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L’imitazione di Cristo secondo san Paolo

18 febbraio 2009

di Carlo Ghidelli

Il tema della imitazione di Cristo entra di diritto nel discorso intorno alla pedagogia di Paolo; a esso infatti l’apostolo dedica alcune pagine del suo epistolario tra le più belle e più illuminanti. Una attenta riflessione ci aiuterà a mettere ulteriormente a fuoco il metodo pedagogico di Paolo.
Dobbiamo rilevare subito che l’imitazione di Cristo trova una mediazione umana nell’esempio dello stesso Paolo e ha come modello finale addirittura Dio:  ancora una volta una articolazione triplice che rende agile e ardito il pensiero di Paolo. Si direbbe che Paolo non conosce ostacoli né confini nel portare a compimento il suo progetto educativo. Notiamo fin d’ora che il tema dell’imitazione di Dio è eccezionale nel Nuovo Testamento. Nelle lettere paoline è piuttosto l’apostolo ad apparire come l’imitatore di Cristo e a offrirsi per ciò stesso all’imitazione dei fedeli. Ma qui egli apre un orizzonte nuovo sul quale siamo sollecitati a muoverci per arrivare allo stesso traguardo al quale ha potuto giungere egli stesso.
“Fatevi miei imitatori”:  è questo il primo passo da fare sulla strada che porta alla vera conformazione a Cristo Signore. Non è che in questo modo Paolo pretenda di sostituirsi a Cristo Gesù:  ci mancherebbe altro! Egli intende solo dire che i cristiani di Filippi devono imitare il modo con cui egli vive di Cristo e lotta per Cristo:  “Quello che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me è quello che dovete fare” (4, 9). Qualcuno potrebbe vedere in queste espressioni una volontà quasi coercitiva di Paolo ma, a ben considerare, non è così. Qui emerge invece quella profonda convinzione per la quale Paolo sa che il cammino da lui intrapreso dopo la conversione di Damasco corrisponde pienamente alla volontà di salvezza che Dio nutre verso ogni uomo e donna di buona volontà.
Ma torniamo all’esortazione di Paolo:  “Fatevi miei imitatori, fratelli, e guardate a quelli che si comportano secondo l’esempio che avete in noi”. Viene spontanea la domanda:  in che cosa i cristiani di Filippi dovrebbero imitare l’apostolo? La risposta può essere solo questa:  essi devono imitarlo nel modo in cui egli vive di Cristo e lotta per Cristo. Lo lascia intendere anche quando scrivendo ai cristiani di Tessalonica afferma:  “Voi siete diventati imitatori nostri e del Signore avendo accolto la parola con la gioia dello Spirito Santo anche in mezzo a grandi tribolazioni” (1 Tessalonicesi, 1, 6). Imitare Cristo e l’apostolo vuol dire dunque soffrire a motivo del vangelo. Si evince che “imitare” non significa tanto cercare di riprodurre gli atteggiamenti o le virtù morali di qualcuno; per il discepolo di Cristo significa piuttosto accettare la condizione di “servo sofferente” che fu quella di Gesù e anche di Paolo:  “Se hanno perseguitato me perseguiteranno anche voi” (Giovanni, 15, 20).
Paolo si preoccupa pure di assicurare la perseveranza dei suoi destinatari in questo impegno educativo:  “Perciò, fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona, rimanete saldi nel Signore così come avete imparato, carissimi” (4, 1). A nulla varrebbe essere cresciuti alla scuola di ottimi maestri se non si persevera nel cammino intrapreso, disposti anche a pagare di persona, quando è necessario. Questa è “maturità nella fede”:  “Quanti dunque siamo perfetti(…) dal punto al quale siamo giunti, continuiamo ad andare avanti come abbiamo fatto finora” (3, 15-16).
Notiamo pure come Paolo insista nel qualificare i destinatari della sua lettera come “fratelli”:  questo porta a pensare che la fraternità tra credenti ha sì un fondamento sacramentale innegabile, ma nello stesso tempo si manifesta nel comune impegno a procedere come in cordata sulla via che porta alla conformazione a Cristo, unica mèta di ogni progetto educativo in ambito cristiano. Non solo perché l’unione fa la forza, ma soprattutto perché nella comunione ecclesiale è presente e opera lo Spirito del Signore.
Agli abitanti di Tessalonica Paolo si offre come modello anche per la sua laboriosità:  “Sapete infatti, fratelli, come dovete imitarci:  poiché non abbiamo vissuto oziosamente fra voi né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di alcuno(…) Non che non ne avessimo il diritto, ma per darvi noi stessi come esempio da imitare” (2 Tessalonicesi, 3, 7-9). Quanto sia vero che l’ozio è il padre dei vizi lo sanno in molti, ma lo sanno soprattutto gli educatori. Per questo non è affatto disdicevole che Paolo si proponga come modello anche sotto questo profilo. Il metodo educativo di Paolo gode di una unità profonda che coinvolge tutti gli aspetti della vita umana, nessuno escluso.
“Come io lo sono di Cristo”:  la mera imitazione di Paolo non sarebbe significativa in un contesto cristiano. Paolo lo sa benissimo; per questo egli si affretta a dire:  “Fatevi miei imitatori “come” io lo sono di Cristo” (1 Corinzi, 11, 1). In quel “come” non è indicata solo la modalità, ma anche il motivo. “Paolo chiede ai Corinzi di imitarlo perché lui stesso imita Cristo. In questo modo anch’essi imiteranno Cristo. È questo un tema di ordine etico che corrisponde al “seguire Cristo” nei vangeli” (Traduzione ecumenica della Bibbia):  ecco il significato profondo di quella espressione. Ma noi intravediamo che modalità e motivo si intrecciano e quasi si identificano.
È lui stesso, Paolo, a farcelo capire quando sempre agli stessi destinatari scrive:  “Potreste infatti avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri “perché” sono io che vi ho generati in Cristo Gesù mediante il vangelo. Vi esorto, dunque:  fatevi miei imitatori!” (4, 15-16). Sembra di poter riconoscere in queste parole un misto di polemica e di ironia:  per Paolo comunque educare vuol dire generare. Lo dice senza mezzi termini con l’intenzione di farci capire quanto gli è costato sobbarcarsi a questo compito. Del resto educare, nella sua etimologia, non significa “tirar fuori”? Con la sua predicazione e con tutta la sua vita Paolo ha prestato la sua collaborazione al Signore perché quanti ascoltavano la sua parola potessero rinascere in Cristo. Questa, per Paolo, è l’unica cosa che deve stare a cuore ad un vero educatore.
Cerchiamo ora di comprendere più a fondo la metafora del parto con la quale Paolo cerca di esprimere la differenza che corre tra lui e gli altri pedagoghi. Cristo sulla croce ha sofferto dolori paragonabili a quelli del parto:  lo lascia intendere l’apostolo Pietro quando afferma che facendo risorgere Gesù “Dio lo ha sciolto dalle angosce della morte” – nel testo greco il termine odìnas che indica anche i dolori del parto. Allo stesso modo Paolo può affermare:  “Sono io che vi ho generati in Cristo Gesù”, come altrove scrive:  “Figlioli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore finché non sia formato Cristo in voi” (Galati, 4, 19). Annoto che la frase “partorisco nel dolore” in greco è resa dal solo verbo odìno. Quanto sia dolorosa l’esperienza dell’educatore è notorio, ma qui Paolo ci lascia anche intendere che nell’opera educativa, come nell’esperienza della maternità, si intrecciano gioie e dolori, fatiche e speranze.
Dobbiamo perciò convenire che le modalità (il “come” di 1 Corinzi, 11, 1) con le quali Paolo ha esercitato il suo ministero apostolico corrispondono in pieno al motivo (il “perché” di 1 Corinzi, 4, 15) per il quale può rivendicare di essere l’unico vero pedagogo dei cristiani di Corinto.
“Imitatori di Dio”:  l’affermazione può sembrare esagerata, quasi temeraria, ma Paolo la utilizza a ragion veduta nella parte parenetica della sua lettera ai cristiani di Efeso:  “Fatevi dunque imitatori di Dio quali figli carissimi, e camminate nella carità, nel modo che anche Cristo vi ha amati e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore”(5, 1-2). I cristiani di Efeso potranno dire di imitare Dio se si comporteranno da figli suoi, cioè se nutriranno la vera pietas nei suoi confronti e se tradurranno nelle scelte di vita le istanze concrete della figliolanza di cui godono.
Nello stesso tempo, per poter vantare questo privilegio, essi devono eccellere nella carità perché questo è il nome di Dio (vedi 1 Giovanni, 4, 8). A ben considerare, tutta l’opera educativa di ispirazione cristiana non è altro che una continua e indefessa iniziazione all’amore verso Dio e verso i fratelli. Su questo preciso dettaglio dovrebbe confrontarsi ogni educatore quando si mette di fronte a Dio per verificare la validità del suo impegno e della sua missione.
Ma ai cristiani è data anche una mediazione speciale, quella di Cristo Gesù:  “Nel modo che anche Cristo vi ha amati e ha dato se stesso per noi”. Educare significa imprimere nei discepoli non uno “schema”, che è segno di staticità e di morte, quanto piuttosto una “forma”, che è segno di dinamismo e di vita. Lo dice lo stesso Paolo:  “Non schematizzatevi su questo mondo, ma trasformativi rinnovando la vostra mente” – così letteralmente secondo il testo greco. La forma alla quale Paolo si riferisce è certamente quella del Padre, la cui immagine è impressa in ogni suo figlio; ma è anche quella di Cristo perché Dio, il Padre, “ci ha predestinati ad essere conformi all’immagine del figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli” (Romani, 8, 29). Portiamo dunque una duplice “forma” in noi:  quella del Creatore e quella del Redentore. Noi dovremmo essere riconoscibili e riconosciuti da questa duplice forma che ci fa unici e irripetibili per Dio e per il mondo.

(©L’Osservatore Romano – 19 febbraio 2009)

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