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Angelo Ambrosoli nell’Australia dell’Ottocento

26 febbraio 2009

di Stefano Girola
University of Queensland

La corsa all’oro era già cominciata. Erano i primi anni Cinquanta del XIX secolo e migliaia di uomini, provenienti da ogni parte d’Australia, ma anche dall’Europa e dalla Cina, affollavano i ruscelli del New South Wales e del Victoria all’affannosa ricerca delle pepite gialle.
Questa febbre non contagiò tutti. Dalla  tolda  di  una  barca  diretta  alle missioni nelle isole oceaniche di Woodlark e Rook, un giovane prete italiano commentava così gli eventi recenti in Australia:  “Qui vicino a noi si trova molto oro e tutti corrono a prenderlo e noi ce ne allontaniamo. Non è roba per noi. Per noi sono le anime. Oh sì, queste sono ben migliori dell’oro. L’acquisto di una di queste è un acquisto ben più grande di tutto l’oro del mondo”.
Il missionario del Seminario lombardo per le missioni estere – poi Pontificio istituto (Pime) dal 1926 – si chiamava Angelo Ambrosoli ed era nato nel 1824 a Madonna in Campagna, una frazione di Gallarate. Uno studio pubblicato recentemente da Virgilio Cognoli e Paolo Labate per l’ufficio storico del Pime (Il solitario di Sydney, Studi e documenti dagli archivi del Pime, pagine 160, euro 10) ricostruisce il lungo periodo che padre Ambrosoli trascorse a Sydney dopo la tragica esperienza missionaria a Woodlark e Rook, conclusasi con il martirio di padre Giovanni Mazzucconi.
Il soggiorno a Sydney di padre Ambrosoli avrebbe dovuto essere temporaneo, una breve pausa per riprendersi dai malanni prima di ripartire per altre missioni in Oceania o in Asia.
Le cose andarono diversamente. Il perdurare dei problemi di salute e la volontà del benedettino John Bede Polding, arcivescovo di Sydney dal 1842, di tenere il prete italiano al servizio dell’arcidiocesi costrinsero Ambrosoli a rinunciare alla sua vocazione di evangelizzare i “selvaggi” negli “orizzonti sconfinati dell’Oceano Pacifico”. Su richiesta di Polding, Ambrosoli divenne il cappellano della piccola comunità italiana di Sydney e il direttore spirituale delle suore benedettine nel convento di Subiaco, piccolo centro dell’Australia occidentale fondato dai monaci benedettini in onore della cittadina italiana.
La frequentazione assidua dell’arcivescovo fece di Ambrosoli un testimone di primo piano delle difficili vicende della nascente Chiesa australiana, da lui raccontate con ricchezza di dettagli nelle moltissime lettere inviate in Italia ai confratelli, soprattutto al suo superiore, padre Luigi Marinoni. Sono proprio queste lettere la fonte primaria su cui Cognoli e Labate si sono basati per narrare la missione australiana di padre Ambrosoli.
Il ritratto della Chiesa australiana, in particolare dell’arcidiocesi di Sydney, che emerge dalla corrispondenza del prete di Gallarate è per certi versi desolante, a causa dai continui conflitti fra l’arcivescovo e il vicario generale monsignor Gregory da un lato e una buona parte del clero e del laicato di Sydney dall’altro.
Ambrosoli non tarda a individuare la causa di tali discordie nella tendenza di Polding ad accentrare l’amministrazione ecclesiastica nelle mani dell’ordine benedettino, a scapito dei preti secolari e di altri ordini religiosi. L’amicizia e la stima che Ambrosoli prova verso Polding non gli impediscono di riconoscere la validità degli argomenti degli oppositori delle politiche vescovili. Riflettendo sulle campagne condotte dal cattolico “Freeman’s Journal”, Ambrosoli scrisse:  “Io non approvo i selvaggi attacchi, però non posso che essere dell’opinione pubblica, che cioè qui c’è bisogno estremo di preti e qualche cosa bisogna pure che si faccia per ottenerne”.
Ad amareggiare Ambrosoli è anche lo scarso interesse per il decoro liturgico, che egli lamentò in una lettera del 1878:  “Io amo molto poter avere le cose belle per nostro Signore, anche per dare qui una piccola spinta a un migliore addobbamento dei sacri altari, molti dei quali sono lasciati nella più squallida miseria”. Ambrosoli mise in pratica le sue parole, utilizzando spesso i propri piccoli risparmi per commissionare ad artigiani italiani la costruzione di oggetti sacri.
I problemi che affliggono la Chiesa locale e la solitudine sperimentata per molti anni da Ambrosoli nel convento di Subiaco, lo porteranno a coltivare la tentazione di ritirarsi a vivere nei boschi australiani. Ma la profondità della sua vocazione sacerdotale gli impedì di diventare l’ennesimo fuggitivo nel bush. Superata la crisi, Ambrosoli prodigò ogni energia per contribuire alla crescita dell’arcidiocesi di Sydney.
Fra i suoi impegni, anche quello di assistere gli emigrati dai vari Stati italiani che proprio allora si stavano unificando. Scrivendo nel 1855 al suo superiore, Ambrosoli commentò in modo negativo l’atteggiamento di molti emigrati:  “Non ho mai visto uno di loro dare un centesimo per un’opera buona. Solo se ammalati e in miseria sanno trovare i preti, lamentarsi e bestemmiar l’Australia. Forse i loro parenti sono a casa a patir la fame ed essi vanno qui alla deriva e non vedono che maledetta miseria”.
Ma non tutti gli italiani erano così. Altri sapevano fare sacrifici e mantenere viva la fede dei padri. In primo luogo il fratello analfabeta di Ambrosoli, Giosuè, che arrivò in Australia inaspettatamente e che seppe poi farsi rispettare per la dedizione al lavoro e la condotta di vita irreprensibile. Morì improvvisamente mentre stava per rientrare in Italia a visitare l’anziana madre. Al momento della morte si seppe che oltre al continuo sostegno finanziario ai famigliari di Madonna in Campagna, Giosuè aveva risparmiato dei soldi anche per aiutare in Italia “qualche povero giovane ai suoi studi”.
Una svolta nella missione di Ambrosoli avverrà con il suo trasferimento al Saint Vincent Convent delle Sisters of Charity fra il 1876 e il 1877. Le lettere documentano un’intensa attività di assistenza spirituale alle suore, alle novizie e ai malati del Saint Vincent Hospital e del Saint Joseph Hospital, oltre che un grande impegno per la formazione di gruppi religiosi fra i giovani cattolici di Sydney, tra cui le compagnie del Bambino Gesù, di San Luigi Gonzaga e delle Figlie di Maria.
Dal 1889 Ambrosoli cominciò anche a occuparsi degli orfani del Saint Anne’s Orphanage aperto dalle Sisters of Charity nel sobborgo di Liverpool. La generosità anche materiale verso i poveri di Sydney rimarranno una costante della sua vita.
Riconoscendone la profonda onestà e intelligenza, le Sisters of Charity affidarono ad Ambrosoli importanti responsabilità nella costruzione di nuovi conventi e scuole nei sobborghi di Woolhara, Liverpool, Petersham e Ashfield. Ambrosoli ebbe un ruolo importante anche nella storia della Cattedrale di Saint Mary, il più maestoso edificio cattolico in Australia:  collaborò con i successori di Polding, monsignor Vaughan e il cardinale Moran, nell’organizzare collette per far fronte ai costi della costruzione e nel tenere contatti con gli artigiani italiani coinvolti nel progetto.
Per quanto riguarda i rapporti di Ambrosoli con Moran, Cognoli e Labate suggeriscono che proprio una petizione di Ambrosoli inviata al cardinale Simeoni di Propaganda Fide, presentata a nome delle Sisters of Charity, abbia contribuito sia all’elevazione al cardinalato di Moran nel luglio del 1885 che all’indizione del primo concilio plenario della Chiesa Australiana. Una tesi interessante, che attribuirebbe ad Ambrosoli un ruolo notevole nelle vicende del cattolicesimo australiano in una delle sue fasi più cruciali.
Proprio per questo, stupisce che anche una recente biografia del cardinale Moran non nomini nemmeno padre Angelo Ambrosoli (Philip Ayres Prince of the Church:  Patrick Francis Moran 1830-1911, Carlton, Victoria, The Miegunyah Press, 2007, pagine 367). Una dimenticanza comune anche alle maggiori opere dei decani della storiografia cattolica australiana, Patrick O’Farrell ed Edmund Campion, nonostante l’ampio spazio da essi dedicato all’arcidiocesi di Sydney.
Strano destino, se si pensa al commosso ritratto che il cardinale Moran stesso aveva dedicato ad Ambrosoli nella sua monumentale opera sulla storia della Chiesa in Australia, pubblicata nel 1896. Moran dedicò ben tre pagine colme di ammirazione a colui che a Sydney era conosciuto come il “Piccolo santo” e la cui spiritualità si può cogliere da un brano di una lettera inviata ai parenti nel 1852:  “Teniamola però da conto quest’anima nostra, non ammazziamola col peccato, non trascuriamola viva, ma facciamola crescere con le buone opere di pazienza e di carità. Sì, soffrite con pace le vostre tribolazioni, amate con cuore tutti gli uomini e specialmente quelli che vi recano dispiaceri, tenetevi sempre in buona armonia con tutti, ma soprattutto la casa deve essere come un santuario di pace e di concordia. Se faremo così, santificheremo le anime nostre, che poi potranno riunirsi tutte in Cielo”.
Il soprannome di “Piccolo Santo” era molto di più che un riconoscimento delle straordinarie qualità spirituali e morali di Ambrosoli:  alla sua morte, avvenuta nel 1891, le Sisters of Charity contattarono il vicario apostolico di Hong Kong per discutere con lui la possibilità di cominciare il processo di beatificazione del loro cappellano. Furono scoraggiate dalla consapevolezza che l’idea di un prete italiano proclamato beato o santo avrebbe causato “opposizioni, gelosie e altre miserie”. Tuttavia, nei primi anni Settanta del secolo scorso, l’arcidiocesi di Sydney contattò il Pime per richiedere del materiale utile per avviare il processo di beatificazione di Ambrosoli. Da allora nulla sembra essere successo, ma sarà il tempo a dire se lo studio di Cognoli e Labate contribuirà ad alimentare la speranza delle Sisters of Charity.

(©L’Osservatore Romano – 27 febbraio 2009)

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