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L’inculturazione del Vangelo nell’Africa d’oggi

25 febbraio 2009

Le sfide e le priorità dell’inculturazione del Vangelo nell’Africa di oggi è il tema della riflessione proposta martedì scorso, 25 febbraio, da padre Fernando Domingues durante la conferenza tenuta alla Radio Vaticana, nell’ambito del ciclo formativo da tempo avviato dall’emittente vaticana.
Padre Domingues, rettore del Pontificio Collegio Urbaniano, ha offerto la sua esperienza di missionario cresciuto nella Chiesa in Europa (Portogallo, formazione teologica a Londra e a Roma, primi anni di ministero pastorale in Portogallo), inviato poi in Kenya dove ha lavorato per dieci anni in un contesto di prima evangelizzazione, abbinando anche il lavoro di formazione dei seminaristi e dell’insegnamento della teologia. È a Roma da quattro anni.
Dopo aver riproposto il costante rapporto tra le prime comunità cristiane e le culture di ogni tempo, il rettore si è soffermato sulla realtà africana, dove la Chiesa affronta notevoli sfide nel momento presente. Ne ha accennate alcune, a cominciare da quelle che si presentano nell’ambito della liturgia e della preghiera. “La musica africana e la danza – ha detto tra l’altro – sono dappertutto oramai parte integrante delle celebrazioni liturgiche. Dappertutto vi sono dei riti inseriti particolarmente nelle celebrazioni solenni dell’Eucaristia, che esprimono elementi importanti di sensibilità culturale africana (intronizzazione della Parola; processioni d’ingresso, offertorio, conclusione …). Vi sono anche degli esperimenti di preghiera “inculturata” particolarmente nell’ambito della pastorale dei malati e nella preghiera di ispirazione carismatica. Spesso manca il coraggio di permettere forme sperimentali di preghiera più consoni al “genio locale” e meno copiate dalle tradizioni occidentali”.
Il secondo ambito riguarda la famiglia. “La maggior parte dei cristiani nel continente sono considerati come se vivessero da adulteri durante i primi anni della loro vita di famiglia”. Questo perché, ha spiegato, in molti ambienti africani la celebrazione del sacramento del matrimonio cattolico viene consentita soltanto dopo l’arrivo dei primi figli. Questo lascia tantissime giovani famiglie in pratica escluse dalla vita attiva della Chiesa. In verità queste coppie seguono il processo di costruzione della propria famiglia da secoli stabilito e accettato come moralmente buono nelle loro società.
Altro tema affrontato da padre Domingues quello dell’iniziazione cristiana. “In alcune zone – ha detto – particolarmente dove la vita della chiesa si organizza con base nelle “piccole comunità cristiane”, si stanno sviluppando dei percorsi di formazione dei catecumeni adulti ispirati alle pedagogie usate nelle iniziazioni tradizionali delle comunità umane locali”. Si sottolineano le dinamiche dell’iniziazione che portano la persona a sperimentare una vera rinascita nella celebrazione del battesimo.
“In molte zone – ha spiegato il rettore – rimane ancora il metodo quasi esclusivamente scolastico di “imparare la dottrina” per superare l’esame che dà accesso al battesimo. Questo spesso produce uno scarso senso di appartenenza ad una Chiesa vista primariamente come istituzione di promozione sociale ed economica che lascia largamente intatte le convinzioni religiose profonde tipiche delle religioni tradizionali che continuano nella vita concreta dei nuovi cristiani, particolarmente quando affrontano i misteri della vita:  nascita, procreazione, malattia, morte”.
Affrontando il capitolo della vita consacrata padre Domingues mette in risalto la grande abbondanza di vocazioni alla vita consacrata in Africa, un fenomeno che riguarda un po’ tutte le congregazioni alcune delle quali, mentre rischiavano l’estinzione nell’Occidente, hanno trovato proprio in Africa nuova vitalità. E sono nate anche nuove comunità alcune delle quali hanno scelto uno stile di vita realmente evangelico, vivendo non solo per i poveri, ma spesso anche con i poveri e come loro. Questo però finisce per dare l’impressione che gli altri, la maggior parte dei consacrati in Africa “ha un tenore di vita – ha sottolineato il rettore – che li fa apparire non come un segno di radicalità evangelica ma piuttosto come un gruppo di gente privilegiata e ricca, con un tenore di vita molto al di sopra della vasta maggior parte della popolazione che servono. Va detto che questo è un problema che non di rado incontriamo anche qui in Europa. In alcuni ambienti si parla del bisogno di “rifondare” le congregazioni religiose per ritrovare lo slancio profetico della radicalità evangelica”.
Ultimo argomento affrontato dal relatore quello relativo alla leadership nella Chiesa. “Ammirevole” ha definito lo spirito pastorale e apostolico dimostrato da tanti vescovi e sacerdoti. Non si parla dei diaconi permanenti perché la loro figura non ha un rilievo significativo. “Bisogna però – ha avvertito, fare i conti con alcune sfide”. Per esempio:  “In molti contesti culturali africani è molto difficile accettare come leader un uomo che non ha costituito una sua famiglia. Poi lo stile di vita del sacerdote africano è in molti casi quello del sacerdote europeo:  difficilmente sostenibile dal popolo che egli serve. E molto spesso il prete è visto come un “impiegato” pagato dal vescovo. Infine il fatto che molte strutture della Chiesa locale continuano ad aver bisogno di sostegno economico esterno forse diminuisce nei pastori lo slancio creativo che potrebbe portare a strutture più consoni alla cultura e al modo di vivere locali”.
Il relatore conclude il suo intervento fornendo alcune osservazioni sulle quali riflettere. Da qualche tempo si moltiplicano le traduzioni della Bibbia nelle lingue locali. Queste iniziative, accompagnate da programmi pastorali che portano sempre più fedeli al contatto regolare con la Bibbia potranno indubbiamente favorire un incontro sempre più approfondito tra la Fede e la vita concreta delle comunità.
C’è poi da considerare che la creatività liturgica nel rispetto delle norme della liturgia universale, porta la gente ad un contatto vitale con i misteri cristiani, e ad un crescente senso di appartenenza alla Chiesa. Una caratteristica, questa, che si rafforza in virtù di una leadership locale autoctona che coltiva un cristianesimo sempre più autenticamente africano.
Un contributo potrà venire, secondo il relatore, anche dall’importante presenza, nella Curia romana, di pastori venuti dalle Chiese locali di ogni continente, in grado, con la loro cultura specifica, di “arricchire tutte le altre nella comunione cattolica sotto la guida del Romano Pontefice”.
L’incontro tra la fede cristiana e le culture europee “ha avuto bisogno di tempi molto lunghi – ha concluso padre Domingues – prima di arrivare ad una grande sintesi, che poi rimane sempre un processo aperto. Le difficoltà incontrate in Africa non ci devono quindi sorprendere. Anche in Africa ci vorranno tempi lunghi per arrivare ad una qualche sintesi stabile. Tutti gli elementi sembrano comunque essere presenti per farci sperare”.

(©L’Osservatore Romano – 26 febbraio 2009)

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