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La teologia politica di Eusebio di Cesarea

1 marzo 2009

Dedicando nel 2007 una catechesi a Eusebio di Cesarea, Benedetto XVI ha reso finalmente giustizia a un vescovo oggetto di molti pregiudizi. Su di lui gravano le accuse di essere stato un ariano, un cortigiano, un uomo dal debole carattere, un imbonitore. Il Papa ha invece spostato l’attenzione sullo studioso infaticabile, che con la sua opera storica, la prima del cristianesimo, ha salvato dall’oblio molti avvenimenti della Chiesa antica; sul filologo che ha curato la preziosa biblioteca di Cesarea; sul protagonista del concilio di Nicea, di cui “sottoscrisse il Credo e l’affermazione della piena divinità del Figlio di Dio”; sul sincero ammiratore di Costantino, che aveva dato la pace alla Chiesa.
Il Pontefice ha messo in evidenza la prospettiva fondamentale della storiografia eusebiana, una “storia “cristocentrica”, nella quale si svela progressivamente il mistero dell’amore di Dio per gli uomini (…). L’analisi storica non è mai fine a se stessa; non è fatta solo per conoscere il passato; piuttosto, essa punta decisamente alla conversione e a una autentica testimonianza di vita cristiana da parte dei fedeli”.
Benedetto XVI ha restituito la figura del vescovo di Cesarea alla verità della storia. Una visione ben lontana dalle tesi sulla presunta accondiscendenza nei confronti di Costantino, derivata da una erronea interpretazione della cosiddetta teologia politica dello studioso presentata nel 336 nel Discorso per il trentennale. In questo testo – che celebra i trenta anni di regno dell’imperatore – Eusebio presenta Costantino come immagine di Dio e mimesi del Lògos. Questa formula, secondo alcuni, sarebbe alla base non solo del cesaropapismo bizantino, ma anche di ogni forma di assolutismo teocratico. Ma in che misura Eusebio ideò una concezione politica che asservì la Chiesa al potere temporale?
Per rispondere a questa domanda, occorre prima chiarire due punti:  cosa intende Eusebio quando parla del sovrano come immagine-imitazione di Dio e come è stata recepita nella storia la sua formulazione. Per il vescovo di Cesarea l’imperatore rappresenta l’immagine-imitazione della divinità non per partecipazione ontologica, come volevano i trattati ellenistici, ma grazie alle sue virtù:  imitando il Lògos l’imperatore può riprodurre l’immagine del regno del Padre. L’imperatore rappresenta Dio solo se imita il Lògos, perfetta immagine del Padre, e solo in questa imitazione egli può diventare immagine di Dio. Solo colui che riesce a riprodurre in sé l’immagine del Padre attraverso l’imitazione del Lògos, può essere definito veramente imperatore. Il fatto che il soggetto dell’imitazione sia il Lògos, che media il rapporto tra Dio e l’imperatore, e rende possibile che quest’ultimo possa essere immagine di Dio attraverso la sua imitazione, è l’elemento di novità apportato da Eusebio. L’imitazione di Dio acquisisce una nuova sfumatura rispetto alla tradizione che muoveva dal Timeo platonico, presente anche nel pensiero stoico, neopitagorico, medio e neoplatonico.
Per Eusebio l’esercizio del potere è quindi strettamente collegato con la pratica delle virtù e il modello per eccellenza per chi esercita il potere è Cristo:  ciò garantisce l’assenza di abusi e illeciti. Il vescovo di Cesarea elabora accuratamente la sua dottrina teologico-politica in quanto, dopo la “svolta costantiniana”, aveva la necessità di presentare il nuovo impero cristiano come una realtà concreta e presente.
Sostenendo la necessità di una teologia non strumentalizzabile politicamente, nel suo Il monoteismo come problema politico (1935) il teologo Erik Peterson indica in Eusebio colui che ha dato dimensione teologica alla monarchia divina, creando un nesso tra monoteismo religioso e monarchia universale romana. Pur rimanendo imprescindibile la riflessione di Peterson sui rischi di una identificazione tra religione e politica, che porterebbe a pericolosi fondamentalismi, bisogna ricordare che nel rapporto tra monoteismo e monarchia – o analoghe forme politiche – il concetto di monoteismo non esprime più una fede religiosa, ma un costrutto politico.
Nel lessico di Eusebio di Cesarea, uomo del iv secolo, i termini monoteismo e monarchia non hanno gli stessi significati che acquisiranno nel corso dei secoli. Per Eusebio, la Chiesa non è “una comunità sacramentale separata, ed eventualmente contrapposta, alla comunità politica, giacché nell’una e nell’altra opera la stessa ragione divina, e perciò entrambe devono essere la stessa società, la società dei cristiani, uniti dall’imperatore e in cammino verso il Padre sotto la guida del Verbo”, come ha ben evidenziato Merio Scattola, in Teologia politica (Bologna, Il Mulino, 2007). Il cesaropapismo bizantino o l’assolutismo di Giacomo iv di Scozia (1587-1625) recepiscono e portano alle estreme conseguenze la teoria eusebiana, snaturandone il genuino significato. Dal xv secolo in poi, l'”imitazione di Dio” è richiamata nel titolo ottomano del sultano “ombra di Dio sulla terra”, che esprime in tal modo l’idea della maestà di origine divina. In realtà Eusebio non auspica una identificazione tra i vertici del regno e della Chiesa, non teorizza una religio regis tipica delle monarchie assolute, né afferma che il sovrano esercita un potere divino, ma desidera un monarca che governi avendo come modello non solo il Padre, ma anche Cristo. Alla luce di questa prospettiva cristocentrica, implicita nel concetto eusebiano del sovrano come immagine-imitazione, sembra difficile fare di Eusebio un teorico dell’assolutismo o un vescovo prezzolato al servizio del potere, senza per questo disconoscere le derive sorte dalla sua formulazione, che resta la prima teologia politica della storia cristiana. (marilena amerise)

(©L’Osservatore Romano – 1 marzo 2009)

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