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Il nazismo non fu una conseguenza necessaria

21 febbraio 2009

di Gaetano Vallini

Conoscere l’esito finale di un periodo storico non è sufficiente per comprenderne l’inizio. Né, viceversa, la conoscenza degli antefatti basta da sola a spiegare il corso successivo delle cose. In sostanza, nessun evento storico è predeterminato. È l’assunto in base al quale lo storico statunitense Eric Weitz sostiene che l’affermarsi del nazionalsocialismo in Germania non fu una logica conseguenza degli anni della Repubblica di Weimar. Allo stesso modo, contrariamente a quanto per lungo tempo asserito, ritiene i quattordici anni di quell’esperienza di democrazia a cavallo tra la fine della prima guerra mondiale e il Terzo Reich tutt’altro che una parentesi, molto più di una transizione. Secondo lo studioso, infatti, costituirono un periodo di grande creatività, di innovazione politica, culturale e sociale destinato a lasciare un segno nel xx secolo. E a sostegno di tale tesi, finora poco sottolineata dalla storiografia, soprattutto quella non tedesca, Weitz ha scritto La Germania di Weimar. Utopia e tragedia (Torino, Einaudi, 2008, pagine 446, euro 38), un libro che offre una interessante chiave di lettura che mette insieme cultura e politica, aprendo a una interpretazione storica non scontata.
Quella di Weimar fu una società tormentata da due gravi crisi economiche – l’inflazione dal 1918 al 1923 e la grande depressione dal 1929 al 1933 – e da una conflittualità politica continua ed esasperata:  non c’era un solo argomento, importante o secondario, che non scatenasse risse politiche o proteste di piazza. Inoltre, l’ombra della grande guerra si proiettò sulla storia della repubblica. E anche se molti economisti e storici hanno in parte rivisto la posizione secondo la quale il Trattato di Versailles avrebbe schiacciato inesorabilmente la Germania, effettivamente i tedeschi allora erano convinti di essere stati trattati in modo iniquo dai vincitori. Non che fosse del tutto falso, ma certo l’infausta leggenda della “pugnalata alla schiena” li portò a imputare non solo agli alleati, ma anche a ebrei e socialisti, tutte le difficoltà e i fallimenti di quei difficili anni.
Anche per questo, secondo lo storico, l’esperienza di Weimar “evoca i timori delle possibili conseguenze del mancato consenso sociale sulla direzione da prendere, sia della trasformazione di differenze magari limitate in battaglie politiche”. Ciononostante, fu un periodo di grande fermento in tutti i settori. “La fine del vecchio ordinamento imperiale travolto da guerra e rivoluzione – sottolinea Weitz – liberò il campo all’immaginazione sociale e politica”.
In quegli anni alla Germania andarono diciassette premi Nobel, quindici dei quali assegnati a scienziati. L’arte figurativa trovò ispirazione nell’espressionismo e nella “nuova oggettività” facendo di Berlino la capitale dell’avanguardia (molto bello il capitolo dedicato alla città, una sorta di tour culturale alla ricerca del meglio di Weimar). Da Essere e tempo di Martin Heidegger alla Scuola di Francoforte, da L’opera da tre soldi di Bertolt Brecht a La montagna incantata di Thomas Mann, da Metropolis di Fritz Lang a Il gabinetto del dottor Caligari di Robert Wiene, dalle realizzazioni del Bauhaus di Walter Gropius alle novità visionarie di Erich Mendelsohn a Bruno Taut, dagli scatti di August Sander alle immagini di Laszlo Moholy-Nagy, tutto – arte, filosofia, letteratura, cinema, architettura, fotografia – fu illuminato da personalità le cui opere sono divenute patrimonio della cultura del Novecento.
Non mancarono esperimenti sociali e nuove forme di relazione, non senza eccessi e pericolose fughe in avanti soprattutto riguardo ai costumi sessuali e all’idea di famiglia, mentre la “nuova donna” trovava inattesi spazi di emancipazione. “C’era la certezza di poter cambiare radicalmente il mondo”, sottolinea Weitz, aggiungendo che “i tedeschi guardarono a questi movimenti e ne trassero insegnamento, nel bene e nel male”.
Con uno stile narrativo, a volte persino avvincente soprattutto nelle descrizioni attraverso le quali ricostruisce luoghi e atmosfere, lo storico fa rivivere quel periodo segnato da radicali contrapposizioni. Documenti istituzionali, articoli giornalistici e testimonianze dirette, con il corredo di immagini e fotografie, fanno emergere un quadro ben definito della Germania di Weimar, con le sue luci e le sue ombre. E, dopo aver descritto dettagliatamente tutti gli elementi caratteristici di quei quattordici anni, Weitz analizza che cosa non funzionò, dimostrando che la fine della repubblica non fu “un semplice crollo”. “Weimar – scrive – fu infatti spinta nel precipizio dall’opera combinata di una destra tradizionale, ostile alla repubblica dal giorno stesso della sua creazione, e di una destra più nuova e più estrema. La destra tradizionale, composta di uomini d’affari, di nobili, di funzionari dell’esercito, era potente e ben radicata. Anche i comunisti cercarono di seppellire la repubblica, ma fu sempre la destra a costituire il pericolo più grave”. In sostanza, e qui lo studioso è ancora più esplicito:  Weimar “fu assassinata. Distrutta deliberatamente – sottolinea – dalla destra tedesca antidemocratica, antisocialista, antisemita che, alla fine, saltò sul carrozzone nazionalsocialista, forza di opposizione più fervida, virulenta, vittoriosa. Indubbiamente troppo pochi democratici, troppo pochi cittadini furono disposti a balzare in piedi in difesa della repubblica”.
Sebbene il sentimento dell’illimitatezza delle possibilità non potesse durare a lungo, furono le limitazioni della politica e dell’economia a pesare fin da subito. “Weimar fu vittima di più crisi di quante una democrazia possa legittimamente attendersi e sperare ragionevolmente di superare”, rileva ancora Weitz, che prova a trarre alcune lezioni da questa esperienza. Essa “mostra quale pericolo possa essere una società priva di consenso; una società – spiega – in cui nessuna visione d’insieme né alcun gruppo sono egemoni. Un sistema politico democratico non può reggere oltre un certo limite una situazione in cui in pratica ogni questione è trasformata in scontro ideologico ultimativo”.
L’esperienza tedesca testimonia altresì i limiti delle elezioni come unico criterio di democrazia. “La democrazia necessita di una cultura e di convinzioni democratiche diffuse in tutte le istituzioni della società, non soltanto in quelle politiche per definizione. Difficile riscontrare una diffusione del genere in molte istituzioni fondamentali della Repubblica di Weimar”. Tutto ciò insegna anche che “le minacce alla democrazia non vengono sempre da nemici esterni. Possono, invece, provenire da chi, al suo interno, adotta il linguaggio della democrazia e utilizza le libertà garantite dalle istituzioni democratiche per liquidare la sostanza della democrazia. Weimar ci invita a diffidare di queste persone”.
In ultima analisi, pur affermando che “è un travisamento presentare Weimar come mero preludio del Terzo Reich” e che le cose, nonostante tutto, sarebbero potute andare diversamente, Weitz trae da quell’esperienza un monito:  nelle maglie di quella società democratica prosperarono l’idea della purezza della razza e i germi dell’intolleranza e del totalitarismo; tutti sappiamo come andò a finire e nessuno può garantire che la storia non si ripeta.

(©L’Osservatore Romano – 22 febbraio 2009)

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