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L’influenza dei media nei giudizi e nelle scelte

24 febbraio 2009

di Marilena Amerise

La sociologia e la psicologia hanno dimostrato che i media possono avere un ruolo centrale nell’influenzare i giudizi e le scelte delle persone. Fino a che punto tale influenza non entra in conflitto con la libertà di valutazione e la capacità di discernimento dell’individuo? E quale è il confine tra influenza e manipolazione?
Ne ha parlato l’arcivescovo Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, in un incontro svoltosi all’università La Sapienza di Roma, il 23 febbraio. La conferenza – dal titolo “Capacità di intendere e di volere” – è parte del ciclo di incontri che l’associazione Athenaeum organizza nell’ambito del progetto “Quale Europa per i giovani?”.
Ravasi, ha la nutrita platea di studenti dei licei romani a riflettere sui rischi legati a una fruizione acritica dei mezzi di comunicazione di massa, in special modo televisione e internet ricordando a tal proposito due film:  Quarto potere di Orson Welles (1941), definito “giallo metafisico” e dedicato al potere della stampa; e Quinto potere di Sidney Lumet (1976), paradigmatico per comprendere quanto i media possano rischiare di trasformarsi da strumenti di informazione a mezzi di manipolazione. Il film infatti denuncia, con una satira feroce, la mancanza di sensibilità morale del mondo  della  televisione,  pronto  a sacrificare  ogni  cosa pur  di  mantenere la propria audience e quindi il proprio potere del controllo delle opinioni.
Anche Karl Popper, in un saggio del 1994, ha sostenuto che i media rappresentano un potere incontrollato e temibile in quanto introducono contenuti violenti nella società:  il filosofo è assertore della nefasta influenza dei mezzi di comunicazione soprattutto a livello educativo, in quanto bambini e adolescenti assorbono ciò che viene loro proposto assimilando modelli potenzialmente pericolosi.
La televisione, che semplifica e banalizza il pensiero e perverte il senso estetico ed etico, addormenta quindi lo spirito critico formando dei replicanti. Popper sosteneva che “una democrazia non può esistere se non si mette sotto controllo la televisione, o più precisamente non può esistere a lungo fino  a  quando il potere della televisione non sarà pienamente scoperto”.
Una critica questa che potrebbe estendersi – mutatis mutandis – anche alla rete. Attraverso essa infatti si ha accesso a una mole ingente di dati e in tale mare magnum rischia di andare perduta la capacità di distinguere, rischia di naufragare una gerarchia di valori:  tutto diventa uguale e tutto si può moltiplicare all’infinito. Il pericolo è quindi quello di assumere un atteggiamento mentale relativistico in cui si smarriscono il discernimento, la distinzione, la specificazione a favore di una estrema semplificazione acritica.
Con tale riflessione, Ravasi non vuole certo avallare una visione cupa. Egli sottolinea anche il lato positivo dei media in quanto favoriscono l’informazione e la comunicazione su ampia scala. Il suo intento è quello di richiamare l’attenzione sull’eccessiva influenza che i media possono esercitare sia a livello individuale sia collettivo. È ormai assiomatico infatti che i media possono orientare i gusti e creare modelli. Del resto la stessa parola “media” rimanda a un’idea di realtà “mediata”, non più “immediata”. Dinanzi al rischio di perdere la propria coscienza critica “abbiamo bisogno di parole che  incidano  ferite nei  campi  dell’abitudine”, ricorda Ravasi, rievocando i versi della poetessa ebrea Nelly Sachs.
È inverosimile evitare del tutto l’influenza che i media esercitano, ma è possibile non lasciare addormentare la propria capacità speculativa. Non diventare banali ripetitori di ciò che viene sciorinato dai media, non nutrirsi di stereotipi e banalità senza porsi domande, senza lambire i problemi fondamentali affinché non accada ciò che paventa Soeren Kierkegaard nel suo Diario:  “La nave è in mano al cuoco di bordo e ciò che trasmette il megafono del comandante non è più la rotta, ma ciò che mangeremo domani”. I mezzi di comunicazione di massa, infatti, ci insegnano tutto sulle mode e i modi di vivere, ma ignorano il significato ultimo dell’esistere, l’inquietudine della ricerca interiore, le interrogazioni radicali sull’oltre e sull’altro rispetto a noi e al nostro orizzonte.
Un antico proverbio ebraico afferma “il saggio sa quel che dice, lo stolto dice quello che sa”:  richiama icasticamente la necessità dell’individuo di pensare criticamente.

(©L’Osservatore Romano – 25 febbraio 2009)

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