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Ogni conquista scientifica ha lo sguardo di Giano

19 febbraio 2009

di Rino Fisichella

Non è senza un tocco di perplessità che il teologo si sente interpellato dinanzi a un tema come quello che siamo chiamati a trattare in questi giorni. Dinanzi a una problematica di tale portata è evidente che lo spazio non può essere limitato alla sola sfera biomedica, ma si debba necessariamente estendere oltre, toccando pure il giudizio etico e morale. Inutile nascondersi che proprio dinanzi a simili problematiche così complesse, nuove e sempre in fase di ulteriori scoperte le quali non fanno che accrescere ancora di più la meraviglia e lo stupore per dove può giungere l’intelligenza umana, il teologo si trovi come ingessato sia per la complessità delle questioni sul tappeto sia per la non piena conoscenza dei fenomeni e delle conseguenze a cui possono giungere.
Nell’ultima Istruzione della Congregazione per la Dottrina della Fede, Dignitas personae, diversi passaggi sono dedicati alla nostra problematica (cfr. nn. 2-3). I numeri 25-27, comunque, trattano direttamente della nostra questione e riferiscono delle differenti tecniche di ingegneria genetica confrontandole con il rispettivo giudizio morale che esse comportano. Il principio fondamentale che muove l’Istruzione su tali questioni si esprime nella liceità degli interventi che hanno scopo terapeutico quando intendono ripristinare la normale configurazione genetica della persona oppure contrastare i danni che possono derivare da anomalie genetiche presenti in alcune patologie.
Diverso giudizio, invece, viene formulato sulle applicazioni di ingegneria genetica con finalità diverse da quelle terapeutiche e volte, invece, a manipolazioni per realizzare miglioramento o potenziamento della dotazione genica.
In questo caso, avverte Dignitas personae, si apre lo spazio per un’ulteriore considerazione che tocca direttamente la sfera dell’antropologia; in alcuni casi, infatti, sembra di dover assistere a una concezione della persona che non accetta il limite e rifiuta la finitezza di cui ognuno è contrassegnato.
Saremo sempre difensori della scienza nella sua legittima aspirazione a indagare l’immenso mistero del creato. E dovremo sempre avere particolare attenzione per quanti mettono la loro intelligenza a servizio del progresso e dello sviluppo mediante le diverse tecnologie che permettono di entrare nei meandri della creazione per approdare a una soluzione che consente di vivere sempre meglio in un ambiente a servizio dell’uomo e a misura dell’uomo.
Debellare la malattia e il dolore non sono contrari alla fede cristiana; essa professa che in Cristo morto e risorto la creazione e l’uomo in essa sono rinnovati perché destinatari dell’evento salvifico operato dal mistero pasquale di Gesù di Nazaret (cfr. Colossesi, 1, 15-20; 2, 9-15; Efesini, 1, 10; Romani, 8, 18-23). La malattia, il dolore, la sofferenza e la morte, tuttavia, permangono con il loro carico di interrogativi a cui è necessario dare risposta che sia carica di senso.
Non sono estranei da questi pensieri i contenuti che andiamo ad affrontare. La ricerca genetica, per sua stessa natura, spazia su diversi orizzonti:  da quello prettamente biomedico a quello giuridico, dalla riflessione filosofica e teologica a quella sociologica e psicologica. A nessuno, infatti, sfugge che una simile tematica rappresenta sempre più spesso il riferimento costante della medicina; soprattutto dopo la scoperta del genoma e la conseguente conoscenza di gran parte delle caratteristiche peculiari del patrimonio genetico di ognuno di noi.
È facile riscontrare le diverse finalità che sono sottese alla ricerca genetica:  la prima e basilare si compie nella diagnostica dove è possibile verificare la vasta gamma applicativa e il crescente numero di richieste, a onor del vero non sempre corrispondenti all’utilità che viene commercializzata, mostra la sua efficacia. A questo livello la tecnica si estende indagando i fattori di ordine prematrimoniale e preconcezionale per verificare la possibilità o meno di essere portatori sani di diverse patologie.
La stessa applicazione, comunque, viene compiuta oggi anche a livello prenatale e porta con sé – come si può immaginare – problematiche di ordine etico non indifferenti. Come si sa, la genetica possiede, inoltre, finalità terapeutiche che possono trovare riscontro su cellule somatiche o sull’embrione precoce.
Non si può dimenticare, infine, l’obiettivo produttivo che trova soprattutto nell’ambito farmacologico ampio riscontro. Sarebbe ingenuo, da parte nostra, non menzionare altre forme che ai nostri giorni sono presenti nella ricerca genetica quali lo scopo alterativo che può trovare riscontro nell’applicazione sulla persona come pure nell’ambito animale o vegetale.
Ognuno di questi spazi richiede un’analisi particolare perché il giudizio etico si differenzia per la finalità e l’uso che la sperimentazione compie. Già queste rapide esemplificazioni, comunque, mostrano che non può essere esclusiva responsabilità dello scienziato quella di stabilire i criteri che permettono la liceità o meno delle finalità prefissate. Se, da una parte, egli è chiamato in causa per verificare le possibilità tecniche che utilizza, dall’altra, non può rimanere neutrale dinanzi alle sperimentazioni che compie; deve pur sempre essere consapevole che non tutto ciò che è scientificamente e tecnicamente possibile è ugualmente lecito. Non può essere solo lui, quindi, a tracciare il confine tra liceità o meno della sua sperimentazione; ha bisogno, deve sentire il bisogno di un confronto con altre scienze a cui è demandata la competenza per verificare il limite e l’oggettiva istanza etica sottesa.
Anche perché, come si suol dire, non è tutto oro ciò che luccica. Ogni conquista scientifica porta sempre con sé inevitabilmente quello sguardo del Giano bifronte che mostra la bellezza e insieme la tragicità. Il rischio di una deriva della genetica non è solo un richiamo teorico che viene fatto; appartiene, purtroppo, a una mentalità che tende lentamente ma inesorabilmente a diffondersi. Il termine di “eugenetica” sembra relegato al passato e il solo richiamo terminologico fa inorridire.
Come spesso succede, tuttavia, un sottile formalismo linguistico, unito a una buona pubblicità sostenuta da grandi interessi economici, fa perdere di vista i veri pericoli sottesi e tende a creare una mentalità non più in grado di riconoscere sia il male oggettivo presente in diverse forme sperimentali sia di giungere a formulare un giudizio etico corrispondente.
Avviene così che mentre sembra non esserci più posto nelle nostre società democratiche, rispettose per principio della dignità e dell’uguaglianza della persona, l’eugenetica messa al bando nell’uso terminologico possa ricomparire nella pratica in tutta buona coscienza. Scopo di questo Congresso, oltre quello di constatare i progressi della genetica e le implicanze che essa possiede nel vivere sociale, sarà anche quello di verificare se all’interno della sperimentazione genetica sono presenti aspetti che tendono e attuano di fatto un’azione eugenetica. Essa non di rado si nasconde sotto la maschera del volto consolatorio di chi vorrebbe migliorare fisicamente la specie umana. Si esprime in diversi progetti di ordine scientifico, biologico, medico, sociale e politico; tutti più o meno collegati tra di loro.
Tali progetti comportano un giudizio etico soprattutto quando si vuole sostenere che si attua una simile azione eugenetica in nome di una “normalità” di vita da offrire agli individui. Normalità che rimane tutta da definire e che spinge in maniera incontrovertibile e stabilire chi mai possa arrogarsi l’autorità per redigere le regole e le finalità del vivere “normale” di una persona.
In ogni caso, questa mentalità certamente riduttiva, ma presente in diversi interventi, tende a considerare che ci siano persone che hanno meno valore di altre.
Sono profondamente convinto che più ci si addentra nella materia – soprattutto in quella umana – e maggiormente cresce sia l’enigmaticità che essa porta con sé sia l’intelligibilità che le è intrinseca. Fino a che punto conosciamo la natura e fino a che punto possiamo giungere per verificare le conseguenze della nostra conoscenza sperimentale? L’uomo rimarrà sempre un essere personale, libero, consapevole di sé, della sua dignità e capace di amore; proprio questa dimensione lo differenzia dagli altri esseri del creato e questa coscienza di sé che non può essere quantificata in un processo di identificazione materiale lo rende aperto alla trascendenza apportatrice di senso. Con ragione scriveva nella sua prima enciclica Papa Benedetto XVI:  “L’uomo diventa veramente se stesso, quando corpo e anima si ritrovano  in intima unità” (Deus caritas est, 5).
Se questo è l’uomo come, dove e quando la scienza e la tecnica possono entrare per modificare la sua struttura che lo qualifica come tale? Dove si colloca l’essenza dell’uomo e chi ne stabilisce il suo riconoscimento e la sua possibile manipolazione? Una riduzione al solo fatto biologico apparirebbe da subito riduttiva, impropria e impersonale. Sarà necessario avere sempre dinanzi a noi la concezione unitaria della persona; il corpo, pur essendo una componente essenziale, non esaurisce la globalità della persona che si estende oltre, nell’autoconsapevolezza di sé e di ciò che sta compiendo, giungendo perfino a darne un giudizio. Chi, inoltre, potrebbe mai stabilire a priori il criterio secondo il quale possiamo stabilire cosa sia contingente e cosa no senza ergersi immediatamente con una hybris che umilia chi se ne arroga, prima ancora del destinatario a cui è rivolta? Con quale criterio di libertà si sta muovendo il nostro contemporaneo nel costante tentativo di far diventare realtà ogni suo desiderio? Come si nota, si ritorna volens nolens alla dimensione circa l’essenza stessa della persona. Non sarebbe corretto, soprattutto nel caso della sperimentazione genetica, entrare tout court nella casistica dove qualcuno vorrebbe intrappolarci. Una simile strada porterebbe nel ginepraio delle interpretazioni e alla fine si correrebbe il rischio di rimanere insabbiati, dimenticando il principio a cui doversi richiamare come criterio di giudizio etico e morale.
Ciò che a noi compete è, piuttosto, tenere fisso lo sguardo sul principio fondamentale dell’inviolabilità della persona, dell’indisponibilità della sua esistenza perché frutto di un dono da cui si dipende. Una gratuità che non può essere emarginata né dimenticata pena l’impossibilità non solo di non capire più noi stessi, ma di non poter più neppure trovare la chiave interpretativa per il nostro agire personale e sociale. Dinanzi a una visione spesso riduttiva della persona e della sua dignità, come pure di fronte a forme antropologiche che creando divisioni e dualismi ne minano l’integrità e quindi ne umiliano la dignità è urgente e importante che si senta la voce della Chiesa nel riaffermare l’insegnamento di sempre. L’uomo è debitore della sua vita. Egli è uscito dalle mani del Creatore e la sua realizzazione piena si potrà concretizzare solo nella condizione di percepire se stesso e costruire la propria esistenza personale e sociale senza mai volersi sostituire a Dio.

(©L’Osservatore Romano – 20 febbraio 2009)

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