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Analizzato al computer il pensiero di Tommaso d’Aquino sui vizi capitali

16 febbraio 2009

La tradizione della spiritualità cattolica, soprattutto quella moderna, offre ai fedeli diversi scritti sull’esame della coscienza. I testi, in primo luogo insistono sul fatto che l’esame della coscienza è una preghiera, e nella preghiera Dio è il protagonista. È particolarmente importante che l’esame della coscienza non rimanga soltanto a livello dell’autoanalisi. Non si tratta di attaccarsi ai propri limiti, ma di tornare a Dio attraverso la scoperta della propria debolezza. Una vera fiducia verso Dio si sviluppa, quando ci si rende conto che senza di Lui non si può fare nulla, che senza una fede viva e senza la speranza tutti gli sforzi sono vani. Le debolezze, prima riconosciute e poi offerte a Dio, purificano la fede, facendone l’asse fondamentale della vita. Non si deve sprecare l’occasione di scoprire le proprie debolezze, questo processo può condurre alla grazia. “Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo” (2 Corinzi, 12, 9), scrive san Paolo umiliato dalle difficoltà.
Nell’esame di coscienza va posto l’accento più sulla misericordia di Dio che sui propri peccati. Si deve guardare la propria colpevolezza attraverso la prospettiva del cuore di Dio, e non soltanto dalla parte del peccatore. Dio è Padre, e proprio per questo non dobbiamo avere paura della sua giustizia. Il suo cuore aspetta la gioia dell’incontro.
Come dimenticare non è lo stesso che perdonare, così ricordare non è lo stesso che affidarsi alla misericordia di Dio. Dimenticare è un momento della psiche, perdonare dello spirito. Così ricordare i propri peccati non è lo stesso che presentarsi davanti alla misericordia di Dio. È un’occasione per avvicinarsi a Dio, ma per aprirsi a Lui occorre una fede viva che guarisca la nostra anima, la liberi dalla fuga dalla verità e permetta di vedere se stessi nella prospettiva della misericordia. In questo modo la coscienza diventa sottile:  dove gli altri non vedono loro debolezze, la persona spirituale scopre le proprie manchevolezze e con l’aiuto della grazia cerca di liberarsene.
La tradizione antica dei Padri del deserto ha sviluppato un modo di guardarsi dentro. Gli eremiti che cercavano Dio nella solitudine avevano diverse personalità. Ognuno portava nel deserto le proprie debolezze. Il tempo nella solitudine, fuori del rumore della città e le altre distrazioni, permetteva loro di vedere più chiaramente non solo i propri limiti, ma anche la vicinanza di Dio.
Come quando si mette il metallo vile nel fuoco le impurezze si sciolgono e vengono espulse, quando si pone in solitudine l’uomo vede emergere dentro di sé tutte le proprie debolezze. La preghiera nel silenzio diventa una lotta interiore con l’immaginazione malata, con i risentimenti:  alla scoperta della propria debolezza si risponderà con una fiducia più profonda in Dio. I Padri del deserto conoscendo questa esperienza cercavano di descrivere dettagliatamente le più penose resistenze verso Dio. In questo modo chi si fosse avvicinato a Dio dopo di loro avrebbe saputo in anticipo di dover affrontare una lotta con se stesso e avrebbe compreso la necessità di essere affiancato da qualcuno con una maggiore esperienza spirituale, in grado di riconoscere le tipiche reazioni di resistenza.
Da questa lotta spirituale è nata nella Chiesa la definizione dei sette peccati o vizi capitali. Sant’Evagrio di Ponte, un teologo del deserto vissuto nel iv secolo, ha lasciato uno studio a riguardo. San Giovanni Cassiano, della generazione successiva, ha descritto i vizi capitali nelle sue conferenze spirituali piene di aneddoti. In seguito, san Gregorio Magno nel suo Commentario al libro di Giobbe, ha fornito una descrizione dei sette peccati capitali. San Tommaso d’Aquino, nelle sue Quaestiones disputatae. De Malo, è giunto alla definizione esatta di ognuno dei vizi. Lo studio di questi autori consente di scoprire le difficoltà che nascono in ogni uomo, individuando gli ambiti di intervento per fronteggiare le resistenze più pericolose per la vita spirituale.
In questo campo di particolare utilità è stato il lavoro del gesuita Roberto Busa, che ha riversato in digitale tutte le opere di san Tomasso rendendo possibile uno studio più preciso del pensiero dell’Aquinate. Samuele Sangalli ha sfruttato questa possibilità nel suo libro che studia l’insegnamento di san Tommaso sui vizi capitali. Con l’aiuto del computer si può oggi studiare ogni parola, verificare tutti i casi in cui appare, e studiando il contesto arrivare a una più chiara e corretta comprensione del senso che san Tommaso stesso dava a questa parola. Sangalli ha sfruttato questa possibilità verificando che i sette vizi capitali in san Tommaso non corrispondo alle sette virtù teologali e cardinali. Questi vizi rappresentano le tentazioni maggiori, ma non sono chiamati capitali perché sono i più importanti, ma perché molte volte generano gli altri peccati.
L’ostacolo più grande alla bontà è la superbia, che fa credere all’uomo di essere autosufficiente e lo porta a rifiutare la grazia di Dio. Più in generale il vizio è un’abitudine negativa, una propensione permanente a scegliere il male facilmente e con piacere. La fonte originale di tutti i vizi è la superbia, definita come un disordinato appetito dell’eccellenza. Questo appetito è sano quando è subordinato a Dio e in questo caso è virtuoso. Il vizio della superbia consiste non nel desiderio della eccellenza, ma, nel fatto che si desidera in una maniera sbagliata, autosufficiente, senza o anche rifiutando l’aiuto di Dio. Si dice che l’essenza del peccato del diavolo è la superbia. Il peccato di Adamo, commesso con la suggestione del diavolo, consiste nel rifiuto dell’incontro fiducioso con Dio. La disobbedienza di Adamo è il distacco della dipendenza da Dio, il porsi più in alto di Lui o a un livello paritario.
La superbia si ritrova anche a livello cognitivo quando il peccatore comincia a pensare di avere il dovere della perfezione e di avere alcuni diritti davanti a Dio. Il superbo crede di avere ricevuto i beni che possiede per i propri meriti, come se Dio fosse stato obbligato a concederglieli in nome delle proprie virtù. Questo tipo di ragionamento mette in dubbio la gratuità del dono divino. La coltivazione di questo atteggiamento porta il superbo a chiudersi in se stesso, a escludere Dio. Non c’è dubbio che la superbia atrofizzi la vita spirituale.
L’eresia che nel rinascimento è stata chiamata semi-pelagianismo si riduce alla tesi che la vita soprannaturale, dunque il primo momento della fede, nasce nell’anima grazie allo sforzo umano. Questo è contrario alle parole dell’Apostolo:  “Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto?” (1 Corinzi, 4, 7) e “Per grazia di Dio però sono quello che sono” (1 Corinzi, 15, 10).
La fede è basata sull’autorità di Dio stesso, che ha toccato il credente con la sua grazia, solamente perché vuole, e nella misura che Dio ha scelto per questa persona. Nel centro dunque della spiritualità cristiana deve essere l’atteggiamento della gratitudine verso Dio, che ha dato se stesso. La speranza che si possa passare naturalmente dalla riflessione razionale su Dio alla vita spirituale è totalmente erronea. L’intelletto che trova diletto nella precisione del suo pensiero e che tratta Dio come un indovinello interessante non si sottomette al Dio vivente e non accetta il Mistero in se stesso.
Dai diversi vizi ne menzionerò soltanto uno, l’accidia, che è simile all’invidia perché è collocata nell’emozione della tristezza. L’accidia è un’amarezza spirituale o un disgusto della vita spirituale. L’incontro con Dio esige lo sforzo, la preghiera, una rinuncia delle comodità per seguire Dio. Se questo deriva da una reazione emotiva alla fatica della vita spirituale non è grave. Se è seguita da una volontà precisa, l’accidia è un peccato che può configurarsi alla metà di un lungo percorso, come quello degli studi o della vita stessa:  a quaranta anni viene lo scoraggiamento quando l’incanto iniziale è spento e la fine appare lontana. L’accidia non è una depressione psichica. L’oggetto dell’accidia è la gloria di Dio.
Nel momento della fatica psichica, si può ritornare a Dio, chiedendo la grazia necessaria, o si può cercare qualche piccolo narcotico, che darà un momentaneo sollievo:  una sigaretta, un dolce, uno sguardo al giornale. Seguirà un breve ristoro, ma l’occasione di appoggiarsi a Dio o chiamarlo è perduta. Più l’individuo rifiuta tali occasioni d’incontrarsi con Dio, più Dio diventa lontano, straniero e viene avvertito come fastidioso.
La sequenza nella quale san Tommaso ha trattato i vizi capitali sembra mostrare gli ostacoli che questi erigono contro la grazia. La superbia è il nemico peggiore, perché impedisce all’uomo il rapporto con Dio, facendogli credere di essere autosufficiente. I peccati contro la castità sono i meno pericolosi, perché portano con loro una forte auto-umiliazione, e come tale possono essere un’occasione per tornare a Dio. Dal punto di vista delle conseguenze sociali o della complicazione della vita personale, però, i peccati contro la castità sono pericolosi. Inoltre ogni individuo interpreterà le cose diversamente. Per qualcuno i piaceri sessuali saranno i più importanti e tutto sarà subordinato a questi, altri saranno maggiormente attratti dalla ricchezza o dal potere. Anche i diversi contesti culturali generano diverse abitudini, ma la natura umana sempre è la stessa. Nel personale esame di coscienza ognuno deve scoprire dove in lui è il più grande ostacolo all’accoglienza della grazia.
Quando si guarda ai vizi capitali non dal punto di vista della loro opposizione alla grazia, ma dalla difficoltà che creano, si vede che gli uomini li sperimentano in modo diverso dalle donne. Per gli uomini sovente il più difficile da fronteggiare è quello della lussuria, poi seguono gola, accidia, ira, vanagloria, invidia e avarizia. Per le donne il più pericoloso è la vanagloria e a seguire l’invidia, l’ira, la lussuria, la gola e ultimo l’accidia.
L’osservazione conferma queste tesi. Nei conventi le suore spesso vivono invidiandosi per piccole cose, ma al suono del campanello tutte vanno in cappella per cantare i vespri. I frati, invece, spesso non si interessano gli uni agli altri e dunque non sono gelosi, ma quando il campanello suona, in pochi partecipano alla preghiera comune.

(©L’Osservatore Romano – 16-17 febbraio 2009)

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