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Riflessioni sulla «Dignitas personae»

25 febbraio 2009

di Rino Fisichella
Arcivescovo presidente della Pontificia Accademia per la Vita

Secondo una felice consuetudine i documenti del magistero della Chiesa condensano nelle prime parole il loro contenuto. Dignitas personae non fa eccezione. I due termini che compongono l’ultima istruzione della Congregazione per la Dottrina della Fede evidenziano immediatamente l’obiettivo del documento. La dignità della persona non può essere un proclama astratto che in diversi momenti della storia si sente il bisogno di riaffermare; è molto di più. Esprime, infatti, un fondamento reale, inequivocabile e non in balìa di arbitrarie interpretazioni soggette al sentire del tempo. Nel sessantesimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, questa istruzione viene a ribadire alcuni principi che sembrano sempre più oscurati per il sorgere di nuovi diritti che manifestano spesso un’inspiegabile e ingiustificata pretesa individuale.
La dignità della persona costituisce la base su cui ognuno costruisce la propria identità, le relazioni interpersonali che segnano la vita e la solidarietà che forma le diverse società sparse per il mondo intero. La dignità della persona è una conquista faticosa dell’umanità, non una palla al piede per il suo progresso. Dimenticare il grande dibattito e le battaglie che hanno segnato le diverse epoche storiche, portando alla codificazione del principio d’uguaglianza d’ogni persona e della sua irrinunciabile dignità, equivarrebbe a riportare indietro le lancette della storia di alcuni secoli. Nessuno, si spera, vorrà cadere in una simile trappola col negare il principio basilare del vivere personale e sociale; è un fatto di tale evidenza che per fortuna va al di là degli schieramenti politici e ideologici così da imporsi come una realtà profondamente naturale e per questo universale.
In un suo saggio sull’etica, il grande medico Albert Schweitzer scriveva così:  “Chiunque s’imbarca sulla navicella del rispetto della vita non è un naufrago che va alla deriva; è, piuttosto, un passeggero intrepido che sa dove deve andare e come mantenere fermo il timone nella giusta direzione”. L’immagine colpisce per la sua attualità e per la carica di verità che vi è contenuta; occuparsi oggi del tema della vita, d’altronde, equivale a inserirsi in un cammino che richiede una buona dose di coraggio e, soprattutto, una visione lungimirante. Intorno a questo tema, infatti, si gioca il futuro della società, delle giovani generazioni che in questo momento sono inconsapevoli spettatrici di quanto stiamo preparando per il loro modo di pensare e di comportarsi e della stessa Chiesa che tocca con mano quanto la missione dell’evangelizzazione sia sempre una sfida aperta sul terreno della storia. L’annuncio della vita appartiene al dna della Chiesa perché è testimone diretta non solo del pieno valore che la vita personale possiede, ma soprattutto perché annuncia una vita che ha vinto il limite della morte. È intorno a questa dimensione che si incontrano e scontrano le varie visioni sulla vita umana, ma è anche questo lo spazio dove vengono a confluire le domande che richiedono una risposta carica di senso, non più soggetta alle ipotesi o teorie di lavoro, ma capace di dare certezza per permettere di costruire la vita di ognuno su un fondamento reale, stabile e sicuro.
La cultura contemporanea si evolve costantemente nella ricerca di nuove forme sperimentali che consentano di esprimere al meglio la propria esistenza nonostante la spada di Damocle dell’imprevisto, della malattia non programmata e della morte inevitabile. Ogni giorno il progresso della tecnica mentre, da una parte, spalanca nuovi orizzonti che permettono fortunatamente di superare la sofferenza e il dolore, dall’altra pone sempre nuovi interrogativi che si estendono inevitabilmente all’istanza etica per le implicanze che possiedono. Merito di Dignitas personae è quello di ribadire con forza e a più riprese il valore dell’etica nella scienza, nella sperimentazione e nelle varie tecnologie biomediche. Qualcuno, in nome del progresso, vorrebbe eliminare tout court l’etica da questi ambiti. Tentativo impossibile perché ciò che si vorrebbe far uscire dalla porta entrerebbe di nuovo con insistenza dalla finestra per rimanere in casa a dispetto di quanti ne vorrebbero l’eliminazione. L’etica appartiene all’uomo di ogni tempo e di ogni cultura; è una condizione cardine dell’uomo nella sua ricerca di felicità. Porla fuori gioco equivarrebbe a imporre spazi in cui entra solo la regola del più forte di turno, per le ingenti risorse finanziarie che si sono investite in questi ampi spazi della nuova economia. Dignitas personae presenta molti degli interrogativi che tanti si pongono dinanzi al progresso delle tecnologie e che soprattutto nell’ingegneria genetica presentano tratti talmente nuovi da affascinare, ma non per questo da apparire meno problematici. Il campo di indagine è ampio e più si entra nel mistero della materia, per paradossale che possa sembrare, più l’enigma invece di restringersi e condurre a soluzioni si espande a dismisura e non smette di provocare meraviglia e stupore. I problemi etici intorno al tema della vita proprio per questo si moltiplicano e spesso sembrano entrare in conflitto realtà che sono chiamate invece a collaborare per una soluzione che trovi l’accordo della scienza con il principio etico.
Non è necessario credere in Dio per sapere che la vita è un bene prezioso e un dono di cui dobbiamo essere grati e riconoscenti a qualcuno. La scoperta esistenziale di dipendere da qualcuno non è un dogma della Chiesa ma un principio filosofico ovvio e universalmente accolto. È proprio nel riconoscimento di questa relazione di dipendenza che nasce la consapevolezza della gratuità e dell’enigmaticità dell’esistenza. Avrei potuto non essere, eppure, non sono il frutto della casualità. Sono stato pensato, desiderato, voluto:  questo è ciò che ogni uomo alla fine pensa di sé per non lasciare la propria vita nel vago e nel vuoto dell’indeterminatezza. La vita umana non è un esperimento da laboratorio, ma un atto d’amore che segna per sempre l’esistenza. Per questo è un bene inviolabile e indisponibile che ogni ordinamento giuridico è costretto a porre a proprio fondamento. Succede, purtroppo, che in alcuni casi questo principio venga violato e contraddetto. Ciò non costituisce una conquista che rende alcuni Paesi più evoluti di altri; al contrario, è ciò che rende evidente, purtroppo, la contraddizione in cui cadono quando si pongono nel cono d’ombra del relativismo.
In questo contesto, una riflessione di particolare interesse merita il richiamo di Dignitas personae al tema della scienza e della ricerca. L’istruzione fin dall’inizio della sua argomentazione esprime fiducia nella scienza, riconosce gli ingenti progressi che si sono verificati per la passione e la dedizione di tanti scienziati ed esprime il suo giudizio positivo per quanto l’ulteriore ricerca potrà compiere a favore dell’umanità per debellare alcune malattie e ridurre il dolore e la sofferenza:  “Negli ultimi decenni le scienze mediche hanno sviluppato in modo considerevole le loro conoscenze sulla vita umana negli stadi iniziali della sua esistenza. Esse sono giunte a conoscere meglio le strutture biologiche dell’uomo e il processo della sua generazione. Questi sviluppi sono certamente positivi e meritano di essere sostenuti quando servono a superare o a correggere patologie e concorrono a ristabilire il normale svolgimento dei processi generativi” (Dignitas personae, n. 4). Sarebbe ingiusto che i commentatori di questo documento soprassedessero su queste riflessioni per procedere immediatamente alla contestazione circa il giudizio negativo dato su alcuni aspetti della sperimentazione. Non sarà da dimenticare un principio fondamentale dell’ermeneutica, la quale richiede che un’espressione sia letta e interpretata all’interno del contesto e della globalità del testo, non astraendola dal tutto e alterandone il significato. Se, comunque, il documento non ha remore nel riconoscere ed esprimere un giudizio positivo sul progresso della scienza in vari ambiti della ricerca medica, non ha neppure timore nel dover costatare come la sperimentazione sull’embrione possa portare alla sua distruzione. Questo fatto, oltre a essere intrinsecamente male perché parte dal presupposto che in quell’embrione non vi sia vita veramente umana, contraddice ogni forma di rispetto dovuto alla dignità di un essere umano vivente. Un passaggio importante viene richiamato dall’istruzione perché porta una novità, soprattutto se confrontata con il documento Donum vitae della stessa Congregazione. Si legge infatti:  “La realtà dell’essere umano per tutto il corso della sua vita, prima e dopo la nascita, non consente di affermare né un cambiamento di natura né una gradualità di valore morale poiché possiede una piena qualificazione antropologica ed etica. L’embrione umano, quindi, ha fin dall’inizio la dignità propria della persona” (Dignitas personae, n. 5). Come si nota non si afferma esplicitamente che l’embrione è “persona” per non entrare nel merito del complesso dibattito filosofico e giuridico; in ogni caso, implicitamente si ammette che lo sia perché se ne riconosce la “dignità” dovuta alla persona. La cosa non è di poco conto per il giudizio morale e per la valutazione che si è chiamati a compiere nei confronti delle varie tecniche sperimentali.
Dignitas personae si muove giustamente con prudenza quando si trova a dover giudicare sperimentazioni con finalità terapeutiche che ancora non hanno ottenuto il consenso della comunità scientifica e si muovono su un terreno che richiede ulteriore studio e riflessione (cfr. n. 26). Quando, invece, deve affrontare casi concreti che già permettono di verificare quanto avviene nell’abuso delle cellule embrionali o degli stessi embrioni allora il suo giudizio si fa moralmente certo senza lasciare spazio a dubbi. Le parole del documento in questi casi riflettono non solo la giusta preoccupazione che la Chiesa manifesta in proposito, ma ribadiscono giustamente anche il male intrinseco che queste azioni posseggono quando viene meno il principio fondamentale del rispetto della dignità e dell’uguaglianza degli esseri umani. È bene, pertanto, che si possa distinguere nell’argomentazione di Dignitas personae quanto serve per una finalità terapeutica, che non solo viene approvata moralmente come lecita ma anche sostenuta perché possa produrre di più; e quanto, invece, diventa arbitrio individuale che impone il sacrificio di essere umani oppure la loro selezione eugenetica.
Dignitas personae si richiama ad alcuni principi fondamentali che, come s’è accennato, hanno il loro fondamento nella dignità della persona, nell’uguaglianza tra tutti gli essere umani e nella professione di fede che attesta ogni persona essere “immagine di Dio” (cfr. n. 8). Come si nota, i primi sono principi che la ragione raggiunge nel suo riflettere sulla realtà, mentre l’essere immagine di Dio Trinità è frutto della fede. Proprio l’unità di questa prospettiva dovrebbe aiutare a comprendere meglio l’intrinseco valore che la vita umana possiede e come la sua inviolabilità e sacralità non siano altro che due facce della stessa medaglia. Giustamente l’istruzione afferma:  “Non c’è contrapposizione tra l’affermazione della dignità e quella della sacralità della vita umana” (n. 7). È su questa strada che gli scienziati dovrebbero porsi perché la loro ricerca sia il più possibile conforme ai principi etici e capace di superare eventuali conflitti che potrebbero venire a crearsi con i giudizi etici e morali presenti nei diversi contesti culturali, religiosi e sociali. Forse, potrebbe richiedere più tempo e investimenti maggiori, ma la certezza di compiere qualcosa di straordinario che permette di collaborare con il Creatore di tutto l’universo non dovrebbe creare dubbi. La vera scienza si coniuga con l’umiltà non con l’arroganza; essa si nutre di gratuità non di facile guadagno. Il rispetto che si richiede per la propria persona e per il lavoro che si svolge a servizio di tutti invoca uguale consapevolezza che nella propria ricerca si sta toccando qualcosa che non è neutrale o generico, ma è vita umana che impone a tutti, nessuno escluso, il rispetto per la dignità di cui è rivestita. Dignitas personae, pertanto, viene a ricordare il carattere inviolabile della vita umana:  un valore che si applica a tutti senza distinzione alcuna. Una sfida che, se accolta, può rappresentare una tappa significativa per il progresso coerente dell’umanità.

(©L’Osservatore Romano – 26 febbraio 2009)

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