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Nello Sri Lanka una pericolosa legge anticonversioni

18 febbraio 2009

di Alessandro Trentin

Un progetto di legge cosiddetto “anticonversioni” attualmente in discussione e che potrebbe essere approvato dalla Camera dei rappresentanti in Sri Lanka, preoccupa la Chiesa cattolica. Lo scopo della normativa è quello, condivisibile, di prevenire le conversioni definite “forzate”, ovvero di coloro che si affiliano a una religione dietro minacce o utilizzo di mezzi illeciti. Ma il progetto legislativo appoggiato dai monaci buddisti che aderiscono al partito del Jathika Hela Urumaya, finisce con l’avere ripercussioni negative su tutte le attività condotte nel Paese da organizzazioni religiose.
In Sri Lanka, su oltre 20 milioni di abitanti, il 68% circa sono buddisti, l’11% indù, il 9% musulmani e il 6,8% cristiani.
L’iter legislativo è stato avviato nel 2004 con la presentazione della bozza. Successivamente la discussione sul testo, che è stato peraltro emendato, ha subito alcune interruzioni per motivi politici ed elettorali, ma ora il partito dei monaci sta spingendo affinché il progetto diventi legge a tutti gli effetti. La Conferenza episcopale si è pronunciata più volte, criticando i contenuti della normativa che potrebbe ostacolare le attività della comunità cattolica.
Il vescovo ausiliare di Colombo, Vincent Marius Joseph Peiris, afferma che il progetto di legge “presenta in maniera distorta il diritto di libertà religiosa”. Il presule aggiunge:  “Se approvata, la legge potrebbe colpire le nostre attività caritative e di altre istituzioni umanitarie”. E spiega:  “Gli orfanotrofi e le strutture per i poveri accolgono e aiutano persone appartenenti a ogni religione. Se la legge passasse, questa accoglienza potrebbe essere interpretata come un tentativo di convertire la gente alla fede cattolica”.
La proposta di legge, come puntualizza a “L’Osservatore Romano”, il nunzio apostolico Mario Zenari, “presenta degli aspetti controversi, sui quali anche i giuristi stanno riflettendo”.
La proposta di legge, dal titolo Bill on Prohibition of Forcible Conversion prevede che “nessuno convertirà o cercherà di convertire persone da una religione all’altra con la forza o con mezzi fraudolenti”; e che un individuo debba informare della sua conversione le autorità locali entro un tempo stabilito.
Per i trasgressori la pena prevista è la detenzione fino a cinque anni o la multa fino a 150.000 rupie (poco più di 1.500 dollari). La condanna arriva poi fino a sette anni di prigione e a una multa di 500.000 rupie, qualora i convertiti appartengano alla cosiddetta “schedule 1”, una speciale categoria protetta, nella quale rientrano donne, bambini, detenuti, persone con handicap, studenti, malati ricoverati in ospedali e cliniche, rifugiati, membri delle forze armate e della polizia.
Il nunzio Mario Zenari specifica che la proposta di legge è stata voluta dai monaci buddisti per bloccare le attività delle sette religiose. Tuttavia il testo parla di religioni in generale, non facendo distinzioni tra l’una e l’altra, e finisce per accomunarle tutte, compresa quindi quella cristiana, ponendo a rischio le attività di chiunque sia impegnato in attività di evangelizzazione.
Il nunzio Mario Zenari sottolinea che la proposta legislativa presenta dei contenuti discutibili e incerti, a partire dall’utilizzo dell’aggettivo “forzata” accanto a conversione:  “Stiamo valutando con gli avvocati la normativa perché conversione forzata, nell’accezione di questa legge, può significare di tutto:  per esempio, chiunque potrebbe a questo punto denunciare un qualsiasi missionario che magari sta prestando le cure a un povero malato”.
Monsignor Zenari conferma che all’origine della proposta c’è la volontà dei monaci di bloccare le sètte, accusate di fare proselitismo:  “I monaci – precisa – vivono grazie ai contributi economici forniti dai fedeli. Se le sètte ampliano il loro raggio di azione, i monaci hanno paura di perdere fedeli e assieme a loro i contributi economici”. Per il nunzio la Chiesa cattolica gode di stima nella nazione, ma con questa proposta legislativa rischia di essere trascinata in un “calderone”. “Insomma, la legge invece di risolvere un problema, ne creerebbe di altri – osserva – e questo è ancor più criticabile in un momento in cui lo Sri Lanka è colpito da una guerra”.
Il nunzio ha ribadito che la comunità cattolica da tempo è attiva per favorire una discussione pacata sull’argomento:  infatti la Catholic Bishops’ Conference of Sri Lanka, insieme con il Christian Council e la National Christian Evangelical Alliance of Sri Lanka hanno allo studio l’istituzione di un organismo interreligioso che si occupi di esaminare i casi di conversioni forzate e di identificare i colpevoli affinché siano giudicati.
Una rappresentanza di vescovi ha inoltre incontrato i vertici governativi per analizzare la questione e trovare le giuste soluzioni. Anche il vescovo ausiliare di Colombo Peiris ricorda che “la Chiesa sta studiando con attenzione il problema con l’aiuto di giuristi e che sono in corso i colloqui con il Governo, con i monaci buddisti e con gruppi non cattolici”.
Resta comunque ferma la posizione della comunità cattolica contro la proposta legislativa. Padre Leopold Ratnasekara, della segreteria generale della Conferenza episcopale, chiarisce:  “Non vogliamo fare clamore, ma i vescovi sono fermamente contrari a questa legge”. I presuli in vari interventi hanno manifestano infatti di essere contrari alle conversioni non etiche, in quanto – hanno dichiarato – la conversione autentica riguarda il rapporto fra l’uomo e Dio e nessuna legge può intaccare la suprema libertà di coscienza. Per questo la Conferenza episcopale ha rivolto un appello ai parlamentari, esprimendo forti perplessità sul testo normativo.
La normativa d’altro canto – è parere condiviso all’interno della comunità cattolica – andrebbe a guastare un clima di pacifica convivenza tra le varie religioni. Il nunzio descrive lo Sri Lanka come “un Paese modello sotto questo punto di vista”. “Abbiamo come Chiesa cattolica ottimi rapporti con il Governo – rileva monsignor Zenari – e anche con i rappresentanti delle altre religioni il dialogo è costante. Si può dire che Lo Sri Lanka è un esempio anche per altre nazioni nel continente asiatico”. “Perché dunque – si chiede – bloccarsi a discutere su una proposta di legge che andrebbe a dividere invece di mantenere questo clima di collaborazione? La guerra ha portato migliaia di vittime e il dramma dei rifugiati è vivo:  il periodo che sta attraversando la nazione è molto delicato e la priorità ora è salvare la vita a migliaia di civili innocenti”.

(©L’Osservatore Romano – 18 febbraio 209)

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