concrete. L’interesse per l’Africa non è nuovo per la Chiesa visto che Gesù stesso – Capo del corpo che è la Chiesa – vi si è rifugiato quando è stato minacciato di morte da parte dell’autorità civile (Erode). Quel movimento verso il continente africano si rivelerà precursore dei tre “viaggi missionari” che la Chiesa compirà nel corso dei secoli verso l’Africa. Si tratta, in primo luogo, del movimento di alcuni cristiani verso il nord del continente dopo la dispersione delle prime comunità dalla Terrasanta e la conseguente nascita di una Chiesa che è fiorita per più di cinquecento anni. Poi c’è stata la seconda visita quando i commercianti occidentali hanno portato la fede cristiana, per mare, all’Africa sub-sahariana. In ciascuna di queste prime visite la Chiesa, dopo un notevole periodo di fioritura, ha visto un declino dovuto alle vicissitudini dei rispettivi tempi. L’ultimo viaggio iniziato nel contesto del colonialismo – ma non identificabile o confondibile con esso – negli ultimi due secoli, ha dato origine alla Chiesa odierna in Africa.
Ciò significa che nel confronto con la Chiesa delle due prime fasi, la Chiesa di oggi in Africa è ancora giovane e non può concedersi di scivolare nel trionfalismo per i grandi numeri sia dei fedeli sia delle vocazioni alla vita religiosa e consacrata. Al contrario, occorre continuare ad approfondire e rafforzare la fede, identificando e affrontando quei problemi che hanno reso fragile e condotto al declino la Chiesa delle due fasi anteriori. È in questa ottica che è stata convocata la prima Assemblea speciale per l’Africa del Sinodo dei vescovi, tenutasi a Roma dal 10 aprile all’8 maggio 1994.
Con la convocazione e la celebrazione di quel Sinodo, la Chiesa universale ha riconosciuto, nelle parole pronunciate da Giovanni Paolo II a Yaoundé, che “le giovani Chiese d’Africa [stavano] raggiungendo una vera maturità”. Infatti, come ho scritto in quella occasione (cfr. “La Chiesa d’Africa diventa adulta”, in “Mondo e Missione”, dicembre 1995, pp. 10-13), “quella africana è una Chiesa che contemporaneamente è giovane e “sta raggiungendo una vera maturità”. E come ogni persona in crescita, questa Chiesa è passata prima attraverso i dolori e le crisi dello svezzamento e della pubertà, e ora gradualmente attraverso quelli della lotta per affrontare la sua nuova adolescenza”. Con tale passaggio viene anche l’imbarazzo della relazione della giovane Chiesa con “i suoi genitori”, cioè con le Chiese più antiche che nell’ultimo secolo le hanno portato il calore vitale della fede che ancora la riscalda. Da un lato, non è insolito trovare in questa giovane Chiesa gente che guarda con diffidenza a quasi tutto ciò che proviene dalle Chiese più antiche, e che vorrebbe concepire la maturità della Chiesa africana in termini di capacità a sfidare le più antiche. D’altro canto, non pochi nelle antiche Chiese guardano alla Chiesa africana come se si trovasse in uno stadio ancora immaturo e incapace di dare un contributo effettivo in questioni e materie che riguardano l’essenza stessa del popolo di Dio, in campo sia dottrinale che disciplinare. Quindi, con la prima Assemblea per l’Africa del Sinodo dei vescovi, è stato come se la Chiesa universale avesse detto:  “Sì, una giovane Chiesa può avere qualcosa da offrire e allora ascoltiamo la Chiesa africana”.
La prima Assemblea, pur soffermandosi su vari punti dolenti e positivi del continente, si è distinta per un elemento dottrinale-ecclesiale, cioè la proposta di concepire la Chiesa come “la famiglia di Dio”. Da allora varie iniziative sono state intraprese da diversi settori ed espressioni della Chiesa africana per approfondire e diffondere tale concetto. Non senza difficoltà, anche perché il concetto stesso di famiglia è stato messo sotto attacco nei due ultimi decenni da quelli che vogliono distruggere l’accettato concetto di famiglia con l’idea di “famiglie” al plurale, intendendo con ciò abbracciare nuove configurazioni. Poi gli avvenimenti nel continente africano hanno mostrato che non è stato sufficiente diffondere un concetto di Chiesa come famiglia senza avere strumenti più pragmatici per metterlo in pratica. Si pensi, per esempio, alle guerre e agli orrendi conflitti fratricidi ed etnici che hanno afflitto diverse parti del continente dai tempi di quel Sinodo – in Rwanda, Burundi, Repubblica Democratica del Congo, Kenya e in Africa australe. La convocazione per il mese di ottobre 2009 della seconda Assemblea per l’Africa del Sinodo dei vescovi si presenta come un’occasione propizia per tentare d’andare oltre i principi e le formulazioni dottrinali verso misure, iniziative e disposizioni di applicazioni concrete.
Il secondo Sinodo africano

Mentre la prima Assemblea speciale per l’Africa del Sinodo dei vescovi ha affrontato la questione della Chiesa in Africa e della sua missione evangelizzatrice in vista dell’anno giubilare del Duemila, la seconda Assemblea in programma a Roma dal 4 al 25 ottobre 2009, si soffermerà sul tema “La Chiesa in Africa a servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace. “Voi siete il sale della terra…Voi siete la luce del mondo” (Matteo, 5, 13-14)”. L’Instrumentum laboris dell’incontro verrà consegnato personalmente da Papa Benedetto XVI ai presidenti delle Conferenze episcopali africane giovedì 19 marzo a Yaoundé (Camerun) in occasione del suo prossimo viaggio nel continente (Camerun-Angola) dal 17 al 23 marzo 2009. È logico che nella città di Yaoundé dove il Papa Giovanni Paolo II ha trasmesso alla Chiesa africana l’esortazione finale della prima Assemblea speciale, venga anche lanciato l’Instrumentum laboris della prossima seconda Assemblea.
Si tratta di un documento di 94 paragrafi distribuiti in cinque capitoli, oltre all’introduzione e alla conclusione. I cinque capitoli espongono diversi aspetti delle sfide della riconciliazione, della giustizia e della pace, che costituiscono il cammino sul quale la Chiesa in Africa e i cattolici in particolare, possono giungere ad essere “il sale della terra” e “la luce del mondo”. Il documento sintetizza non solo gli aspetti problematici della situazione africana, ma anche quelli positivi.
L’insistenza sulla riconciliazione, sulla giustizia e sulla pace è molto attuale, visti i conflitti locali e regionali, e le palesi ingiustizie e violenze che persistono in diverse parti del continente. Si tratta di sfide che hanno ostacolato, per non dire sconfitto, gli sforzi di diversi settori della società africana. L’entusiasmo che ha salutato l’ottenimento dell’indipendenza da parte delle nazioni africane sembra spesso appannato dal fallimento, o quasi, di vari governi, sia politici che militari del continente. Tale situazione fa sì che l’attenzione sia ora rivolta alla Chiesa, la quale non può permettersi di fallire il suo obiettivo, deludendo in tale modo la gente. Anche perché, se si parla di fallimento nel contesto della storia recente dell’Africa, tale espressione non si può applicare ai missionari:  essi non sono falliti. Al contrario, la loro è una storia di eroismi e di sacrifici, qualche volta di fronte alle prospettive di una morte molto probabile, pur di poter trasmettere il Vangelo e gli strumenti per la sua attuazione, quali scuole, ospedali e simili istituzioni. La missione di sostenere e di alimentare la luce di fede e di speranza che, per la Chiesa, loro hanno acceso in diverse parti del continente costituisce una sfida per ogni cristiano africano.
Delle varie sfide menzionate, occorre evidenziare quella dell’etnocentrismo o del tribalismo che spesso sottostà agli altri mali – conflitti etnici, nepotismo e corruzione, impunità, mediocrità e tanti altri del continente africano. Si tratta di un problema acuto e talmente diffuso nel continente che, in diverse regioni, perfino la Chiesa non ne è risparmiata. Anni fa, in un contesto diverso, ho avuto modo di attirare l’attenzione su qualche possibile risposta al problema (cfr. Mondo e Missione, op. cit. p. 12). Scrivevo:  “La Chiesa africana ha oggi urgente bisogno di qualcosa che la aiuti a superare queste tendenze alla divisione. Questo qualcosa potrebbe essere l’inculturazione dell’amore. Potrebbero anche essere appropriate disposizioni canoniche che disinneschino le divisione etniche e accentuino la fraternità e la comunione cristiana…”.
In un momento in cui si parla tanto in Africa dell’inculturazione del Vangelo e quindi, dell’amore, non sarebbe totalmente fuori posto pensare a disposizioni che mettano l’accento sulla cattolicità della Chiesa al di sopra delle appartenenze etniche. Anche al livello delle gerarchie locali. Non ha forse detto Gesù che “un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua” (Matteo, 13, 56)?
Di fatto, i legami e i sentimenti etnici sono talmente profondi e spesso esageratamente sensibili che ogni misura che tenti di sorvolarli tende a innescare delle forti opposizioni. Ma forse sono proprio quelle opposizioni e quelle resistenze che la Chiesa dovrebbe affrontare con il messaggio del Vangelo se vogliamo prevedere un futuro di riconciliazione, di giustizia e di pace per il continente africano.
Quindi il prossimo Sinodo africano rappresenta una porta di speranza.

(©L’Osservatore Romano – 2-3 marzo 2009)

Annunci
No comments yet

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: