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I venticinque anni della Fondazione Giovanni Paolo II per il Sahel

13 febbraio 2009

di Gianluca Biccini

Oltre duecento progetti finanziati nel 2008; più di due milioni di dollari erogati nello stesso arco di tempo per combattere siccità e desertificazione nei nove Paesi dell’area:  forte di questi nuovi successi, ma con la consapevolezza che molto ancora resta da fare, la Fondazione Giovanni Paolo II per il Sahel, affidata al Pontificio Consiglio Cor Unum, celebra i venticinque anni di attività.
Sono infatti trascorsi cinque lustri da quel 22 febbraio 1984, Anno santo straordinario della Redenzione, quando Papa Wojtyla istituiva l’organismo vaticano, che con l’obiettivo di migliorare le condizioni di vita delle popolazioni di Burkina Faso, Niger, Mali, Guinea Bissau, Capo Verde, Mauritania, Senegal, Gambia e Ciad ha distribuito finora circa quaranta milioni di dollari. In particolare attraverso strutture di accesso all’acqua, ripristino di terreni coltivabili, possibilità di istruzione e di formazione. Purtroppo, però, le richieste di finanziamenti per i progetti superano abbondantemente le entrate:  per questo occorre studiare vie alternative e andare incontro alle sempre nuove emergenze.
La Fondazione, che è amministrata dagli episcopati locali, ha sede a Ouagadougou. E proprio nella capitale del Burkina Faso si svolgono le celebrazioni del venticinquennale, che coincidono con la ventisettesima sessione del consiglio di amministrazione, riunitosi a partire da martedì 1o febbraio.
Una settimana di lavori, fino al 17, durante i quali i partecipanti sono chiamati a valutare la situazione globale nei Paesi della regione, anche attraverso le relazioni della delegazione di Cor Unum, guidata dal segretario monsignor Karel Kasteel, e di altri organismi ecclesiali. All’esame i principali progetti realizzati nel 2008 e quelli in programma per il 2009, con i relativi bilanci.
Momento culminante della sessione sarà la celebrazione, domenica 15 febbraio, del messa di ringraziamento, presieduta al santuario mariano di Yagma dal cardinale Roger Etchegaray, presidente emerito del Pontificio Consiglio.
È prevista la presenza dei vescovi del Burkina Faso e delle diocesi confinanti, del capo dello Stato africano, di autorità amministrative e di ambasciatori dei Paesi della regione, e di destinatari dei progetti della Fondazione. Con l’iniziativa tutte le realtà coinvolte intendono ringraziare il Signore per il dono della Fondazione, fare memoria di Papa Wojtyla, favorire una più ampia condivisione con lo spirito e le attività dell’istituzione, sulla scia del tema giubilare:  “Con i più poveri per una promozione umana solidale”.
La Fondazione è frutto della visita pastorale di Giovanni Paolo II nel Burkina Faso. Fu in quell’occasione che lanciò lo storico Appello di Ouagadougou del 10 maggio 1980:  “La solidarietà in giustizia e carità – disse – non deve conoscere confini né limiti… Il Signore stesso ci invita a fare di più”. Quelle parole non rimasero inascoltate. Oggi il finanziamento dei progetti è reso possibile dal contributo delle diocesi italiane, tramite il Comitato della Cei per gli interventi caritativi a favore del Terzo Mondo, e dal 90 per cento degli interessi prodotti dal capitale della Fondazione, in larga parte assicurato dall’iniziale colletta promossa in Germania durante il viaggio di Papa Wojtyla in terra tedesca nel novembre del 1980, pochi mesi dopo quello nel Sahel. Sono inoltre considerevoli le offerte che giungono periodicamente dalla Francia, con lo scopo di favorire la formazione di uomini e donne competenti nel settore, che si mettano a servizio dei loro Paesi, senza discriminazioni di razza o di religione, in uno spirito di promozione umana integrale e solidale e per soccorrere le vittime della siccità e del degrado del suolo.
A venticinque anni di distanza, l’appello di Ouagadogou non ha perso, purtroppo, la sua attualità:  anzi, il problema dell’acqua si è fatto più grave ed urgente non solo nelle zone desertiche dell’Africa settentrionale, ma in tutto il pianeta. Più di 250 milioni di uomini e donne sono toccati dal fenomeno della desertificazione e un miliardo di persone ne sono minacciate. La carenza dell'”oro blu” è una della questioni principali cui l’umanità deve fare fronte. Ecco perché è opportuno che i responsabili delle nazioni non tralascino di adottare misure adeguate per favorire un equo accesso a un bene così prezioso.
La Chiesa non è rimasta indifferente dinanzi a questo dramma, impegnandosi sia nella lotta alle sue cause che alle sue conseguenze:  problemi di povertà, di sicurezza alimentare, di sanità e di sottosviluppo. Quest’opera di sensibilizzazione ha trovato un’efficace risposta nella Convenzione delle Nazioni Unite sulla lotta contro la desertificazione nei Paesi gravemente colpiti dalla siccità, entrata in vigore il 26 dicembre 1996, di cui oggi sono Parte circa 170 Stati.
Tuttavia rimane un lungo cammino da percorrere soprattutto in una regione, quella saheliana, che si estende lungo un territorio grande diciotto volte l’Italia e su cui vivono circa 54 milioni di persone. Dagli anni Settanta del secolo scorso i cambiamenti climatici hanno inciso sul suolo già povero di corsi d’acqua, aggravandone ulteriormente le condizioni, mentre il deserto continua ad avanzare verso Sud al ritmo di quindici chilometri l’anno. Non è un caso che la geografia della povertà coincida con quella della sete. Le persone che non hanno accesso all’acqua potabile – un miliardo e duecento milioni nel mondo – e ai servizi igienico-sanitari – 2,6 miliardi – vivono proprio nelle regioni più povere. Nel Sahel la disponibilità d’acqua corrisponde a meno di cinque litri giornalieri per persona. Non solo:  due persone su tre non hanno accesso ai servizi igienico-sanitari. Il raggiungimento di uno degli Obiettivi del Millennio per lo Sviluppo, adottati alle Nazioni Unite nel 2000, quello di ridurre della metà entro l’anno 2015 la proporzione di chi è privo di accesso all’acqua potabile, finisce con il passare inevitabilmente lungo le strade desertiche del Sahel.
Lo stesso Benedetto XVI nel 2006, ricevendo in udienza il 20 febbraio il consiglio di amministrazione della Fondazione, ribadì come quest’ultima si sia “sviluppata pienamente come un’opera di Chiesa, mostrando, attraverso numerosissimi progetti sostenuti e messi in atto, che l’amore per il prossimo, che è un compito di ogni fedele ma anche dell’intera comunità ecclesiale (cfr Deus caritas est, n. 20), deve esprimersi in gesti concreti”.
Da qui l’incoraggiamento a proseguire con determinazione questa opera di fraternità cristiana che – aggiunse il Papa – è parte integrante dell’azione evangelizzatrice della Chiesa.

(©L’Osservatore Romano – 13 febbraio 2009)

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